Editoriale

Era questa l’Europa che sognavano Altiero Spinelli, Jean Monnet, Konrad Adenauer, Robert Schuman, Alcide De Gasperi?
Oggi la Gran Bretagna si pronuncia sulla Brexit, la sua uscita dalla Unione Europea.
E già questo è il segnale di un fallimento politico. Cosa e’ diventata oggi l’Unione? Forse una unità politica, riconosciuta e condivisa? O piuttosto una entità fredda e distante in cui le esigenze della moneta prevalgono su tutto il resto? E ancora, noi cittadini italiani, francesi, tedeschi, spagnoli… ci sentiamo parte di qualcosa, abbiamo una forte e riconoscibile identità europea? Da questo punto di vista il progetto europeo così come lo abbiamo vissuto in questi anni si è rivelato un flop. Serviva una visione culturale, una rappresentanza più diretta, politiche comuni, una uniformita’ di indirizzo e di azione? Sicuramente si. Anche perché se le ragioni di una alleanza sono quelle del calcolo e della convenienza, una volta venute meno condizioni favorevoli, sarà la stessa legge della convenienza a far sì che chi vi era entrato decida di uscire. Tira una brutta aria in Europa: quella dell’egoismo e del populismo. Se l’Unione non ripensa se stessa sara’ inevitabile il suo sgretolamento, con ripercussioni fatali su ognuno di noi. Cosa occorrerebbe? Una vera unione politica, una strategia unica in politica estera, provvedimenti lungimiranti sulla emergenza dei migranti e lotta vera alla povertà e alla esclusione sociale. Buona fortuna cara, vecchia Europa.

 

Si dice che i clienti abbiano sempre ragione. Lo stesso dovrebbe valere, mutatis mutandis, per gli elettori. E allora, in base a questo principio, possiamo lecitamente affermare che Grillo e i suoi adepti conquistano a ragion veduta Roma e Torino, con i sindaci Virginia Raggi e Chiara Appendino e che il premier Matteo Renzi incassa una sonora sconfitta politica, accontentandosi di una risicata vittoria di Sala su Parisi a Milano. Le elezioni comunali hanno sempre avuto valore politico, piaccia o meno. Da un voto di protesta si passa ad un voto di delusione: gli elettori o se ne stanno a casa o votano per le forze politiche antisistema. Vedremo se i 5Stelle saranno capaci di amministrare: sinora, laddove lo hanno fatto, hanno lasciato a desiderare. Chi scrive non si fida né del M5S né delle sue ricette salvifiche, diffidando di un movimento-partito che non ha democrazia interna e che ha la presunzione sciocca di lanciare una ruffiana offerta pubblica di acquisto (Opa) sull’onesta’. Il quadro politico è quantomai confuso e l’appuntamento del referendum può’ schiarirlo solo parzialmente. Il segretario del Pd nonché Premier, Renzi, esce ridimensionato da questa tornata elettorale, e può contare solo sul fatto che, ad oggi, una vera alternativa politica a lui e alla sua rabberciata maggioranza, non si intravede.

La politica di oggi si caratterizza, tra le altre cose, per la violenza verbale e l’aggressività che la pervade. Sia nei talk show televisivi sia nelle aule parlamentari ma anche nelle dichiarazioni a mezzo stampa, assistiamo ad attacchi ad personam, ad insulti e a esibizioni che hanno il solo scopo di deridere, umiliare o ridicolizzare l’avversario politico, oggi sempre di più visto come un ‘nemico pubblico’. Non c’é tempo per esporre le proprie ragioni, per spiegare: sono disponibili pochi minuti e allora molti li utilizzano per demonizzare la controparte politica. Esistono, è vero, delle felici eccezioni, figlie di una tradizione politica – comunista o democristiana – e di un modo di concepire la politica in termini di moderazione, di riflessione, di argomentazione e confronto. Tutto il resto è scontro frontale e rissa, nella convinzione che andare sopra le righe, alzare i toni serva – oltre che ad infangare il rivale in politica – anche ad ottenere visibilità e a conquistare la ribalta. I famosi 15 minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol e che si rivelano, come un boomerang e dopo l’effetto iniziale, una ennesima dimostrazione della propria pochezza e inconsistenza culturale. I populismi che oggi allignano nel nostro Paese – quello leghista e quello del M5S su tutti – ma anche in Europa sino ad arrivare con Donald Trump negli Usa – si cibano di frasi volgari e ad affetto, di insulti, anatemi e allarmismi: é il loro modo di essere, l’unico che conoscono per imporsi all’attenzione mediatica. Dicono di voler rappresentare l’antipolitica: hanno ragione. Sono il contrario della buona politica civile e democratica perché preferiscono parlare alla pancia degli elettori e non al loro cervello.

