Editoriale

La ‘voce’, l’autorevolezza e la credibilità della Cnn non si discutono. Come la forza del suo brand nel mondo. E quindi c’è da stare poco allegri se la storica e potente testata si mette a fare la lista delle mete turistiche da preferire in questa calda stagione estiva. E così accade, fra le altre cose, che Torino possa prevalere su Venezia. E chi lo avrebbe mai detto? Questo uno degli effetti della classifica delle venti più belle città europee da visitare stilata dal network a stelle e strisce. Così tra luoghi come Orange in Francia, Sarajevo in Bosnia, Ankara in Turchia, la Cnn inserisce anche Torino, considerata come un’alternativa a Venezia per tutti quei turisti che non amano i luoghi invasi da turisti. Questo il consiglio by Cnn “La vicina Torino è meno congestionata. Il capoluogo del Piemonte è anche la città dove si trovano i luoghi più sottostimati d’Italia, tra questi il museo di arte contemporanea del Castello di Rivoli, la Basilica di Superga e il Museo Egizio, con la sua fenomenale collezione di reperti egizi”. E sempre secondo la Cnn, oltre alle bellezze artistiche si può anche semplicemente sorseggiare un caffè all’aperto, deliziarsi con una delle migliori cucine italiane oppure godersi il semplice fatto di essere lontani dalle orde di turisti delle destinazioni più popolari d’Italia. Che dire? Torino-Venezia 1-0. Con buona pace per gli amanti delle gondole, degli amanti del Ponte di Rialto e di piazza San Marco.

Il buon senso consiglierebbe la massima severità nei confronti di chi viene sorpreso alla guida di una automobile, di una motocicletta o di altro mezzo dopo aver assunto droghe o alcol. E invece assistiamo impotenti a stragi causate da chi non si fa nessuno scrupolo nel condurre un mezzo in assenza di qualsiasi capacità di autocontrollo, di lucidità, di consapevolezza. I morti di queste settimane non si contano più. E le analisi che vengono eseguite sul conducente della strage non lascia dubbi: ha fatto uso di cocaina, di anfetamine, ha bevuto alcolici….
Senza considerare tutti quegli incidenti stradali dalla dinamica incerta e che con ogni probabilità dipendono dal fatto che il guidatore fosse distratto dall’uso del telefono cellulare, intento a rispondere a qualche messaggio o impegnato in una conversazione telefonica. Ci si chiede il motivo per il quale le forze dell’Ordine e la polizia municipale non aumentino i controlli, con sanzioni esemplari per i trasgressori. Il fenomeno non solo non accenna a diminuire ma é in rapida crescita. E se la situazione rimane invariata non resta che dire ‘si salvi chi può’.

Sono in molti a voler difendere i diritti, sacrosanti, degli omosessuali senza averne i titoli, il garbo, il rispetto per le persone. Vi è chi lo fa perché realmente motivato nella tutela della dignità di chi ama persone dello stesso sesso, ma vi è anche chi si cimenta in questa impresa solo per ribadire il proprio ruolo, per farsi portavoce di una istanza senza alcuna autorizzazione o solo per quindici minuti di celebrità. Chissà a quale categoria di difensori appartiene Alessandro Cecchi Paone che, intervenendo in modo scomposto a La zanzara su Radio 24, si è lanciato in una delle sue invettive «Le calciatrici lesbiche hanno un doppio problema. Ci sono molte più donne lesbiche nel calcio femminile che gay in quello maschile. Da anni aspettiamo il coming out di un calciatore, ma dopo il Mondiale ci sarà il coming out di intere squadre femminili. In una squadra almeno la metà sono lesbiche e ovviamente non lo dico in senso negativo. Le ho sempre protette…’. Viene da chiedersi se un atleta ha l’obbligo di dichiarare i propri gusti sessuali, se deve farlo per compiacere Cecchi Paone e chi la pensa come lui. Si tratta forse di una informazione essenziale per apprezzare le gesta sportive di un calciatore o di una calciatrice? Può esistere una sfera della propria vita privata, della propria intimità che è possibile tenere fuori dal clamore della stampa, dei social media e del pettegolezzo? Speriamo di sì

