Editoriale

Uno dei motivi del rapido successo politico di Matteo Renzi, se non quello più importante, è la sua capacità di comunicare in modo efficace e convincente. Al di là della spregiudicatezza tutta toscana che lo contraddistingue, e di un coraggio che sfiora l’incoscienza e l’arroganza, il Premier ha saputo stabilire una relazione diretta con gli italiani, dando la netta impressione di recidere ogni mediazione e ogni filtro. Non si ricordano nel Paese – se non il Berlusconi dei primi tempi ma sicuramente di lui più forte in questo campo – altri politici in egual misura capaci di ‘bucare il video’, entrando in sintonia con il pubblico. L’impressione che si ha, ascoltando Renzi, è che il suo ‘discorso’ politico di volta in volta diverso a seconda della circostanza, sia improntato all’immediatezza e all’improvvisazione. Renzi non legge alcuno dei suoi interventi: va a braccio, e questo è uno dei suoi punti di forza: lo confermano i grandi oratori della storia, da Quintiliano a Cicerone (inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio i passaggi inevitabili del discorso perfetto e persuasivo). Parlare a braccio da’ la possibilità’ di guardare in faccia l’interlocutore, stabilendo una connessione che da’ forza alle parole pronunciate. Il presidente del Consiglio ha dimostrato di saper usare in modo persuasivo i social media, da Facebook a Twitter, rivoluzionando la comunicazione politica e le sue regole. Nei suoi interventi in televisione, inoltre, alterna sorrisi, battute e cambi di registro, riuscendo a spiazzare il conduttore o intervistatore, e portandolo sul terreno che più gli è congeniale. Renzi apre frasi incidentali per sfuggire a domande insidiose e alterna aneddoti, ha i tempi giusti e il ritmo che serve, e passa dal discorso ‘serio’ a quello più divertente, dimostrando che il vero nemico del discorso politico è la noia e la prevedibilità. Si può condividere o meno la politica di Matteo Renzi e la sua capacità di governare il Paese, ma non credo possa essere messa in discussione l’efficacia della sua arte oratoria.

Per molti coltivatori di odio a tempo pieno, il web e’ diventato un campo di battaglia molto fertile. Ce ne accorgiamo ogni giorno: da terreno di confronto e di dialogo, Internet per molti ideologi del nulla si e’ trasformato in una ghiotta opportunita’: quella di esprimere la propria invidia e rabbia sociale, il proprio disprezzo e la propria frustazione, chiamando a raccolta tutti i sodali, non prima di avere indicato il bersaglio di turno. Il bullismo praticato attraverso i social media e’ una declinazione di questa degenerazione, ma un esempio emblematico e sempre attivo e’ quello rappresentato dalle frange politiche piu’ estreme e incivili, che recentemente hanno dato prova della propria miseria morale: pochi giorni fa ai danni del defunto Gianluca Buonanno, parlamentare della Lega, noto per le sue esibizioni politiche, morto in un incidente automobilistico; evento per il quale molti sciacalli hanno brindato sul web. Un caso analogo quello che ha visto protagonista Silvio Berlusconi, alle prese con seri problemi cardiaci e al quale e’ stata augurata, via web, una subitanea dipartita. Lo stesso Cavaliere, colpito nel dicembre del 2009 da una statuetta, con il volto che grondava sangue, fu oggetto di macabro scherno e in quella occasione gli odiatori si rammaricarono della mira difettosa dell’aggressore. E cosa dire del tenore Andrea Bocelli e delle indecenti battute online che da anni lo deridono in modo selvaggio per la cecita’ da cui e’ affetto? La crisi socio- economica da una parte e un sostanziale relativismo etico dall’altra, hanno alimentato il consolidarsi di questo fenomeno, e gli haters da tastiera ormai sono in servizio permanente effettivo. Nostro dovere morale quello di smascherarli o, nella peggiore delle ipotesi, isolarli e ignorarne le provocazioni. Conoscerli per evitarli. La nostra indifferenza li ricaccera’ nel loro squallore esistenziale.

