Brexit

Migliore spot per gli euroscettici non poteva essere organizzato e soprattutto gratis. Si, perché l’assegnazione alla città di Amsterdan dell’Ema, l’agenzia europea per il farmaco costretta a lasciare Londra per effetto della Brexit, oltre ad avere il sapore della beffa per la città di Milano -molto più titolata e con requisiti appositi per ospitarla – a causa della modalità di assegnazione, ossia per sorteggio, la dice tutta sul grado di efficienza e di meritocrazia che sovrintende le scelte di Bruxelles. Appare ridicolo che una scelta cosi importante per le ricadute che ha, sia stata presa dalla sorte e non da chi é pagato per assumersene la responsabilità. Gli euroscettici segnano un punto a loro favore: la credibilità di Bruxelles e dell’Unione europea é ai minimi. Con l’affaire Ema é scesa ancora di più.

“Abbiamo apprezzato le risposte positive alle principali preoccupazioni che le associazioni italiane mi avevano esposto nell’incontro, organizzato in settembre a Londra dall’ambasciatore Terracciano, sulla questione dei diritti dei nostri connazionali residenti nel Regno Unito”. Lo ha detto il sottosegretario alle Politiche e Affari Ue, Sandro Gozi, al termine dell’incontro a Roma con David Davis, Segretario di Stato britannico per l’uscita dall’Unione europea. “Avevo sollevato il tema col Ministro David Davis nella mia visita a Downing Street – ha continuato – e le risposte che abbiamo ricevuto sono state rapide e concrete. Questo è molto importante per la comunità italiana nel Regno Unito”. Per Gozi “quello di oggi è stato in generale un incontro costruttivo che conferma il buon rapporto che lega i nostri due paesi, anche alla luce del recente discorso del Primo Ministro Theresa May a Firenze”.

La Brexit e’ un esempio unico di globalizzazione, che colpira’ l’economia britannica indebolendo i legami commerciali con l’Unione Europea e portera’ a maggiori pressioni inflazionistiche anche dopo la fine dell’effetto del recente deprezzamento della sterlina. Lo ha detto il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, intervenuto quest’anno al Fondo monetario internazionale, a Washington, come relatore della conferenza “Michel Camdessus Central Banking Lecture”.
Carney, riferisce il “Financial Times”, ha spiegato che anche se l’intenzione non fosse quella di chiudere il Regno Unito rispetto al resto del mondo, inizialmente l’esito principale sara’ proprio una chiusura, perche’ i legami commerciali con L’Europa saranno danneggiati e ci vorra’ tempo per stringere nuove relazioni con altri paesi. Cio’ comportera’ prezzi piu’ alti per i consumatori e un probabile aumento dei tassi di interesse per tenere l’inflazione sotto controllo. “Sara’, almeno per un periodo di tempo, un esempio di deglobalizzazione”, ha sintetizzato il governatore della Banca d’Inghilterra.

Cresce la pressione sulla premier britannica Theresa May in merito alle modalità del divorzio con l’Unione europea. Mentre all’interno del gabinetto prende corpo l’opposizione verso una ‘hard-Brexit’, anche nella popolazione crescono i dubbi sulla strategia negoziale del governo di Londra. Secondo uno studio condotto dall’istituto ORB il 61% degli intervistati non è d’accordo con la politica della premier. Il mese precedente la percentuale era del 56%, a giugno del 46%. Inoltre solo il 37% crede che con la Brexit la situazione economica migliorerà per i britannici, mentre il 40% crede il contrario; solo il 23% degli intervistati ritiene che dopo il divorzio il Regno Unito avrà un miglior controllo dell’immigrazione.

La possibilità che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avvenga entro marzo del 2019 è “infinitamente piccola”. Lo ha detto l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, in un’intervista a Bbc Radio (Fonte Reuters, ripresa da La Presse). “Ci sono letteralmente migliaia di accordi separati a cui pervenire”, ha affermato e “se ognuno di questi deve essere discusso come una questione di fiducia sul terreno della Camera dei Comuni, la possibilità di concretizzare in 18 mesi è infinitamente piccola”, ha detto Welby riferendosi ai contrasti in politica interna che rallentano il percorso di uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

Bank of America ha annunciato che il suo quartier generale nell’Unione Europea sarà Dublino. E’ la prima grande banca a dichiarare pubblicamente lo spostamento della sua sede Ue da Londra, nel post Brexit. A dirlo al Financial Times è stato l’amministratore delegato Brian Moynihan, che nella capitale irlandese ha incontrato il primo ministro del Paese, Leo Varadkar. Moynihan ha anticipato che il gruppo avrà certamente bisogno di “più” persone nella nuova sede; verranno spostati dipendenti dalla sede londinese, e nuovi posti di lavoro saranno creati, anche se per ora non è stato specificato quanti. Altri istituti come Citibank, Morgan Stanley e Deutsche Bank avrebbero scelto Francoforte, in Germania.