‘Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre’. Lo disse Abraham Lincoln ma calza a pennello per il Movimento 5 Stelle che più volte si è spacciato per ciò che non era: un movimento con una reale democrazia al suo interno, votato al principio dell’onestà e della trasparenza, con il vincolo dei due mandati, e l’attività politica considerata come una parentesi di ‘servizio civile’ da abbandonare dopo un breve periodo, con il dogma dell’uno vale uno per il quale siamo tutti uguali, con il valore dell’incompetenza elevato a sistema, con lo spirito e le dinamiche della setta religiosa, del nemico alle porte e del complotto permanente. Si sgonfia dopo queste elezioni europee il mito del Movimento creato da Casaleggio padre e dal comico Beppe Grillo, che non a caso se ne è allontanato per non rimanere con il cerino in mano. Perché una bugia ha il tempo contato, soprattutto se la esponi e la racconti a un intero popolo che pretende esempi e non slogan. Diverso il discorso per la Lega di Matteo Salvini che mantiene, ahimè le sue promesse, e che ha il bagaglio culturale e ideologico della destra sovranista e autoritaria e che viene incontro alle frustrazioni di un popolo come quello italiano che non crede più nella democrazia e nelle sue lungaggini, che preferisce le maniere forti, le semplificazioni, le scorciatoie, la disintermediazione, il bianco o il nero. La Lega in tal senso è un’amara verità e il M5S, invece, una stupida bugia che non poteva più resistere dinnanzi al controllo di un elettorato che non perdona più nulla e che di fronte alla inconsistenza dei vertici del Movimento ha deciso di ritirare la fiducia accordata poco tempo fa.

Il caso della professoressa di Italiano Rosa Maria Dell’Aria, dell’istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, sospesa per due settimane dall’Ufficio scolastico provinciale per un video in cui si confrontavano le leggi razziali al decreto sicurezza voluto da Salvini è emblematico dello spirito del tempo in questa nostra Italia, della strategia e della filosofia dell’autoritarismo che serpeggiano e che vogliono imbavagliare il libero pensiero, la pubblica opinione che contrasta con i dogmi del potere, la stampa non di regime, il respiro stesso dell’opposizione e delle minoranze di tutti i generi. Se da un lato è inquietante constatare lo strisciante conformismo al quale ci si dovrebbe conformare, dall’altro è consolatorio assistere a fenomeni vari di resistenza a tutte queste forme di abusi e di violenze che vengono perpetrati ai danni di chi non ha voce e strumenti per farla sentire. I professori e i giornalisti liberi sono custodi della civiltà e della democrazia, del confronto e del dialogo, del diritto di critica e di parola. Sono formatori ed educatori. A loro ma non soltanto a loro, il compito di difendere tutto ciò che abbiamo faticosamente conquistato e che oggi è a rischio.

Costretto per motivi familiari a seguire per un anno e passa le alquanto banali e noiose puntate di Non è l’Arena su La7 e quindi le gesta di un collega che non stimo affatto, Massimo Giletti, alle prese con le tre sorelle Napoli, presunte vittime di intimidazioni mafiose in quel di Mezzojuso, ho sperato e spero ancora che la puntata finale, in diretta, dalla piazza del centro nel Palermitano segni la fine di questa indecente e incresciosa telenovela che ha avuto il solo merito di far capire come non deve essere affrontato il tema della mafia e dell’antimafia in televisione. Tutti gli errori che era possibile commettere,infatti, il masaniello catodico delle cause perse, Giletti, li ha commessi, in fila, uno per uno: confondere vittime con carnefici, criminalizzare e infamare una comunità, far di tutta l’erba un fascio, spettacolarizzare il Nulla ed elevarlo a categoria dell’anima, portare al rango di commentatori-opinionisti personaggi che non avevano niente da dire e che lo dicevano malissimo, alimentare odi meschini, vendette e gelosie, ‘mascariamenti’ alla vigilia della messa in onda settimanale e tutto il campionario dell’antimafia di chi la fa per mestiere, per share e per quindici minuti di notorietà. Resta un fatto: il sindaco di Mezzojuso, Salvatore Giardina, è una brava persona che è entrata in un gioco molto più grande di lui e che in alcuni casi si è fatto prendere la mano. Ma quando una tv prende di mira, solo per questioni di ascolti, una persona o un intero paese, la cosa migliore che le vittime predestinate possono fare è astenersi, non partecipare, ignorare per non legittimare. Giletti e la sua trasmissione erano alla ricerca di un ‘colpevole’, come in tutti i processi che si celebrano in televisione. Il primo cittadino e Mezzojuso servivano solo a questo: assumere le sembianze dell’imputato in attesa del giudizio pronunciato dai telespettatori. Speriamo sia finita, in tutti i sensi, ma non lo credo affatto.