In una democrazia liberale, il diritto di manifestare il proprio pensiero e la relativa libertà di parola – strumento per farlo – non possono essere negati a nessuno, salvo i casi espressamente previsti dalla legge. Questo vale anche per Salvo Riina – figlio di uno dei boss più spregevoli e crudeli della mafia, il cosiddetto capo dei capi, Totò – e mafioso egli stesso. Le polemiche per l’intervista che ha rilasciato a Bruno Vespa in una trasmissione Rai non si sono ancora placate, come quelle sul libro che ha scritto (“Riina family life”, Riina, vita di famiglia. Edizioni Anordest’) e che ha presentato in televisione. In quell’occasione, Salvo junior, in modo abietto, non ha proferito alcuna parola di condanna nei confronti della mafia e delle sue vittime, della morte e del dolore che, in tanti anni, il padre ha seminato. E questo ci aiuta a capire chi abbiamo di fronte, e a prendere le necessarie contromisure, ma ritengo che ‘giornalismo’ sia poter intervistare chiunque, senza censure o limiti: é la libertà di stampa, garanzia insostituibile dei diritti di ognuno di noi e presupposto indispensabile di ogni vera democrazia. Cosi come credo che sia un oltraggio alla cultura e al pluralismo la scelta operata da alcune librerie di non vendere il libro del giovane mafioso, pur capendo il disagio di chi ha assunto questa posizione. Né lo Stato né la Cultura possono scendere allo stesso livello dei delinquenti, e questo vale non solo nella garanzia dello Stato di diritto, e nel sistema delle sanzioni previste per chi commette dei reati, ma anche nel mantenimento dei diritti di cui possono godere tutti i cittadini, anche quelli con precedenti penali e una detenzione alle spalle. In una vera democrazia, anche il figlio di un boss può essere intervistato o presentare un libro! Desta stupore e non può essere condivisa, in tale prospettiva, la battaglia annunciata da Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, assassinato in via D’Amelio: ‘Se il 18 giugno dovesse essere permesso a Salvo Riina di presentare il suo libro sarò a Palermo per impedire questa ulteriore offesa alla memoria di mio fratello e dei ragazzi massacrati insieme a lui. Niente e nessuno mi potrà impedire di farlo. Ho 74 anni, ho vissuto già 22 anni più di mio fratello, sono pronto a qualsiasi cosa». Nessuno ci può dire quali libri si possono leggere o meno, nessuno può impedire una manifestazione legittimamente autorizzata. (Montesquieu ‘…la libertà è infatti il diritto di fare ciò che le leggi permettono’).

In poche parole, Alfio Marchini aveva più voti prima. Poi Berlusconi ha deciso di dargli il suo appoggio, dopo il sacrificio di Guido Bertolaso, e fu così che il più’ belloccio e benestante tra i candidati a sindaco di Roma ha racimolato solo un misero 11%. Che dire? Il centrodestra targato Arcore è in agonia: vive solo per garantire qualche seggio ai fedelissimi del cerchio magico e poco più. Di certo c’è che il Cavaliere, dal patto del Nazareno in poi, non ne ha azzeccata una. Mal consigliato? No, sbaglia da solo, in modo dilettantesco, ed in questo è davvero bravo: prima l’addio al patto del Nazareno, poi l’elezione al Quirinale di Mattarella senza di lui: una operazione in solitario di Matteo Renzi, e ora la piena sconfitta alle amministrative. La realtà è che Forza Italia ormai non rappresenta nulla: non ha identità politica, non ha un progetto, ne’ una classe dirigente all’altezza. Il centrodestra ormai è solo una accozzaglia populista e vociante. Il centro politico, tra l’altro, è alla ricerca di se stesso, perso tra antiche faide e rivalità. Renzi già lo incarna ma la partita per dare rappresentanza all’elettorato moderato e’ tutta aperta e il referendum contribuirà a fare chiarezza. E poi c’è il M5S, chiamato a ruoli di governo e alle vere responsabilità politiche e una minoranza Pd che punta tutte le sue fiches sul no al Referendum costituzionale, in odio all’usurpatore. Il quadro politico del Paese è disarmante. C’è da preoccuparsi perché i populismi avanzano, di pari passo con la sfiducia nella politica e nella cosa pubblica.