Etica della responsabilità è rispondere delle proprie azioni e delle proprie omissioni. Ubi societas ibi ius: una comunità che non si fonda sul diritto, non può dirsi civile. Un sistema di diritto prevede delle regole e delle sanzioni per chi non le osserva. Il grado di impunità e l’incapacità dello Stato di sanzionare in modo efficace chi non rispetta le regole che ci siamo dati, hanno assunto in Italia livelli insopportabili. Chi si assenta dal posto di lavoro va licenziato. Chi delinque deve andare in galera. Chi non è in grado di assicurare soccorsi e assistenza ai cittadini in caso di emergenze o calamita’ naturali, incendi, alluvioni, va rimosso e sanzionato. Il politico o l’amministratore pubblico che non svolge il proprio incarico va esautorato, nel rispetto delle garanzie, sia chiaro ma, a fronte di un accertamento della colpa, deve pagare. Altrimenti il sistema salta. Il balletto delle responsabilità a cui assistiamo sistematicamente nel nostro Paese dinnanzi a evidenti inadempienze o negligenze non è solo triste ma anche disarmante. Ieri in Sicilia ci sono stati incendi un po’ dovunque: verranno individuati i piromani? Chissà. Il sistema antincendio ha fatto acqua da tutte le parti. Nessuna opera di prevenzione e nessun coordinamento tra le forze di polizia e i vigili del fuoco, seppur solerti. Cosa ha fatto il governo regionale per prevenire e per attrezzarsi in termini di risorse e mezzi? Quando prende fuoco una intera regione e nessuno ne risponde, a bruciare non sono solo gli alberi ma anche la residua speranza.

E’ un fenomeno tutto italiano e che in Italia non é stato mai perseguito. Una pratica odiosa, un furto vero e proprio che si é consolidato nel tempo senza una vera riprovazione sociale. In un Paese come il nostro, con percentuali di disoccupazione da record, il ‘vizio’ di timbrare il badge che dovrebbe registrare la presenza e l’ingresso nel luogo di lavoro e immediatamente assentarsi per andare a fare la spesa o in palestra o al bar, ha assunto proporzioni vistose, se è vero come é vero che dal Nord al Sud, dalla Lombardia alle Marche, alla Sicilia, le telecamere unite rilevano questa pratica odiosa, nella sostanziale indifferenza. Oggi il governo annuncia che i colpevoli saranno condannati con il licenziamento e che i dirigenti che consentono, piu’ o meno consapevolmente, questa pratica, verranno sanzionati. Era ora. In Italia, per mancanza di lavoro, tanti giovani emigrano dal Sud o al Nord, e molti altri varcano i confini nazionali per raggiungere la Gran Bretagna o la Germania. Il pensiero che molti, con un lavoro a tempo determinato nel settore pubblico, possano rubare del tempo e del denaro, sottraendosi ad un obbligo e a un dovere, rimane sorprendente. Un sentito ringraziamento alle telecamere e alla volontà politica ora ben chiara che permetteranno di punire i colpevoli. Furbetti del cartellino? No, ladri.

Si susseguono in ordine sparso, con periodicità non prevedibile ma regolarità costante, episodi cruenti di terrorismo rivendicati da appartenenti veri o presunti all’Isis, combattenti della Jihad al grido di ‘Allak akbar’, La strage nel locale frequentato da omosessuali, a Orlando, con 50 vittime e decine di feriti, si connota per aver coniugato – nella mente del terrorista – la guerra all’Occidente con l’odio per la diversità: la nostra e quella che noi alimentiamo nei confronti delle minoranze. E’ una nuova maledetta frontiera del terrore islamico. E’ come se volessero confonderci le acque: non sappiamo dove e quando colpiranno e non sappiamo bene quali saranno i loro bersagli. L’obiettivo é unico: creare terrore, sovvertire le nostre abitudini di vita, la nostra sicurezza sociale ed economica, la nostra pace. Non é una guerra quella che hanno dichiarato, ma una guerriglia planetaria, con singoli atti di terrore che producono disorientamento e instabilità. La tesi di Samuel P. Huntington dello scontro delle civiltà (The Clash of civilizations and the remaking of world order – 1996) appare sempre piu’ accreditata ‘ la mia ipotesi é che la fonte del conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo – spiega Huntington – non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura’. Vogliono minare le nostre libertà e il nostro sistema di diritti. E’ una guerra al nostro modo di essere e alla nostra visione dell’uomo, della società, del mondo. Nessuno può chiamarsi fuori, siamo tutti coinvolti.

