Editoriale

Con tutto quello che succede nel mondo, con i morti ammazzati un giorno sì e l’altro pure, per attentati terroristici, incidenti, stragi piu’ o meno premeditate di lupi solitari e soli, prendiamoci un momento di relax – é estate no? – e sorridiamo un pò, ma rispettosamente, per l’indignazione di molti tifosi napoletani, inviperiti per l’addio del loro amato campione Gonzalo Gerardo Higuain, approdato a suon di milioni di euro sulle sponde della rivale Juventus. Questa sorta di tradimento peserebbe ancora di piu’ sul core napoletano: lo compie un argentino, come Diego Armando Maradona, uno che Napoli l’ha amata veramente e dalla quale si sentiva rappresentato, da scugnizzo verace quale in fondo era sempre rimasto. Ma Higuain di napoletano non ha nulla. Perché stupirsi allora? Higuain, come molti altri, come quasi tutti gli altri calciatori e atleti, va dove lo porta il portafoglio e la carta di credito. I napoletani con la loro filosofia di vita e con la loro vitalità dovrebbero capirlo e accettarlo piu’ di altri. Una cosa é il cuore, un’altra i soldi. Higuain, sebbene ad alti livelli, sta onorando la napoletanissima arte di arrangiarsi. Perché indignarsi?

E alla fine Stefano Parisi, il manager che piace, sebbene sconfitto alle amministrative di Milano nella sfida contro Beppe Sala, svela le carte e annuncia di volersi candidare alla guida dello schieramento dei moderati. Di cosa si tratta esattamente? Del centrodestra come lo abbiamo inteso e conosciuto? Ossia Forza Italia, Lega di Salvini, Fratelli d’Italia e altri? Non è dato saperlo perché al momento quel fronte lì vive una sua grave crisi di identità. Berlusconi non sappiamo se tornerà al comando del partito, cosi come non è dato sapere se questa candidatura di Parisi ha già la sua benedizione. L’unica cosa certa è che Parisi ci ha preso gusto: vuole fare politica a tempo pieno, forte del consenso ricevuto alle comunali di Milano, e al ‘successo di critica’ riscosso. Una dote gli va riconosciuta: la moderazione, dei modi e della condotta politica. E’ già qualcosa. Potrà Stefano Parisi rappresentare le istanze populiste di Salvini e di Giorgia Meloni? E’ una cosa improbabile. Oppure farà da calamita per tutte quelle forze di centro che aspirano a ritrovare una unità politica e programmatica? Lo scenario è alquanto confuso. Stefano Parisi, comunque, è della partita: con moderazione.

Dignita’ dell’altro, sacralita’ dell’individuo, rispetto dell’uomo. Si ha la sensazione che questi concetti, oggi, non abbiano alcun valore. Ce lo ricorda l’antropologo francese Marc Auge’ che, in una intervista al Corriere della Sera, commenta il terrore e il terrorismo dei nostri giorni. Viviamo nella paura del presente, il futuro non esiste piu’, abolito dalla precarieta’ di una esistenza che mira a risolvere le necessita’ senza una reale prospettiva. Il terrorismo della porta accanto si impadronisce della nostra vita. Possiamo morire in ogni momento e senza un ‘motivo’. Si e’ persa la concezione della sacralita’ della vita e il rispetto per l’uomo. La globalizzazione si e’ occupata di altro, e le grandi agenzie della politica hanno fallito perche’ prive di legittimita’ democratica. Non si intravede una speranza collettiva, e ognuno se ne costruisce una per dare un senso ai propri giorni. Viviamo spalla a spalla con le stragi: terroristiche, naturali, ambientali, e brancoliamo nel buio. Si salvi chi puo’: credere in qualcosa.

E’ morto a 83 anni Bernardo Provenzano. E’ stato uno dei boss mafiosi piu’ pericolosi e sanguinari di Cosa Nostra. Autore di decine di omicidi, latitante per 43 anni, figlioccio di Luciano Liggio e compare di Toto’ Riina. Catturato nel 2006 in un casolare, ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita in carcere, alle prese con una malattia che gli ha tolto la capacità di ragionare e la lucidità. Chissa’ se i giovani e ambiziosi mafiosi che desiderano emularne le gesta riusciranno a guardare alla sua vita e a trarne delle conclusioni. Che vita ha fatto Provenzano? Carcere, sangue versato, una vita in fuga, sempre a guardarsi le spalle, con l’incubo di essere arrestato o ucciso. Una vita nell’anonimato, lontano dai propri figli, tra disagi e guerre di mafia. Luciano De Crescenzo, attore, e regista filosofo, nello straordinario monologo del film ‘Cosi parlò Bellavista’ dinnanzi a un camorrista, cosi recita e le sue parole potrebbero essere destinate a Bernardo Provenzano ‘…Perché penso io: Gesù sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però vi ammazzate tra di voi, poi anche quando non vi ammazzate tra di voi, ci sono le vendette trasversali, vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli… Ma vi siete fatti bene i conti? Vi conviene? E poi, tutto sommato, non è che fate una vita di merda?”

