Coronavirus: la scienza insiste nel contenimento, la politica non si divida

Quella contro il coronavirus altro non è che una battaglia che si vince non facendosi trovare dal nemico. La strategia di contenimento, e quindi l’obbligo di restare a casa, si fonda sulla consapevolezza che un vaccino non potrà essere elaborato prima di diversi mesi e che in attesa di risposte mediche e farmaceutiche non resta alternativa diversa da quella di non aumentare i contagi, possibili soltanto da uomo a uomo. Si tratta, ovviamente, di una scelta dolorosa e drammatica per le ripercussioni che ne derivano sul fronte dell’economia e della tenuta sociale. Gli scienziati, del resto, sono pressoché unanimi nel ritenere imprescindibile questa misura drastica del contenimento. E’ la politica che si è divisa sulla opportunità di prolungare il periodo di obbligo per i cittadini – salvo le eccezioni contemplate – di non uscire da casa. Le strumentalizzazioni che quotidianamente vengono fatte in un senso o nell’altro, attengono al mondo della produzione, al blocco delle attivitá economiche, alla ripresa del Pil e non agli ammonimenti dei virologi che su questo sono stati molto chiari. Non è tempo per un ‘rompete le righe’ generalizzato e a dirlo sono i numeri, impietosi, dei decessi e dei contagi. E’ bene tenere ben presente la realtà, soprattutto per non creare confusione e incertezza nella popolazione che, sinora, a grandi linee, ha tenuto nella debita considerazione l’allarme lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità e dalla nostra classe medica a cui, per l’impegno profuso, va tutta la nostra gratitudine, insieme a quella infermieristica, delle forze dell’Ordine e degli operatori impegnati in prima linea contro il virus.

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L'APPROFONDIMENTO

L’Osservatorio sulla Sicurezza, partendo da una proposta avanzata nei mesi scorsi dal Presidente dell’Istituto, Gian Maria Fara, ha elaborato il seguente documento offrendone i contenuti ai decisori politici e ai diversi attori istituzionali. Contrastare la criminalità organizzata sul piano patrimoniale è una scelta strategica di grande intelligenza: non a caso l’opzione metodologica è figlia del pensiero di Giovanni Falcone. L’esperienza del nostro Paese mostra con piena evidenza che i sodalizi criminali moderni meglio strutturati sono in grado di sopravvivere anche a massicce operazioni repressive incentrate sui singoli associati all’organizzazione. In altri termini, l’applicazione di strategie di prevenzione soggettiva e di misure coercitive contro i singoli individui può sempre lasciare un margine più o meno ampio di sopravvivenza all’organizzazione criminale, se non viene sostenuta dall’individuazione e sequestro dei beni provento delle attività illecite: questi beni, infatti, sono utilizzati dalle organizzazioni criminali per garantire un ricambio generazionale del capitale umano. Il Paradigma a base del metodo di contrasto prescelto è il seguente: Il crimine organizzato è orientato al profitto; Il capitale illegale è costantemente immesso in mercati leciti e in questo modo: si incrementano i margini di profitto; si favorisce la copertura delle attività illecite; si facilita la graduale infiltrazione delle organizzazioni criminali nella società. La repressione dei capitali illeciti è, dunque, il modo migliore: per ridurre sensibilmente la costante rigenerazione delle associazioni criminali; per minare le fondamenta della loro influenza sulla società e del loro controllo sul territorio. L’apice concettuale del modello italiano di confisca è stato delineato dalla Corte costituzionale (Sentenza n.34 del 2012), la cui visione può essere sintetizzata come segue: il benessere generato dai beni illeciti non deve essere perso dalla comunità. Conseguentemente, tutti gli sforzi devono essere indirizzati ad includere le proprietà confiscate all’interno del circuito economico legale. In questo modo, la confisca e la destinazione ai fini sociali dei beni confiscati integrano la manifestazione della disapprovazione sociale verso una data condotta. La validità dell’opzione è confermata dal fatto che, sul piano internazionale, si va affermando la consapevolezza dell’importanza del recupero dei beni nella lotta al crimine organizzato e alla corruzione. Si può discorrere, a pieno titolo, di modello italiano di asset recovery. L’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata è stata istituita con decreto legge 4 febbraio 2010, n.4, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2010, n.50 (pubblicata in G.U. il 3 aprile 2010), oggi recepita dal decreto legislativo n.159 del 6 settembre 2011 (Codice Antimafia). L’Agenzia è un ente con personalità giuridica di diritto pubblico, dotata di autonomia organizzativa e contabile ed è posta sotto la vigilanza del Ministro dell’Interno. La struttura ha sede principale a Roma e sedi secondarie a Reggio Calabria, Palermo, Milano e Napoli. La creazione dell’Agenzia aveva come principale elemento innovativo l’introduzione di un’amministrazione dinamica dei patrimoni confiscati che snellisse e velocizzasse la fase di destinazione degli stessi, superando le carenze e le inefficienze della precedente metodologia di gestione. Tempo fa, il Presidente Fara propose di rivedere le politiche di gestione ed utilizzazione di questo “tesoro” sostenendo che: «l’enorme patrimonio accumulato con le confische dei beni della criminalità organizzata e delle mafie deve essere messo a frutto e gestito con criteri manageriali, come si farebbe con un’azienda o un insieme di aziende, facenti capo ad un unico soggetto finanziario. Insomma, una vera e propria holding, organizzata e gestita in stretta collaborazione con l’ANBSC e con la vigilanza del Sistema giudiziario antimafia». L’holding per la gestione dei beni confiscati, al contrario, avrebbe, grazie ai numeri prima citati, un capitale enorme, anzi sarebbe in assoluto il soggetto con la più alta concentrazione di capitale in Italia. Si tratterebbe di un “Iri 2” con il “capitale” più alto del capitale sociale di Eni, Enel, Assicurazioni Generali, Intesa San Paolo, Poste Italiane e Leonardo messi insieme. Una Holding articolata per settori di competenza affidati a manager di comprovata esperienza (come, ad esempio: immobiliare, produzione agroalimentare, agricoltura, distribuzione, servizi e ambiente). Certo, la valorizzazione di questo immenso patrimonio non sarebbe da subito disponibile per fronteggiare nell’immediato l’emergenza generata dall’epidemia da Coronavirus ma potrebbe rappresentare una delle risorse strategiche per uscire dalla crisi e rilanciare la nostra economia. Una simile opzione strategica metterebbe d’accordo anche i due orientamenti di pensiero che si fronteggiano da anni sul tema della vendita dei beni confiscati, polarizzandosi tra chi preferisce monetizzare il valore dei beni sequestrati e confiscati con finalità meramente contabili e chi, invece, destina a fini sociali i beni sequestrati e confiscati anche allo scopo di fornire alla collettività un segnale di virtù civica. Destinare il patrimonio confiscato a finalità sociali attraverso un’opzione metodologica più moderna e rispondente alle esigenze economiche del Paese, senza snaturare la finalità sottesa alla destinazione del bene alla società, rifletterebbe l’impostazione che intende valorizzare le potenzialità dell’istituto dell’asset recovery quale strumento di riscatto morale da una parte e l’avvertita necessità di un concreto sviluppo economico legato al riutilizzo dei beni confiscati. Infine, le risorse generate da questa gestione imprenditoriale e manageriale dell’enorme capitale disponibile potrebbero essere utilizzate, nelle diverse forme possibili, nella lotta alle mafie stesse. Questo il pensiero del Gen. Pasquale Preziosa, Presidente dell’Osservatorio permanente Eurispes sulla Sicurezza