Approfondimento

La sanità italiana ha un debito con i fornitori di 22,9 miliardi di euro. Lo sostiene l’ufficio Studi Cgia di Mestre. “Sebbene negli ultimi anni lo stock sia in calo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, riferendosi all’ultimo dato che risale al 2015 – L’ammontare complessivo del debito commerciale del nostro servizio sanitario non è ancora stato ricondotto entro limiti fisiologici. Purtroppo, soprattutto nel Mezzogiorno, le nostre Asl continuano ad essere in affanno con i pagamenti, mettendo così in seria difficoltà moltissime Pmi”.
Ma quali sono le cause? “Se è noto che le Asl pagano da sempre con molto ritardo – prosegue Zabeo – è altrettanto vero che in molti casi le forniture continuano ad essere acquistate con forti differenze di prezzo tra le varie regioni. Se, come ha avuto modo di denunciare la Fondazione Gimbe (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze), nella sanità italiana si annidano circa 22,5 miliardi di euro di sprechi, è verosimile ritenere che una parte dei ritardi nei pagamenti sia in qualche modo riconducibile alle distorsioni sopra descritte”.  Cgia debiti sanità
Puntualizza il segretario della Cgia, Renato Mason: “Nonostante l’ammontare degli sprechi, sarebbe sbagliato generalizzare. E’ importante sottolineare che la nostra spesa sanitaria pubblica è inferiore di un punto percentuale di Pil rispetto a quella francese e di 0,5 punti rispetto a quella britannica”.
Tornando ai dati della ricerca, diffusi sul sito della Cgia, la sanità regionale più indebitata è quella del Lazio, con 3,8 miliardi di euro. Seguono Campania (3 mld di euro), Lombardia (2,3 mld), Sicilia e Piemonte entrambe con (1,8 mld).
Se, invece, rapportiamo il debito alla popolazione residente, il primato spetta al Molise, con 1.735 euro pro capite. Seguono il Lazio con 644 euro per abitante, la Calabria con 562 euro pro capite e la Campania con 518 euro per ogni residente. Dal 2011 però il debito complessivo è in costante calo ed è sceso di 15 miliardi di euro (-39,7 per cento). A livello regionale le contrazioni più importanti si sono verificate nelle Marche (-69,5 per cento), in Campania (-55,4 per cento) e in Veneto (-51 per cento). Solo nel Molise e in Umbria la situazione è peggiorata: nel primo caso la crescita è stata del 39,7 per cento, mentre nel secondo caso del 57,7 per cento.
Le aziende sanitarie più virtuose sono state l’Usl Umbria 1 e l’Azienda sanitaria universitaria di Trieste. Nel primo caso gli impegni economici assunti sono stati onorati con 24 giorni di anticipo, nel secondo caso di 13. Per quanto concerne i tempi medi di pagamento praticati nel 2016 e riferiti alle sole forniture di dispositivi medici (fonte Assobiomedica), in Molise il saldo della fattura è avvenuto mediamente dopo 621 giorni, in Calabria dopo 443 giorni e in Campania dopo 259 giorni. Se teniamo conto che la legge in vigore stabilisce che i pagamenti delle strutture sanitarie debbano avvenire entro 60 giorni dall’emissione della fattura, nessun valore medio regionale rispetta questo termine.

Nell’ultimo anno sui licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo nel settore privato c’è stata una crescita del 26,5 per cento. Le altre tipologie di licenziamento, invece, non hanno presentato così importanti trend di crescita. A segnalarlo in una nota è l’Ufficio studi della Cgia. “Se i licenziamenti totali sono saliti del 3,5 per cento, quelli per giustificato motivo oggettivo sono aumentati del 4,6 per cento e quelli per esodo incentivato, invece, sono addirittura crollati del 19 per cento”, si legge nel comunicato.