Non ci possono essere dubbi: le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo previste per il 26 maggio 2019 rappresentano un momento decisivo per il futuro prossimo venturo. Si tratta di un appuntamento elettorale che assume un significato ancora più importante di quello intrinseco, per il significato politico che i suoi risultati non potranno che avere. Al di là delle appartenenze ideologiche e partitiche, la vera sfida è tra coloro che continuano a credere nella funzione sociale, culturale, economica e di garanzia delle libertà che l’Unione, con tutti i suoi difetti e le sue lacune, assolve e tra quelli che vogliono accedervi per metterla in discussione se non per disgregarla. Da una parte l’Internazionale sovranista che ha fatto del populismo e della demagogia, dell’odio sociale e della paura i suoi strumenti e dall’altra le forze politiche europeiste, popolari e liberali. La scelta che i cittadini europei dovranno in ultima analisi compiere non potrà che rispondere a questa discriminante che prevale su tutte le altre considerazioni. E’ per questo che queste Europee sono diverse da tutte le altre. Perché si decide del futuro del continente, delle sue aspettative di libertà, di prosperità, di pace e di sviluppo per i prossimi decenni.

La Camera ha approvato all’unanimità, con 461 voti, l’emendamento al disegno di legge ‘codice rosso’ che introduce il reato di revenge porn (vendetta porno), dopo che è stato raggiunto l’accordo tra maggioranza e opposizione. Sulla norma, che vieta la diffusione di video hard a fini ricattatori, la settimana scorsa si era registrato uno scontro in Aula, dopo la presentazione del relativo emendamento da parte di Federica Zanella, di Forza Italia, con rinvio dell’esame del disegno di legge ‘codice rosso’, in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. In base al testo proposto dalla commissione, “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro”. La stessa pena si applica a chi, “avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento. La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici”. “La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale”. Si procede tuttavia d’ufficio quando i fatti sono commessi nei riguardi di persona in stato di inferiorità fisica o psichica o di una donna in gravidanza, “nonché quando il fatto è commesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”. Il Parlamento in questo caso ha dimostrato di sapere stare sul pezzo, giudicando reato una condotta odiosa che ha contraddistinto gli ultimi tempi per la sua frequenza e diffusione.

L’umiliazione che ha dovuto subire il cantante Riccardo Fogli nel corso di una puntata della trasmissione ‘L’Isola dei Famosi’ rappresenta uno dei momenti di massima volgarità e disumanità della moderna televisione nazionale. Esistono delle precise responsabilità che, nella fattispecie, sono state accertate e sanzionate. Rimane il fatto che una struttura di rete televisiva ha permesso che una persona come Fabrizio Corona potesse dare del ‘cornuto’ e del ‘vecchio’ a un uomo come Riccardo Fogli, visibilmente provato per l’esperienza e per la confessione, più o meno veritiera del pregiudicato Corona. In un sistema nel quale i profitti pubblicitari e le carriere televisive vengono decise dall’audience, vi è chi disposto a tutto per ottenere i numeri più alti e, se per far questo, occorre solleticare gli istinti più bassi e le raggiungere le derive più ignobili, si può scommettere che vi sarà chi è disposto a farsene strumento. Invitare certi personaggi in televisione vuol dire inseguire la lite e fomentarla, significa aizzare le paure e accarezzare i pruriti e le voglie più scandalose. Le responsabilità vanno distribuite equamente tra chi organizza questo genere di tv, chi vi partecipa e chi se ne fa spettatore.

Si può essere favorevoli o contrari allo strumento delle primarie per l’indicazione del leader di un partito. Si può essere di uno schieramento antitetico a quello della sinistra. E Nicola Zingaretti può anche suscitare le dovute perplessità o antipatie, ma l’affluenza di quasi due milioni di cittadini alle primarie del Pd é una notizia bellissima per la politica che non si riconosce nella demagogia populista e nella ostentazione della incompetenza e della improvvisazione al potere. ll governo gialloverde e, soprattutto il Paese, da oggi possono contare su una opposizione organizzata e che si è scelta un leader. E Zingaretti ha proprio detto di voler essere un leader e non un capo. Non sono sfumature. La cultura dell’uomo solo al comando appartiene ad altre logiche e ad altre visioni. La politica deve ritornare alle forme e ai contenuti. Le une e gli altri sono essenziali. C’é bisogno di moderazione, di rispetto, di pace sociale, di concordia e di unità del Paese. Tutte cose che la Lega da una parte e la setta del M5S dall’altra, ignorano.