Napoli ha consegnato la cittadinanza onoraria a Sophia Loren. Questa è la notizia. La riflessione, che questo fatto suggerisce, riguarda la capacità – che solo i grandi artisti hanno – di gestire in modo intelligente il successo, di mantenerlo senza perdere la testa, di essere un simbolo di umanità e di stile. Tutto questo e molto altro è stato Sophia Loren, un’icona della italianità migliore, un’attrice autentica, poliedrica, vitale, internazionale. Non è difficile – oggi più di ieri – raggiungere successo, visibilità, notorieta’. Ma, allo stesso modo, oggi è molto più facile perderlo, con la stessa rapidità con cui lo si era conseguito. Troppi occhi indiscreti, innumerevoli occasioni per apparire ‘normali’ e senza maschera, per cadere nelle trappole e negli scandali che lo stare in alto comporta. Lo star system e i mass media sono specializzati nel far salire la scala del successo e nel far ruzzolare dalla medesima. E’ una spirale cinica e perversa, molto redditizia per chi ci specula. Ecco perché riuscire a mantenere la schiena dritta, negli anni, rinnovandosi ma rimanendo se stessi, è cosa che solo pochissimi riescono a fare. Esiste una precisa responsabilità legata ai personaggi di successo, ma pochi la riconoscono: è quella che attiene all’essere da esempio per milioni di persone, al fatto di rappresentare un modello che può influenzare comportamenti e valori. Quindici minuti di gloria li avremo tutti, dicono, e a molti daranno alla testa. Sophia Loren – e pochi altri come lei – è riuscita a cavalcare le insidie, le invidie, il passare del tempo, le occasioni perdute e a rimanere sulla cresta dell’onda. Coco Chanel amava ripetere ‘le mode passano, lo stile resta’. Sophia ‘la ciociara’ e’ ancora tra noi, a testa alta. Chapeau

Tanti anni fa un giornalista chiese ad Alberto Moravia il motivo del suo scetticismo nei confronti degli scienziati e dei preti. Lui rispose che non tollerava coloro che pensavano di avere le risposte ultime al dilemma della vita e della morte, e che preferiva proprio per questo i poeti e gli artisti, che non hanno simile presunzione, ma che ci vanno molto piu’ vicino perché ci fanno sentire, piuttosto che capire. Nei giorni scorsi é venuto a mancare un grande poeta, Valentino Zeichen. Era gravemente malato e della sua malattia parlava così «la vivo come un’appendice del romanticismo». Aveva 78 anni, era romano di adozione, nato a Fiume e frequentatore di baracche e di periferie. Era sicuramente uno dei grandi poeti europei, intensamente romano ma con una cultura cosmopolita. Come é stato scritto ‘era un aristocratico in volontario esilio nel sottoproletariato romano, di cui condivideva la durezze e il disincanto, ma anche in perenne tournée nei salotti della buona borghesia, da cui si attendeva – e otteneva – il giusto tributo in termini di ospitalità. Era poverissimo ed elegantissimo’. La nostra epoca non é fatta per la poesia e per i poeti, e proprio per questo é squallida. Nell’era delle immagini a portata di clic, le immagini della poesia sembrano lente, superate, fuorvianti. Ovviamente é l’esatto contrario. Quando muore un grande poeta, dovremmo essere a lutto, perché si spegne la voce di chi può aiutarci a guardare con lucidita’ il mondo, noi stessi, la vita. E invece non succedera’ nulla. Avanti con un’altra immagine. Per essere poeti occorre anche vivere come tali. Zeichen era un poeta. ‘POESIA’  Si dice che la poesia manchi di vero slancio/ che non sappia più volare/ poiché non più sorretta/ dai grandi angeli alati. Che farci? È un mondo/ di poeti atei che volano/ preferibilmente in aereo.
‘AL CUCCIOLO’ Scoppierà la guerra/ e noi ci arruoleremo/ nei soldatini di piombo/ sotto l’arco di trionfo; sfileremo alla berlina/ dietro l’ampia vetrina/ d’una antica cartoleria. Amore, pazienta che/ metta a letto la poesia. Zeichen viveva da poeta perché lo era. Altri fanno i poeti perché non lo sono.

I rigori nelle partite di calcio sono, per me, uno dei momenti più intensi e autentici che lo spot ci regali. Non sono d’accordo con Francesco De Gregori che nella canzone ‘La leva calcistica della classe 68’ canta ‘ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore… un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia’. Si, non dobbiamo aver paura di affrontare la vita, le sue paure, le sue scelte ma un bravo calciatore e un uomo consapevole e responsabile lo si può capire da come ‘tira un calcio di rigore’, dalla sua freddezza, dal suo autocontrollo, dal suo carattere. E, quindi, da come affronta le difficoltà e i momenti più significativi, la solitudine di alcune situazioni. I rigori nel calcio sono una metafora della vita: ci sei tu che stai per batterlo e c’è il portiere. C’è la fortuna e l’abilità, l’audacia e la codardia. Nei calci di rigore, duello dello sport moderno, ci sono due uomini che si guardano negli occhi e che cercano di prevedere le mosse dell’altro. Mors tua vita mea: uno piange e uno ride, uno vince e uno perde. È il gioco della vita, sono i dadi che volteggiano nell’aria. C’est la vie: la magia del calcio è tutta lì, nel pathos e nelle emozioni che si alternano e che ci fanno palpitare. Coraggio, altruismo, fantasia, fortuna, e freddezza.