Per il coordinatore Paolo Zabeo, il dato si spiegherebbe con “una cattiva abitudine che si sta diffondendo tra i dipendenti” anche se il fenomeno “presenta delle dimensioni assolute ancora contenute” e “nell’ultimo anno lo stock ha interessato 74.600 lavoratori”. Dipendenti Questa l’analisi della Cgia: Con l’introduzione della riforma Fornero, dal 2013 chi viene licenziato ha diritto all’ AspI (indennità mensile di disoccupazione): una misura di sostegno al reddito con una durata massima di 2 anni che costringe l’imprenditore che ha deciso di lasciare a casa il proprio dipendente al pagamento di una “tassa di licenziamento”. Dichiara il segretario della Cgia, Renato Mason: “Se una impresa contribuisce ad aumentare il numero dei disoccupati, provoca dei costi sociali che in parte deve sostenere. Negli ultimi tempi, però, la questione ha assunto i contorni di un raggiro a carico di moltissime aziende e anche dello Stato, perché un numero sempre più crescente di dipendenti non rispetta la norma e costringe gli imprenditori al licenziamento e, di conseguenza, fa scattare la Nuova ASpI (NASpI) in maniera impropria”. Nel primo trimestre di quest’anno si registra la medesima tendenza con un incremento considerevole del +14,7 per cento sullo stesso trimestre del 2016). Per l’Ufficio Studi ciò avverrebbe per “‘inerzia’ del dipendente che in caso di dimissioni vuole evitare incombenze burocratiche e ottenere la NASpI”. Essendo stata introdotta nel marzo del 2016 l’obbligatorietà delle dimissioni on-line, se il dipendente “diserta” la presenza in cantiere o in ufficio e non comunica telematicamente la volontà di starsene definitivamente a casa, l’interruzione del rapporto di lavoro la deve “avviare” il datore di lavoro attraverso il licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, spiega la Cgia. Procedura che, grazie alla legge Fornero, consente al lavoratore “scorretto” di ricevere la NASpI, misura che non gli spetterebbe, invece, nel caso di dimissioni volontarie. “Questo astuto espediente – conclude Zabeo – sta creando un danno economico non indifferente. Non solo perché costringe il titolare dell’azienda a versare la tassa di licenziamento” ma anche “alla collettività che deve farsi carico del costo della NASpI. Se quest’ultima viene erogata per tutti i 2 anni previsti dalla legge Fornero, il costo complessivo per le casse dell’Inps può arrivare fino a 20.000 euro a lavoratore”. Per la Cgia: “A conferma di questa tesi ci aiutano i dati relativi alle dimissioni volontarie rassegnate dai lavoratori dipendenti assunti a tempo indeterminato: tra il 2015 e il 2016 la contrazione è stata del 13,5 per cento”.

Dall’inizio del 2017 le imprese italiane hanno chiesto meno credito rispetto allo stesso periodo del 2016. La rilevazione è del Barometro Crif.
In particolare, lo studio mette in evidenza che le rilevazioni del primo trimestre 2017, elaborate da Crif, sul numero di interrogazioni relative a richieste di valutazione e rivalutazione dei crediti presentate dalle imprese italiane aprono l’anno con un segno negativo, seppur lieve, pari a -1,0% rispetto allo stesso trimestre 2016. Crif Si arresta, quindi, il trend di crescita costante che aveva caratterizzato i 7 trimestri precedenti. I primi tre mesi dell’anno in corso hanno visto, a paragone con lo stesso periodo del 2016, una dinamica pressoché similare per entrambi i comparti, con un calo leggermente superiore da parte delle imprese individuali (-1,4%) rispetto alle società di capitali (-0,6%).
“Il dato relativo ai primi tre mesi del 2017 interrompe il trend di crescita di richieste di finanziamento da parte delle imprese italiane registrato negli ultimi 7 trimestri. Questa dinamica si associa anche al calo complessivo dei valori medi richiesti – spiega Simone Capecchi, Executive Director di Crif – Le aziende di credito dovrebbero continuare a stimolare la domanda di finanziamento introducendo, ad esempio, nuove proposizioni commerciali, considerato il persistere dello scenario favorevole del costo del denaro e del basso prezzo delle materie prime. Il tutto inserito in un quadro di netto miglioramento della rischiosità creditizia media delle imprese italiane”.
