Fine vita: nonostante la legge, molti punti da chiarire e molte polemiche. Cappato assolto

Una legge sul fine-vita c’è, nonostante le strumentalizzazioni politiche e le implicazioni religiose che ne sono derivate. Le sentenze dei giudici, che negli anni, di volta in volta, si sono susseguite, hanno colmano nel tempo il vuoto che si era accumulato. Succede cosi che, in questo caso, Marco Cappato sia stato assolto, cosi come era già accaduto per dj Fabo. Marco Cappato e questa volta con lui anche Mina Welby, non commisero reato quando aiutarono – il primo economicamente attraverso l’associazione Sostegno civile, la seconda accompagnandolo in Svizzera -, Davide Trentini a morire col suicidio assistito in una clinica di Basilea. Era il 13 luglio 2017: il giorno dopo Cappato e Welby, rispettivamente tesoriere e copresidente dell’associazione Luca Coscioni, si presentarono ai carabinieri di Massa (Massa Carrara), la città di Trentini, per auodenunciarsi, dando il via al procedimento penale che oggi ha portato alla loro assoluzione, sia per l’accusa di istigazione al suicidio sia per quella di aiuto al suicidio, da parte della corte d’assise di Massa. Rimangono le perplessità, i dubbi sui campi di applicazione, le responsabilità. Perché una legge c’é. Il biotestamento compie un anno: il 14 dicembre 2017 è stata infatti approvata la legge sul fine vita. Restano ancora diversi punti da chiarire e i dettagli da definire per permettere la piena attuazione di quanto previsto dalla normativa. Punti nodali sono: il consenso libero e informato del paziente, la terapia del dolore e il divieto di accanimento terapeutico, le Dat ossia le disposizioni anticipate di trattamento in cui dare al medico le disposizioni al medico per il momento futuro in cui si può essere incapaci di intendere e di volere. le eventuali obiezioni di coscienza del medico, la pianificazione delle cure. Permane un problema di ordine culturale nel Paese che su questo tema si diviso. L’impressione é che sia ancora presto per fornire un quadro della situazione ma l’orientamento delle sentenze va in direzione di un riconoscimento di tutte quelle forme di assistenza e di aiuto a coloro i quali – nel rispetto di alcune condizioni prefissate – esprimano la volontà di porre una fine alla loro esistenza. Una sorta di ampliamento del diritto al suicidio assistito. Ma è vero e proprio diritto?

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