Sono già dieci i bambini trapiantati di fegato da donatore vivente presso l’Irccs Ismett. Un traguardo raggiunto dal centro palermitano in 12 mesi, che pone l’Istituto fra le strutture più attive in Europa per questo genere di interventi. 
In tutti i centri italiani vengono realizzati circa 15 trapianti all’anno. In tutta Europa, solo sei centri eseguono in media 10 o più trapianti pediatrici di fegato da vivente in un anno.
Il decimo bambino trapiantato di fegato da vivente in Ismett ha lasciato oggi l’ospedale. Ha 9 mesi, pesa 6 kg e proviene dalla Romania. A donargli parte del fegato lo zio. Il bambino era affetto fin dalla nascita da un’atresia delle vie biliari, una patologia che causa l’ostruzione dei dotti biliari e che conduce – in poco tempo – ad un’insufficienza terminale epatica. A Palermo è arrivato a febbraio.
In Italia i centri più attivi sono Ismett e l’Ospedale Bambin Gesù di Roma. In IsmettT il programma di trapianto di fegato pediatrico è stato avviato dal 2008.
In totale in Italia sono un’ottantina gli interventi di trapianto pediatrico da vivente eseguiti.
“La donazione da vivente è una strada oggi sempre più percorribile – spiega de Ville – Una chance in più per i bambini altrimenti costretti a rimanere in lista d’attesa mettendo a repentaglio la propria vita se non arriva in tempo un organo salvavita. Le moderne tecniche trapiantologiche sono sempre più sicure sia per chi dona che per chi riceve e consentono di avvicinare il successo degli interventi al 100 per cento>>.



Questa l’analisi della Cgia: Con l’introduzione della riforma Fornero, dal 2013 chi viene licenziato ha diritto all’ AspI (indennità mensile di disoccupazione): una misura di sostegno al reddito con una durata massima di 2 anni che costringe l’imprenditore che ha deciso di lasciare a casa il proprio dipendente al pagamento di una “tassa di licenziamento”. Dichiara il segretario della Cgia, Renato Mason: “Se una impresa contribuisce ad aumentare il numero dei disoccupati, provoca dei costi sociali che in parte deve sostenere. Negli ultimi tempi, però, la questione ha assunto i contorni di un raggiro a carico di moltissime aziende e anche dello Stato, perché un numero sempre più crescente di dipendenti non rispetta la norma e costringe gli imprenditori al licenziamento e, di conseguenza, fa scattare la Nuova ASpI (NASpI) in maniera impropria”. Nel primo trimestre di quest’anno si registra la medesima tendenza con un incremento considerevole del +14,7 per cento sullo stesso trimestre del 2016). Per l’Ufficio Studi ciò avverrebbe per “‘inerzia’ del dipendente che in caso di dimissioni vuole evitare incombenze burocratiche e ottenere la NASpI”. Essendo stata introdotta nel marzo del 2016 l’obbligatorietà delle dimissioni on-line, se il dipendente “diserta” la presenza in cantiere o in ufficio e non comunica telematicamente la volontà di starsene definitivamente a casa, l’interruzione del rapporto di lavoro la deve “avviare” il datore di lavoro attraverso il licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, spiega la Cgia. Procedura che, grazie alla legge Fornero, consente al lavoratore “scorretto” di ricevere la NASpI, misura che non gli spetterebbe, invece, nel caso di dimissioni volontarie. “Questo astuto espediente – conclude Zabeo – sta creando un danno economico non indifferente. Non solo perché costringe il titolare dell’azienda a versare la tassa di licenziamento” ma anche “alla collettività che deve farsi carico del costo della NASpI. Se quest’ultima viene erogata per tutti i 2 anni previsti dalla legge Fornero, il costo complessivo per le casse dell’Inps può arrivare fino a 20.000 euro a lavoratore”. Per la Cgia: “A conferma di questa tesi ci aiutano i dati relativi alle dimissioni volontarie rassegnate dai lavoratori dipendenti assunti a tempo indeterminato: tra il 2015 e il 2016 la contrazione è stata del 13,5 per cento”.