Un altro dato che emerge dall’ultimo aggiornamento trimestrale del Barometro Crif è il leggero calo dell’importo medio richiesto: nel primo trimestre dell’anno, infatti, nell’aggregato di imprese individuali e società di capitali si è attestato a 78.525 euro, con un calo del -1,7% rispetto allo stesso trimestre del 2016. Entrando nel dettaglio, le imprese individuali hanno mediamente richiesto 34.582 euro con una crescita del +3,0% che compensa il calo del -3,0% degli importi richiesti dalle società di capitali, che si attestano a 109.303 euro.

Salari e stipendi sempre più leggeri a causa delle tasse e dei contributi previdenziali che condizionano negativamente la capacità di spesa degli italiani. A sostenerlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha esaminato la composizione delle buste paga di 2 lavoratori dipendenti, entrambi occupati nel settore metalmeccanico dell’industria.
Nel primo caso un operaio ha uno stipendio mensile netto di poco superiore ai 1.350 euro e al suo titolare costa, invece, 2.357 euro. cgia mestreQuesto importo è dato dalla somma della retribuzione lorda (1.791 euro) e dal prelievo contributivo a carico dell’imprenditore (566 euro). Il cuneo fiscale (dato dalla differenza tra il costo per l’azienda e e la retribuzione netta) è pari a 979 euro che incide sul costo del lavoro per il 41,5 per cento.
Il secondo caso, invece, si riferisce a un impiegato con una busta paga netta di poco superiore a 1.700 euro. In questa ipotesi, il datore di lavoro deve farsi carico di un costo di oltre 3.200 euro; importo quasi doppio rispetto allo stipendio erogato. Questa cifra è composta dalla retribuzione mensile lorda (2.483 euro) a cui si aggiungono i contributi mensili versati dal titolare dell’azienda (729 euro). Il cuneo fiscale (dato dalla differenza tra il costo per l’azienda e la retribuzione netta) è di 1.503 euro che incide sul costo del lavoro per il 46,8 percento.
“Negli ultimi anni, comunque, la situazione è un po’ migliorata – si legge nel comunicato Cgia – E anche se quasi 1 milione di persone su 11,9 milioni, che hanno beneficiato degli 80 euro nel 2015, è stato costretto a restituirli interamente, l’introduzione del bonus Renzi e il taglio dell’Irap avvenuto nel 2015 sul costo del lavoro ai dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato hanno garantito una riduzione del carico fiscale di circa 14 miliardi di euro”. Dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo: “Oltre a tagliare l’Irpef è necessario intervenire anche sulla riduzione del prelievo in capo al datore di lavoro che in Italia è tra i più elevati d’Europa. Secondo l’Ocse, infatti, tra gli oltre 30 paesi più industrializzati del mondo solo Francia, Repubblica Ceca ed Estonia hanno un carico contributivo per dipendente superiore al nostro”.

“Dei 950 parlamentari in carica, la stragrande maggioranza svolge un ruolo minimo nella produzione legislativa delle due camere. Solo pochi eletti risultano produttivi, almeno per quello che è tracciabile dall’esterno”. Il dato emerge dall’ultimo rapporto di Openpolis sullo stato della produttività parlamentare della XVII legislatura.
“Nell’indice di produttività la stragrande maggioranza degli eletti ottiene un punteggio basso, raggiungibile anche solo con le presenze – si legge sul sito – Appena il 5% riesce ad avere un’influenza sui lavori dell’aula”. Camera Senato
Diversi gli elementi che contribuiscono a formare il punteggio finale. Deputati e senatori sono divisi in fasce di produttività, in modo da rendere evidente il peso di ciascuno di questi elementi. Le presenze bastano per ottenere posizioni basse, fino a 200 punti. Altri elementi, come la relazione su atti di media importanza, possono portare fino alle fasce intermedie di punteggio. Nelle fasce più alte si trovano i parlamentari che hanno presentato disegni di legge poi approvati in via definitiva, o i relatori di atti chiave.