Uno dei motivi del rapido successo politico di Matteo Renzi, se non quello più importante, è la sua capacità di comunicare in modo efficace e convincente. Al di là della spregiudicatezza tutta toscana che lo contraddistingue, e di un coraggio che sfiora l’incoscienza e l’arroganza, il Premier ha saputo stabilire una relazione diretta con gli italiani, dando la netta impressione di recidere ogni mediazione e ogni filtro. Non si ricordano nel Paese – se non il Berlusconi dei primi tempi ma sicuramente di lui più forte in questo campo – altri politici in egual misura capaci di ‘bucare il video’, entrando in sintonia con il pubblico. L’impressione che si ha, ascoltando Renzi, è che il suo ‘discorso’ politico di volta in volta diverso a seconda della circostanza, sia improntato all’immediatezza e all’improvvisazione. Renzi non legge alcuno dei suoi interventi: va a braccio, e questo è uno dei suoi punti di forza: lo confermano i grandi oratori della storia, da Quintiliano a Cicerone (inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio i passaggi inevitabili del discorso perfetto e persuasivo). Parlare a braccio da’ la possibilità’ di guardare in faccia l’interlocutore, stabilendo una connessione che da’ forza alle parole pronunciate. Il presidente del Consiglio ha dimostrato di saper usare in modo persuasivo i social media, da Facebook a Twitter, rivoluzionando la comunicazione politica e le sue regole. Nei suoi interventi in televisione, inoltre, alterna sorrisi, battute e cambi di registro, riuscendo a spiazzare il conduttore o intervistatore, e portandolo sul terreno che più gli è congeniale. Renzi apre frasi incidentali per sfuggire a domande insidiose e alterna aneddoti, ha i tempi giusti e il ritmo che serve, e passa dal discorso ‘serio’ a quello più divertente, dimostrando che il vero nemico del discorso politico è la noia e la prevedibilità. Si può condividere o meno la politica di Matteo Renzi e la sua capacità di governare il Paese, ma non credo possa essere messa in discussione l’efficacia della sua arte oratoria.

Per molti coltivatori di odio a tempo pieno, il web e’ diventato un campo di battaglia molto fertile. Ce ne accorgiamo ogni giorno: da terreno di confronto e di dialogo, Internet per molti ideologi del nulla si e’ trasformato in una ghiotta opportunita’: quella di esprimere la propria invidia e rabbia sociale, il proprio disprezzo e la propria frustazione, chiamando a raccolta tutti i sodali, non prima di avere indicato il bersaglio di turno. Il bullismo praticato attraverso i social media e’ una declinazione di questa degenerazione, ma un esempio emblematico e sempre attivo e’ quello rappresentato dalle frange politiche piu’ estreme e incivili, che recentemente hanno dato prova della propria miseria morale: pochi giorni fa ai danni del defunto Gianluca Buonanno, parlamentare della Lega, noto per le sue esibizioni politiche, morto in un incidente automobilistico; evento per il quale molti sciacalli hanno brindato sul web. Un caso analogo quello che ha visto protagonista Silvio Berlusconi, alle prese con seri problemi cardiaci e al quale e’ stata augurata, via web, una subitanea dipartita. Lo stesso Cavaliere, colpito nel dicembre del 2009 da una statuetta, con il volto che grondava sangue, fu oggetto di macabro scherno e in quella occasione gli odiatori si rammaricarono della mira difettosa dell’aggressore. E cosa dire del tenore Andrea Bocelli e delle indecenti battute online che da anni lo deridono in modo selvaggio per la cecita’ da cui e’ affetto? La crisi socio- economica da una parte e un sostanziale relativismo etico dall’altra, hanno alimentato il consolidarsi di questo fenomeno, e gli haters da tastiera ormai sono in servizio permanente effettivo. Nostro dovere morale quello di smascherarli o, nella peggiore delle ipotesi, isolarli e ignorarne le provocazioni. Conoscerli per evitarli. La nostra indifferenza li ricaccera’ nel loro squallore esistenziale.