L’Unione europea potrebbe essere pronta ad accettare un compromesso sul principio della libertà di movimento dei cittadini, pur di garantire la permanenza del Regno Unito nel mercato unico. A dirlo è Tony Blair, convinto che una delle opzioni possibili per risolvere il nodo della Brexit, sia la permanenza della Gran Bretagna all’interno di “un’Unione europea riformata”. L’ex premier britannico in un’intervista alla Bbc ha spiegato che la sua previsione si basa su una serie di colloqui avuti in Europa e che le sue non sono parole “a caso”. Lo stesso concetto è stato espresso dall’ex premier in un articolo scritto per la sua fondazione politica, The Tony Blair Institute for Global Change, nel quale afferma che l’elezione in Francia di Emmanuel Macron, la situazione in Europa è cambiata rispetto a quando si votò per la Brexit. Il nuovo presidente francese, scrive Blair, ha in mente “riforme di ampia portata” per l’Europa e la stessa Ue ha in programma una serie di cambiamenti. Alla luce dei colloqui avuti a livello europeo, Blair ritiene che anche Francia e Germania siano oggi più sensibili sul tema dell’immigrazione, che fu centrale nel dibattito sulla Brexit. “I francesi e i tedeschi condividono alcune preoccupazioni britanniche, in particolare sull’immigrazione, e potrebbero accettare un compromesso sulla libertà di movimento”, scrive l’ex premier.

I reali di Spagna, Filippo VI e Letizia, partono per la Gran Bretagna per una visita di Stato, la prima negli ultimi 31 anni. L’obiettivo è quello di rafforzare le relazioni bilaterali in vista della “Brexit”, l’uscita britannica dall’Unione Europea. Il viaggio era già stato programmato e rimandato per due volte: la prima a causa della crisi politica che nel 2016 ha colpito la Spagna, rimasta senza governo per quasi un anno; la seconda a causa della coincidenza della data prevista per la visita con le elezioni anticipate indette dal primo ministro britannico, Theresa May, l’8 giugno. I reali saranno accompagnati dal ministro degli Esteri Alfonso Dastis. La visita comincerà ufficialmente domani, con l’accoglienza da parte del principe Carlo e della moglie Camilla, duchessa di Cornovaglia. I reali spagnoli incontreranno poi la regina Elisabetta II e Filippo di Edimburgo. Filippo VI parteciperà alla sessione congiunta del Parlamento britannico e, insieme alla moglie, parteciperà alla cena offerta dalla regina d’Inghilterra.

Al via oggi i negoziati tra l’Unione Europea e il Regno Unito per la Brexit, in base all’articolo 50 del Trattato sull’Ue, che regola l’uscita di uno Stato membro dall’Unione. La delegazione britannica è attesa a Bruxelles stamani. Tutto è cominciato il 23 giugno 2016, quando oltre il 51% dei britannici nel referendum sulla Brexit ha votato a favore del ‘divorzio’ e circa il 28% per restare, con un’affluenza del 72%. L’incertezza aleggia sulla linea che seguirà il Regno Unito, vista la situazione politica nell’isola,con l’indebolimento della premier Theresa May, dopo le elezioni. La delegazione britannica è guidata dal conservatore David Davis, a capo dei negoziatori Ue c’è il francese Michel Barnier, ex commissario europeo.

Stampa britannica ricca di commenti sulla crisi politica che si e’ aperta dopo le elezioni del Regno Unito di giovedi’ scorso, nelle quali la premier e leader conservatrice, Theresa May, ha perso la maggioranza assoluta. I giornali prendono posizione con gli editoriali non firmati, attribuibili ai direttori. Per il “Financial Times” il risultato offre l’opportunita’ di aprire un dibattito serio sull’uscita dall’Unione Europea: la rigida visione di May andava contro l’interesse nazionale. “The Guardian” sottolinea la debolezza del governo: il rimpasto dimostra che May non e’ in grado neanche di scegliersi i ministri che vorrebbe; e’ in carica, ma non al potere. Al contrario “The Telegraph” vede nel rimpasto il primo passo per ripristinare la credibilita’ dei conservatori. “The Times” evidenzia l’isolamento della premier: dopo aver permesso ai Brexiter intransigenti di dettare il suo programma sull’uscita dall’Unione Europea, May dovrebbe sondare una piu’ ampia gamma di pareri, rivolgendo l’attenzione soprattutto alla comunita’ di impresa. “The Independent” si concentra sulla trattativa col Partito unionista democratico (Dup) dell’Irlanda del Nord, avvertendo che un accordo potrebbe mettere a rischio il processo di pace nordirlandese. Per il “Mirror” ora tutto e’ possibile, anche che Jeremy Corbyn diventi primo ministro.