“Oltre il 70% dei deputati e senatori ha meno di 200 punti, scrive Openpolis – soglia raggiungibile anche solo con le presenze. E circa il 35% dei parlamentari ha totalizzato persino meno di 100 punti. È quindi evidente che nelle fasce di punteggio alto ci sono pochissimi eletti. Poco più del 5% dell’aula infatti rientra nei 3 intervalli più alti, e riesce ad avere un’influenza sulla produzione legislativa”.
I gruppi alla Camera e i membri sotto la media
All’interno dei singoli gruppi la produttività non è distribuita in maniera uniforme, anche se la maggior parte dei gruppi ha una percentuale elevata di membri che producono meno della media. “Molto alto il dato di Forza Italia (86% dei componenti sotto la media), Scelta civica – Maie (75%) e Partito democratico (72,09%). Tre i gruppi, tutti dell’opposizione, con più membri sopra la soglia: Lega nord, Si-Sel e il Movimento 5 stelle.
I gruppi al Senato e i membri sotto la media
Al senato il 61,78% dei membri produce meno della media. Solo la Lega nord, ha la maggior parte degli eletti sopra la soglia. Questi gli altri dati: Grandi autonomie e libertà (92,86% dei componenti sotto la media), Alleanza liberalpopolare-autonomie (83,33%) e Forza italia (76,19%). “Sia Movimento 5 stelle che il Partito democratico – si legge nel rapporto – hanno un dato sotto il trend generale dell’aula, con rispettivamente il 57,14% e il 56,25% dei membri sotto la soglia media di produttività. Fa peggio invece Area popolare (Ncd-Udc), una delle principali forze di maggioranza, con il 65,52% dei membri che si trova sotto il livello medio”.

L’Art bonus in Italia viaggia a due velocità. La donazione in denaro per il sostegno alla cultura, in cambio di benefici fiscali sotto forma di credito di imposta, ha raggiunto la cifra complessiva di 123 milioni. Ma al Sud il mecenatismo culturale è poco conosciuto. art bonus“Degli oltre 120 milioni di euro raccolti da Art bonus dal momento del suo lancio in tutta Italia colpisce il differenziale tra Nord e Sud del Paese”.  Lo ha detto Antimo Cesaro, sottosegretario ai Beni culturali e al turismo, intervenuto a Catania al convegno sulle opportunità di defiscalizzazione per le donazioni alla cultura per pubblica amministrazione, imprese e cittadini. “Credo che oltre a differenti condizioni socio economiche della popolazione e del tessuto produttivo – è la lettura di Cesaro riguardo al poco entusiasmo dimostrato nel Meridione – ci siano stati ritardi da parte di chi avrebbe tutto l’interesse a comunicare al meglio ai privati cittadini le opportunità fiscali dell’Art bonus”. Cesaro ha invitato “amministrazioni pubbliche, università, centri di ricerca, camere di Commercio” a compiere “uno sforzo maggiore per diffondere il concetto che sostenere i beni culturali vuol dire contribuire alla crescita economica ed occupazionale del proprio territorio”. Le erogazioni liberali finora sono arrivate da 3.597 mecenati, come si apprende sul sito www.artbonus.gov.it. Si tratta di cifre comprese tra meno di mille euro e oltre 100mila euro. Le donazioni che superano i 100 mila euro sono ad opera di 22 mecenati (tra banche, fondazioni, aziende di grandi firme). Tra i piccoli sostenitori con cifre sotto i mille euro ci sono associazioni, pasticcerie, officine, singoli privati. Il patrimonio su cui intervenire è in vetrina sul sito dell’art bonus. Un elenco di oltre 700 interventi con una scheda sui proprietari, i lavori da realizzare, le risorse occorrenti e quelle raccolte. Si va dalla Fondazione Teatro alla Scala di Milano al complesso delle