In una democrazia liberale, il diritto di manifestare il proprio pensiero e la relativa libertà di parola – strumento per farlo – non possono essere negati a nessuno, salvo i casi espressamente previsti dalla legge. Questo vale anche per Salvo Riina – figlio di uno dei boss più spregevoli e crudeli della mafia, il cosiddetto capo dei capi, Totò – e mafioso egli stesso. Le polemiche per l’intervista che ha rilasciato a Bruno Vespa in una trasmissione Rai non si sono ancora placate, come quelle sul libro che ha scritto (“Riina family life”, Riina, vita di famiglia. Edizioni Anordest’) e che ha presentato in televisione. In quell’occasione, Salvo junior, in modo abietto, non ha proferito alcuna parola di condanna nei confronti della mafia e delle sue vittime, della morte e del dolore che, in tanti anni, il padre ha seminato. E questo ci aiuta a capire chi abbiamo di fronte, e a prendere le necessarie contromisure, ma ritengo che ‘giornalismo’ sia poter intervistare chiunque, senza censure o limiti: é la libertà di stampa, garanzia insostituibile dei diritti di ognuno di noi e presupposto indispensabile di ogni vera democrazia. Cosi come credo che sia un oltraggio alla cultura e al pluralismo la scelta operata da alcune librerie di non vendere il libro del giovane mafioso, pur capendo il disagio di chi ha assunto questa posizione. Né lo Stato né la Cultura possono scendere allo stesso livello dei delinquenti, e questo vale non solo nella garanzia dello Stato di diritto, e nel sistema delle sanzioni previste per chi commette dei reati, ma anche nel mantenimento dei diritti di cui possono godere tutti i cittadini, anche quelli con precedenti penali e una detenzione alle spalle. In una vera democrazia, anche il figlio di un boss può essere intervistato o presentare un libro! Desta stupore e non può essere condivisa, in tale prospettiva, la battaglia annunciata da Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, assassinato in via D’Amelio: ‘Se il 18 giugno dovesse essere permesso a Salvo Riina di presentare il suo libro sarò a Palermo per impedire questa ulteriore offesa alla memoria di mio fratello e dei ragazzi massacrati insieme a lui. Niente e nessuno mi potrà impedire di farlo. Ho 74 anni, ho vissuto già 22 anni più di mio fratello, sono pronto a qualsiasi cosa». Nessuno ci può dire quali libri si possono leggere o meno, nessuno può impedire una manifestazione legittimamente autorizzata. (Montesquieu ‘…la libertà è infatti il diritto di fare ciò che le leggi permettono’).

In poche parole, Alfio Marchini aveva più voti prima. Poi Berlusconi ha deciso di dargli il suo appoggio, dopo il sacrificio di Guido Bertolaso, e fu così che il più’ belloccio e benestante tra i candidati a sindaco di Roma ha racimolato solo un misero 11%. Che dire? Il centrodestra targato Arcore è in agonia: vive solo per garantire qualche seggio ai fedelissimi del cerchio magico e poco più. Di certo c’è che il Cavaliere, dal patto del Nazareno in poi, non ne ha azzeccata una. Mal consigliato? No, sbaglia da solo, in modo dilettantesco, ed in questo è davvero bravo: prima l’addio al patto del Nazareno, poi l’elezione al Quirinale di Mattarella senza di lui: una operazione in solitario di Matteo Renzi, e ora la piena sconfitta alle amministrative. La realtà è che Forza Italia ormai non rappresenta nulla: non ha identità politica, non ha un progetto, ne’ una classe dirigente all’altezza. Il centrodestra ormai è solo una accozzaglia populista e vociante. Il centro politico, tra l’altro, è alla ricerca di se stesso, perso tra antiche faide e rivalità. Renzi già lo incarna ma la partita per dare rappresentanza all’elettorato moderato e’ tutta aperta e il referendum contribuirà a fare chiarezza. E poi c’è il M5S, chiamato a ruoli di governo e alle vere responsabilità politiche e una minoranza Pd che punta tutte le sue fiches sul no al Referendum costituzionale, in odio all’usurpatore. Il quadro politico del Paese è disarmante. C’è da preoccuparsi perché i populismi avanzano, di pari passo con la sfiducia nella politica e nella cosa pubblica.