Almeno dieci donne sono morte al largo delle coste libiche nel naufragio di una nave carica di migranti. In 107 si sono salvati, secondo la Guardia Costiera, che è intervenuta in due distinte operazioni. Secondo una stima dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, nel 2016 oltre 230 mila arrivi, la stragrande maggioranza via mare. Quasi 3000 persone sono morte durante la traversata del Mediterraneo. La morte per la nostra cultura è oggi niente più che un incidente di percorso, una notizia e solo il numero delle vittime prova, invano, a svegliarci dal torpore di una coscienza collettiva annoiata e adagiata comodamente sul divano. Prevale l’impotenza e la rassegnazione: migliaia di disperati fuggono dalla morte che li aspetta in acqua, sommersi dai flutti, gettati in mare da moderni gerarchi nazisti della tratta di schiavi. Dieci donne, le ultime, inghiottite dalla nostra inettitudine, dal nostro egoismo indifferente oltre che dall’avidità di marinai-mostri alla guida di barconi. Chi erano queste dieci donne? Erano madri? Lo sarebbero mai diventate? I loro nomi? A nulla serve l’indignazione, a poco servono le lacrime se non seguono i fatti. Salvare le banche e’ una priorità, cercare di risolvere o almeno contenere il dramma delle migrazioni di disperati sembra una utopia. Un fallimento dell’Unione europea, dell’Onu, della Casa Bianca, degli organismi internazionali, della politica globale. Continuino a morire: la nostra vita deve proseguire. E poi domani ci sono gli Europei di calcio; c’è la partita delle partite: Germania-Italia. E sarà comunque goal.

Uno dei parametri principali per valutare il grado di civiltà espresso dalla nostra classe dirigente è quello del linguaggio che usa. Contrariamente a quanto molti non addetti ai lavori potrebbero pensare, le parole pronunciate dagli uomini politici sono ‘fatti’: non nel senso che non sia necessario verificare che ad esse corrispondano ‘azioni’ politiche: leggi, proposte, iniziative, programmi, ma perché già sufficienti per giudicare il loro livello di preparazione, lo spazio politico che intendono rappresentare, i valori di cui vogliono farsi interpreti. Da un parlamentare che usa improperi e insulti, che offende con paragoni umilianti l’avversario politico, che alza il tono della voce prevaricando sull’interlocutore e che lo interrompe, che lancia anatemi e inveisce contro tutto e tutti, cosa ci possiamo attendere? Il linguaggio della politica è esso stesso politica: circoscrive, spiega, illumina, costruisce o demolisce. Il sensazionalismo di certi organi di informazione favorisce questa tendenza e lo scarso livello di molti esponenti politici, privi di esperienza e di formazione fa il resto. L’alta percentuale di inciviltà verbale presente nella politica è tra i motivi della crescente sfiducia dei cittadini. Ricominciamo a privilegiare quei politici che riescono ad argomentare il loro pensiero con competenza e passione, rispettando il parere di tutti, evitando di denigrare il collega del partito avverso o alimentando paure strumentali e quindi inesistenti. Nel negozio di un commerciante disonesto e che vende prodotti scadenti non si entra e possiamo comunicarne il motivo ai nostri conoscenti. La scheda elettorale di un politico facinoroso e irrispettoso nel suo eloquio possiamo tranquillamente evitare di barrarla e passare parola. È già molto.

Sono passate solo poche ore dal referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea ed è un risultato che in molti ancora non hanno digerito, per le conseguenze più o meno prevedibili che scatenerà. Ma, in modo parallelo, si è sviluppato un dibattito sulla legittimità di un giudizio espresso direttamente dal popolo piuttosto che dai suoi legittimi rappresentanti. Democrazia diretta o democrazia rappresentativa? Quando è utile la prima e quando la seconda? In quali contesti e su quali decisioni coinvolgere la base elettorale, facendovi ricorso, e scavalcando di fatto la classe politica? Alla base di questa riflessione la circostanza per la quale sembrerebbe che a decidere in favore della Brexit sarebbero stati i cittadini meno istruiti e consapevoli. Ma i voti non dovrebbero essere tutti uguali e avere tutti lo stesso valore, quello del contadino e quello del professore universitario, quello della sarta e quello della donna manager? O vogliamo far votare solo chi ha soldi e istruzione? La democrazia rappresentativa – piaccia o no – è o dovrebbe essere una emanazione di quella diretta. Più fedele sarà alla volontà popolare, più sarà democratica. A meno che non si diffidi del popolo, e allora il discorso cambia. Non sarà, infatti, che dietro questa querelle si nasconde una insofferenza nei confronti della democrazia tout court? Perché se cosi fosse non sarebbe inutile ricordare il pensiero di un signore di quelle parti, Winston Churchill ‘è stato detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezione fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora’. Chi la critica, si presenti, cortesemente, con un modello migliore.