Mure Urbane di Lucca, continuando con il Ponte degli Alpini di Bassano del Grappa, con il Teatro San Carlo di Napoli e con i giardini reali di piazza Venezia, tra i tanti beni elencati. Poche le schede sul patrimonio del Mezzogiorno. Il ritorno dell’Ultima Cena di Giorgio Vasari nella Basilica di Santa Croce a Firenze è uno degli ultimi esempi di restauro sostenuto dall’Art bonus. Un’operazione compiuta dai restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze con il contributo di Prada e Getty Foundation e con il sostegno del Dipartimento della Protezione Civile. Il credito di imposta per favorire le erogazioni liberali a sostegno della cultura è stato introdotto con la legge 106/2014. La legge di stabilità 2016 ha reso permanente l’Art bonus, agevolazione fiscale al 65% per le erogazioni liberali a sostegno della cultura. Intanto i governatori di Liguria, Lombardia e Veneto hanno chiesto di estendere gli sgravi al 100%. “Una misura giusta su cui dobbiamo lavorare”, ha dichiarato il viceministro dell’Economia Luigi Casero. Il governo al momento ha esteso l’Art bonus ai beni ecclesiastici delle zone colpite dal sisma guardando in futuro anche ai siti Unesco. “Nel decreto legge sul terremoto e in un provvedimento amministrativo abbiamo previsto l’estensione dell’Art bonus, che oggi vale soltanto sugli interventi per il patrimonio pubblico, al recupero del patrimonio ecclesiastico”, così il ministro dei beni e delle attivita’ culturali e del turismo, Dario Franceschini, che ha auspicato “qualche misura estensiva dell’Art bonus per i luoghi che sono siti Unesco”, come annunciato nella conferenza dedicata ai siti italiani.
Giovanna Naccari @gionaccari

“E’ legge la nuova ‘Disciplina del cinema e dell’audiovisivo’, attesa da decenni. Regole trasparenti e piu’ risorse per film, sale e giovani”. cinemaE’ il commento su Twitter del ministro dei Beni Culturali e del turismo Dario Franceschini, dopo il via libera definitivo della Camera dei deputati al ddl Cinema.
La deputata del Partito democratico, Lorenza Bonaccorsi, relatrice in aula del ddl Cinema e responsabile Cultura della segreteria dem illustra i punti salienti della legge: “Questa riforma – spiega – tanto attesa dal settore dell’audiovisivo mette il nostro paese tra le realtà internazionali più avanzate in questo settore. Grazie all’impegno preso dal ministro Franceschini, i decreti attuativi arriveranno già nelle prossime settimane e la legge sarà operativa già da inizio 2017″. E continua: “I fondi per il cinema passano a 400 milioni all’anno, con un aumento del 60% rispetto a prima. Il sistema cinematografico avrà finalmente certezza delle risorse, automatismi nei finanziamenti che chiudono la stagione della discrezionalità di assegnazione, oltre alle agevolazioni per gli investimenti in cinema e sale storiche. Particolare attenzione andrà ai nuovi talenti, ai giovani autori, alle start up, alle opere prime e seconde. C’è poi l’assegnazione di una parte del Fondo destinata specificamente alle scuole”. Commenta il presidente dell’Anicam Francesco Rutelli: “Il Governo e il Parlamento hanno mantenuto i loro impegni, e meritano il plauso di tutti coloro che credono nel cinema e nell’audiovisivo come forze trainanti della creatività e delle capacità produttive nazionali. Si conclude oggi il primo tempo di questa partita; da domani, inizia il secondo tempo: quello delle norme attuative, perché tutto il sistema funzioni con efficienza e trasparenza. Obiettivo è di rendere la legge pienamente operativa con l’inizio del nuovo anno”.