E’ uno spettacolo triste quello cui si assiste nel campus dei guru di sinistra. Roberto Benigni, reo di aver sostenuto la bontà del referendum costituzionale e delle ragioni del sì, viene cannibalizzato dall’enclave del conformismo e del politically correct di sinistra. Viene accusato di tradimento e su di lui si abbattono gli strali di chi non lo accetta e non lo considera piu’ un riferimento dell’antiberlusconismo, ieri, e dell’antirenzismo oggi e della ortodossia della sinistra piu’ estrema e oltranzista. E’ una squallida rissa per la poltrona di santone di sinistra. Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura piu’ scarso e immeritato della storia, da sciacallo, non ha perso l’occasione per dare uno spintone decisivo al ‘collega’ Roberto Benigni, premio Oscar vero e meritato, e dalle colonne de Il Fatto Quotidiano – giornale di bandiera – lancia l’accusa definitiva, oltraggiosa e infamante sul Benigni cultore della Costituzione piu’ bella del mondo e ora sostenitore del sì al referendum ‘Roberto, fermati, non essere cosi avido’. Si, perché a sentire Dario Fo, dietro il motivo della virata di Benigni, ci sarebbe la vil pecunia. ‘Roberto si é messo al servizio del potere, siamo sul piano del do ut des. Quello che ha detto va contro tutta la sua storia…Lascia perdere e torna tra noi. Non essere cosi avido’. Il grillino Dario Fo si lancia sulla poltrona del guru di sinistra e, calunniato Benigni, ormai é senza rivali.

E poi arriva la mossa che non ti aspetti, quella meno prevedibile e che fa pendere l’ago della bilancia da una parte piuttosto che dall’altra e che fa vincere gli uni sugli altri. Perché nessuno avrebbe potuto pensare, sino a ieri, che il cantore televisivo della beltà assoluta della nostra Costituzione, la più bella del reame e del mondo, si pronunciasse a favore del sì alla riforma costituzionale su cui si voterà ad ottobre. Ma come, proprio lui che ne ha tessuto gli elogi piu’ poetici, si dichiara favorevole ad una sua trasformazione, sebbene parziale? Si certo, ci sarà subito qualcuno che farà obiezioni, che cercherà di sminuire il significato di questo endorsement del regista e premio Oscar per La vita é bella, ma ormai il dado é tratto, e a nulla servirà schierare liste di costituzionalisti pro o contro la riforma ed elencare le ragioni della necessità di un mutamento del testo e quelle per la sua immutabilità. Il custode morale della Costituzione italiana, alla pari con il Presidente della Repubblica, se non in posizione preminente, era ed é lui, Roberto Benigni. E lui si é già pronunciato. E’ solo una vittoria morale?. Io dico di no. Io penso di no. La riforma costituzionale é stata sdoganata: set, partita, incontro per il signor Matteo Renzi.

È la festa della nostra Repubblica, oggi, quella di una democrazia malata. Onore a chi ha dato la vita perché oggi potessimo vivere in condizioni di pace e di sviluppo economico e sociale, ma il bilancio non è positivo. Formalmente si, siamo una democrazia, ma dal punto di vista sostanziale il Paese è afflitto da tre piaghe: corruzione e criminalità’ organizzata, scarsa partecipazione dei cittadini alla vita politica, disoccupazione. Dal modo in cui riusciremo ad affrontarle dipenderà il futuro dell’Italia. Il referendum sulla riforma costituzionale previsto ad ottobre è un passaggio politico-istituzionale decisivo. Segnerà il passaggio eventuale ad una terza repubblica, meno ingessata, più moderna ed interconnessa. Sul Paese, inoltre, pesa il dramma del fenomeno migratorio, incognita che minaccia il nostro modo di vivere, la nostra capacità di integrazione e che alimenta populismo e razzismi di varia natura. Buon compleanno Repubblica italiana fondata sul lavoro che non c’e’. Hai 70 anni ma li porti davvero male.