Si arresta, quindi, il trend di crescita costante che aveva caratterizzato i 7 trimestri precedenti. I primi tre mesi dell’anno in corso hanno visto, a paragone con lo stesso periodo del 2016, una dinamica pressoché similare per entrambi i comparti, con un calo leggermente superiore da parte delle imprese individuali (-1,4%) rispetto alle società di capitali (-0,6%).
Questo importo è dato dalla somma della retribuzione lorda (1.791 euro) e dal prelievo contributivo a carico dell’imprenditore (566 euro). Il cuneo fiscale (dato dalla differenza tra il costo per l’azienda e e la retribuzione netta) è pari a 979 euro che incide sul costo del lavoro per il 41,5 per cento.
“Degli oltre 120 milioni di euro raccolti da Art bonus dal momento del suo lancio in tutta Italia colpisce il differenziale tra Nord e Sud del Paese”. Lo ha detto Antimo Cesaro, sottosegretario ai Beni culturali e al turismo, intervenuto a Catania al convegno sulle opportunità di defiscalizzazione per le donazioni alla cultura per pubblica amministrazione, imprese e cittadini. “Credo che oltre a differenti condizioni socio economiche della popolazione e del tessuto produttivo – è la lettura di Cesaro riguardo al poco entusiasmo dimostrato nel Meridione – ci siano stati ritardi da parte di chi avrebbe tutto l’interesse a comunicare al meglio ai privati cittadini le opportunità fiscali dell’Art bonus”. Cesaro ha invitato “amministrazioni pubbliche, università, centri di ricerca, camere di Commercio” a compiere “uno sforzo maggiore per diffondere il concetto che sostenere i beni culturali vuol dire contribuire alla crescita economica ed occupazionale del proprio territorio”. Le erogazioni liberali finora sono arrivate da 3.597 mecenati, come si apprende sul sito www.artbonus.gov.it. Si tratta di cifre comprese tra meno di mille euro e oltre 100mila euro. Le donazioni che superano i 100 mila euro sono ad opera di 22 mecenati (tra banche, fondazioni, aziende di grandi firme). Tra i piccoli sostenitori con cifre sotto i mille euro ci sono associazioni, pasticcerie, officine, singoli privati. Il patrimonio su cui intervenire è in vetrina sul sito dell’art bonus. Un elenco di oltre 700 interventi con una scheda sui proprietari, i lavori da realizzare, le risorse occorrenti e quelle raccolte. Si va dalla Fondazione Teatro alla Scala di Milano al complesso delle Mure Urbane di Lucca, continuando con il Ponte degli Alpini di Bassano del Grappa, con il Teatro San Carlo di Napoli e con i giardini reali di piazza Venezia, tra i tanti beni elencati. Poche le schede sul patrimonio del Mezzogiorno. Il ritorno dell’Ultima Cena di Giorgio Vasari nella Basilica di Santa Croce a Firenze è uno degli ultimi esempi di restauro sostenuto dall’Art bonus. Un’operazione compiuta dai restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze con il contributo di Prada e Getty Foundation e con il sostegno del Dipartimento della Protezione Civile. Il credito di imposta per favorire le erogazioni liberali a sostegno della cultura è stato introdotto con la legge 106/2014. La legge di stabilità 2016 ha reso permanente l’Art bonus, agevolazione fiscale al 65% per le erogazioni liberali a sostegno della cultura. Intanto i governatori di Liguria, Lombardia e Veneto hanno chiesto di estendere gli sgravi al 100%. “Una misura giusta su cui dobbiamo lavorare”, ha dichiarato il viceministro dell’Economia Luigi Casero. Il governo al momento ha esteso l’Art bonus ai beni ecclesiastici delle zone colpite dal sisma guardando in futuro anche ai siti Unesco. “Nel decreto legge sul terremoto e in un provvedimento amministrativo abbiamo previsto l’estensione dell’Art bonus, che oggi vale soltanto sugli interventi per il patrimonio pubblico, al recupero del patrimonio ecclesiastico”, così il ministro dei beni e delle attivita’ culturali e del turismo, Dario Franceschini, che ha auspicato “qualche misura estensiva dell’Art bonus per i luoghi che sono siti Unesco”, come annunciato nella conferenza dedicata ai siti italiani.
E’ il commento su Twitter del ministro dei Beni Culturali e del turismo Dario Franceschini, dopo il via libera definitivo della Camera dei deputati al ddl Cinema.