Per il cinema c’è una “legge attesa da 40 anni”, che potrà essere operativa nel 2017. “Contiamo di concludere l’iter entro la fine dell’anno, in modo tale che la norma sia attuabile gia’ dal primo gennaio 2017”. Così il ministro dei Beni e delle Attivita’ culturali e del Turismo, Dario Franceschini, al Mia, il Mercato internazionale dell’Audiovisivo, dove nei giorni scorsi ha presentato agli operatori le novita’ contenute nel testo approvato dal Senato. Charlie ChaplinLa legge, ha detto Franceschini, “punta a incentivare l’industria cinematografica, e dunque i posti di lavoro”, e mira anche a “sostenere quelle produzioni che da sole non riuscirebbero a stare sul mercato”. Ha spiegato il ministro: La legge sul Cinema “introduce una stabilita’ di risorse perche’ prende come riferimento l’11% del gettito Ires e Iva di questi settori”. Con questa raccolta il nuovo fondo Cinema sara’ “almeno di 400 milioni di euro l’anno” e “non potra’ mai scendere sotto questa cifra, anzi potrebbe aumentare”, ha detto Franceschini. Tra le altre novità, la norma prevede un sistema di tax credit automatico per l’attribuzione dei finanziamenti e abolisce le commissioni ministeriali che erogavano fondi in base al cosiddetto ‘interesse culturale’. L’82% dei contributi sara’ destinato a sei diversi tipi di tax credit e il 18% a opere prime e seconde, giovani autori, start-up, piccole sale e rassegne di qualita’. Per le sale storiche è previsto un intervento straordinario di 120 milioni di euro. Gli incassi che provengono dal cinema sono in crescita rispetto agli ultimi anni. Secondo i dati Cinetel i biglietti venduti nel 2015 sono stati 99.362.667, con un incremento dell’8,56% rispetto al 2014, e gli incassi sono stati pari a 637.265.704 euro, con un aumento del 10,78%. Anche rispetto al 2013, il 2015 ha registrato un incremento, pari al 2% per le presenze e al 3% per gli incassi. Positivo l’avvio del 2016: dal primo al 17 gennaio si sono registrati 14,9 milioni di biglietti staccati, +52,59% rispetto al 2015 e si sono incassati 103,5 milioni di euro, +57,47% rispetto al 2015. “Il settore deve essere forte e competitivo, dialogare con le nuove piattaforme e saper stare in un mondo che cambia velocemente, senza dimenticare pero’ le diversita’ e i segmenti magari minoritari da un punto di vista industriale, ma cruciali dal punto di vista creativo”, lo ha detto Francesco Rutelli, neopresidente Anica, a margine della presentazione del ddl Cinema illustrato dal ministro Franceschini, al Mercato internazionale dell’audiovisivo.

Inflazione attorno allo zero e prestiti in calo alle imprese. Lo sostiene l’Ufficio studi Cgia di Mestre, che ha realizzato un bilancio del Quantitative Easing (Qe)’, l’operazione avviata da Francoforte il 9 marzo del 2015 per riportare il tasso di inflazione al 2 per cento e dare fiato all’economia. euro“Dopo oltre un anno e mezzo dall’avvio dei massicci acquisti di titoli da parte della Banca Centrale Europea”, si legge nel comunicato del Centro Studi, “in tutta l’Eurozona l’inflazione rimane attorno allo zero e i prestiti alle imprese, in particolar modo in Italia, sono in calo”. Il Centro Studi osserva che, nell’ultimo anno e mezzo, nell’area dell’euro la Bce ha comprato titoli per oltre 1.248 miliardi, in particolare del settore pubblico oltre 1.061 miliardi di euro” e, nonostante questa grande immissione di liquidità, “I risultati del Qe sono stati deludenti specie se si considera che, nell’ultimo anno, il livello medio dei prezzi nell’Area dell’euro è cresciuto di appena lo 0,2 per cento mentre i prestiti alle società non finanziarie europee sono scesi di 0,5 punti percentuali”. Anche in Germania e in Francia, sostiene l’Ufficio Studi, dove le previsioni di