‘Nessuno, di fronte alle donne, è più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo insicuro della propria virilità’. (Simone de Beauvoir). Uomini-bestia bruciano i libri, uomini bestia bruciano, violentano, uccidono le donne, gli anziani, i bambini. L’orrore della violenza sugli indifesi e sui più deboli, la più atroce e vigliacca, fa un’altra vittima e non sarà l’ultima. Sara aveva 22 anni, il suo carnefice 27. Vincenzo, questo il suo nome, non aveva accettato di essere lasciato. E, se non poteva essere più sua, allora non sarebbe stata di nessun altro. Qui l’amore non c’entra nulla, è solo possesso e proprietà privata. Le donne, in questi casi, per questi uomini, sono gadget, accessori che solo il proprietario può sostituire mentre il contrario non è consentito. Si’, la responsabilità penale e’ personale, Vincenzo ha confessato, andrà in prigione. Ma qual è la cultura predominante nella nostra società? Chiediamocelo. Forse quella del rispetto reciproco, del dono e dell’ascolto? No. Esiste una responsabilità sociale collettiva, che indulge di fronte a certi atteggiamenti arroganti? Io credo di sì. È la cultura del sopruso, del relativismo etico e dell’indifferenza: la stessa di quegli automobilisti che non hanno aiutato Sara pochi attimi prima di morire. Che hanno voltato lo sguardo altrove, tappandosi gli occhi, le orecchie e la coscienza. Brucino anche loro, Dio li maledica.

Il primato della politica? Chiacchiere. I problemi della rappresentanza e della crisi della democrazia, così come quello di una crisi economica globale, c’è chi si ostina ad affidarli al mercato, all’economia e alla finanza. Sarà. Di fatto quel mondo lì ubbidisce alla regola della convenienza e del profitto e tutto il resto è una conseguenza o una degenerazione. All’orizzonte, sia chiaro, altre ricette non se ne vedono. Ogni riferimento al Ttip non è per nulla casuale. Ma cos’è il Ttip? è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti – Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), inizialmente definito Zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area, TAFTA) che si propone di modificare le cosiddette “barriere non tariffarie”, eliminando dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti, allo scopo di agevolare il commercio e le relazioni economiche tra le due aree. Vantaggi? La creazione della più grande area di libero scambio su scala mondiale, con la possibilità di competere in modo vincente con altre aree geopolitiche in forte crescita come India, Cina, Giappone, Brasile. Svantaggi? Per alcuni consisterebbero in una sostanziale deregulation, con privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge, nonostante la prevista creazione di regole comuni, ambiti, organismi, giurisdizioni uniche. Di fatto un far west est della finanza e degli scambi commerciali? Non è detto, anche se, ovviamente, le multinazionali giocherebbero molto bene questa partita. Questo trattato, al momento, è oggetto di trattative e negoziazioni tra la Commissione UE e il governo Usa. Il nostro ministero per lo Sviluppo economico sta studiando un possibile impatto sulla nostra economia, anche se risulta evidente che si avrebbero ripercussioni su ogni settore. L’Unione europea, oggi, non gode di buona salute e deve fronteggiare i populismi di destra e di sinistra e un antieuropeismo diffuso. Il suo potere contrattuale non è forte e si ha l’impressione che il Ttip possa essere una via d’uscita o un modo per riprendere quota e consensi.

Si ribalta un barcone al largo della Libia. Su di esso circa 600 immigrati e una strage stavolta evitata grazie all’intervento della Marina Militare italiana. E dobbiamo essere contenti: solo 5 morti anche se il bilancio potrebbe essere ben piu’ grave. Di sicuro c’é che 562 persone sono state salvate. Sono i disperati che fuggono dalla miseria e dalla morte. E poi un dramma nel dramma: una bambina di 9 mesi che perde la mamma in mare. Storie strazianti che testimoniano l’asssurdita’ di un fenomeno e la pochezza politica, l’incapacità dell’Unione europea di fissare una politica efficace di pianificazione. La realtà, dura da ammettere, é questa: questo modello di Europa ha fallito, nella gestione di un fenomeno epocale come quello dell’esodo di milioni di migranti, come ha fallito in politica estera, per non considerare la miopia di una politica economica dell’austerity che strozza il Sud d’Europa e che produce disoccupazione, migrazioni interne, sfiducia nel futuro. E cosi crescono i populismi e gli egoismi e si innalzano i muri, nella follia di chi pensa, in questo modo, di poter fermare l’onda. Si fa presto a dire ‘ce lo chiede l’Europa’. Ma sarebbe il caso di rivolgere una domanda a Bruxelles ‘non pensi di avere fallito la tua mission?’