crescita economica per il biennio 2016-2017 sono più favorevoli e i prestiti alle società non finanziarie in aumento, “l’inflazione è prossima allo zero”. La fotografia dell’Italia mostra l’inflazione, con riferimento agli ultimi 12 mesi, “attestata al -0,1 per cento”, mentre “gli impieghi alle imprese (società non finanziarie e famiglie produttrici) sono scesi del 2,9 per cento”. E questo accade, si legge nella nota della Cgia sebbene “la Bce abbia acquistato più di 176,2 miliardi di titoli di stato italiani”, (dati compresi tra il 9 marzo 2015 e il 30 settembre 2016). Dice il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo: “L’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi dell’Euro ha contribuito a garantire una certa stabilità finanziaria ma è evidente come questa grossa iniezione di liquidità non stia raggiungendo i risultati sperati”. E continua: “Una quota rilevante di questi 176 miliardi di euro sono finiti agli investitori istituzionali ovvero alle banche che, però, hanno preferito trattenerseli, aumentando così il livello di patrimonializzazione come richiesto dalla Bce, anziché impiegarli nell’economia reale”. L’analisi sulle regioni italiane segnala, per i dati relativi agli impieghi totali alle imprese nel periodo luglio 2015-luglio 2016, un calo di 26,4 miliardi di euro (- 2,9 per cento). Le contrazioni sono più pesanti nelle regioni: Marche (-10,1 per cento), Lazio (-7 per cento), Veneto (-6,6 per cento) e Molise (- 6,3 per cento). Solo il Piemonte (+4%) ha dimostrato una leggera inversione di tendenza rispetto al trend nazionale. (I dettagli nel comunicato dell’ufficio Studi Cgia di Mestre).

La produzione di olio di oliva in Italia con appena 298 milioni di chili scende del 38% con effetti inevitabili sui prezzi per la corsa all’acquisto dell’olio nuovo. Lo sostiene la Coldiretti sulla base dei dati Ismea/Unaprol presentati alla Giornata nazionale dell’extravergine italiano al Mandela Forum di Firenze. olioL’andamento dell’Italia si riflette sulla produzione a livello mondiale con il crollo che si osserva anche in Grecia (-20%) e in Tunisia (-21%). In controtendenza la Turchia (+33%); la Spagna invece si conferma leader mondiale con una produzione di circa 1400 milioni di chili, in linea con l’anno scorso. I cambiamenti, per la Coldiretti, si faranno sentire sul carrello della spesa soprattutto in Italia dove i consumi di olio di oliva a persona sono attorno ai 9,2 chili all’anno. I prezzi alla borsa merci di Bari, la più rappresentativa a livello nazionale, hanno avuto un balzo nell’ultima settimana del 14% per l’extravergine rispetto all’inizio dell’anno. Secondo le previsioni Ismea/Unaprol l’Italia è il Paese secondo produttore mondiale nel 2016/17 con la Puglia come principale regione di produzione, seguita dalla Calabria. Fanalino di coda la Sicilia, a causa delle condizioni meteorologiche primaverili che hanno causato perdite in fioritura. Il calo produttivo nel Mezzogiorno è stimato al 39%, al centro del 29% e al nord di appena il 10%. “Con l’approvazione del piano olivicolo nazionale si è aperto un percorso di crescita sul quale fare leva per incrementare la produzione nazionale, sostenere attività di ricerca, stimolare il recupero varietale e la distintività a sostegno della competitività del settore”, ha detto il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Oggi, ha aggiunto Moncalvo: “l’Italia può contare su oltre 250 milioni di piante di ulivo su oltre un milione di ettari di terreno coltivato con il maggior numero di oli extravergine a denominazione (44) in Europa e sul più vasto patrimonio di varietà d’ulivo del mondo (395) che garantiscono un fatturato al consumo stimato in 3,2 miliardi di euro nel 2015”.