Donald Trump

Non è facile immaginare l’esplosione del moderno populismo in tutte le sue varie declinazioni in assenza del mondo, anch’esso variegato, dei social media, da Facebook a Twitter sino ad Instagram. La crescita esponenziale dei vari leader che sulla demagogia populista hanno puntato tutte le fiches a loro disposizione non vi sarebbe stata senza questi strumenti di comunicazione di massa che veicolano in tempo reale slogan, ultimatum, diktat, flash mob, minacce, promesse, e quant’altro. I social media hanno consentito a leader carismatici di raggiungere il popolo, le masse, senza alcuna intermediazione, a loro stessi invisa e da loro stessi vilipesa. Da una parte il Capo, dall’altra le masse. In quest’ottica, il fatto che Facebook prima e Twitter dopo abbiano oscurato Donald Trump, ritenuto colpevole delle aggressioni avvenute al Congresso americano e della occupazione del medesimo da parte di suoi aficionados ha suscitato reazioni e commenti sulla legittimità di provvedimenti che, di fatto, tolgono il diritto di parola a esponenti politici. Non sembra convincere, del resto, la giustificazione in base alla quale l’uso di queste piattaforme deve sottostare a regole prefissate da parte di tutti gli utenti. Viene da chiedersi, infatti, se i controlli da parte di questi grandi gruppi vengano effettuati nei confronti di tutti i dittatori che esercitano il loro ruolo in vari paesi. In ogni caso, viene confermato il dato che vede nel binomio populismo-social media, una formula vincente con la quale dovremo fare i conti anche nell’immediato futuro.

Era il 28 maggio del 1975 e il senatore americano Joseph R. Biden scrisse ad Hannah Arendt, filosofa e politologa di rango, autrice de La banalità del male, per complimentarsi di un articolo in cui la donna disquisiva della menzogna in politica. Biden é l’attuale presidente Usa, e ha prevalso sul rivale, Donald Trump, che delle menzogne in politica, delle fake news, ha fatto una regola del suo mandato e del suo impegno politico. E’ davvero stupefacente che ben 45 anni prima un esponente politico importante degli States sentisse il bisogno di approfondire un tema cosi importante che lo avrebbe diviso in modo netto dall’altro pretendente, portandolo alla vittoria e segnando non solo per gli Stati Uniti ma per tutto il mondo un segnale di speranza, di dialogo e di buona politica.

Donald Trump sale a Capitol Hill per incontri che potranno rivelarsi decisivi per la sua agenda politica. Infatti dall’incontro con i leader repubblicani e democratici del Congresso potrà uscire l’accordo per arrivare all’approvazione del bilancio prima della scadenza dell’attuale legge di spesa, l’otto dicembre prossimo. Ma entrambe le parti stanno già facendo circolare l’idea di votare un’altra misura di esercizio provvisorio per poter continuare i negoziati fino a subito prima di Natale. Ma l’incontro forse più importante per Trump è quello con i senatori repubblicani poco prima del voto in commissione sulla riforma fiscale, l’ultima, migliore, chance che hanno i repubblicani di chiudere il primo anno di controllo di Casa Bianca e Congresso con un importante successo legislativo. L’esito positivo finale non è scontato dal momento che i repubblicani hanno una maggioranza molto ristretta e possono permettersi solo due defezioni, calcolando di ricorrere al voto del vice presidente Mike Pence, che esprime il voto solo in situazioni di parità. Ieri Steve Daines è stato il secondo senatore repubblicano ad esprimere critiche nei confronti della riforma fiscale, anche se molti osservatori ritengono che alla fine il suo non sarà un “no”.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e’ in Giappone, la prima tappa di un tour che lo portera’ fino al 14 novembre a visitare cinque paesi dell’Asia. Si tratta del tour internazionale piu’ lungo di un presidente Usa dai tempi di George Bush padre. Nel discorso tenuto alle forze statunitensi e giapponesi alla base aerea di Yokota, Trump ha dichiarato: “Voi siete la piu’ grande speranza per la gente che vuole vivere in pace e armonia e siete la piu’ grande minaccia per i tiranni e i dittatori che prendono di mira gl innocenti”. E con uno sguardo alla Corea del Nord, ha continuato: “Nessun dittatore, nessun regime, nessuna nazione deve sottovalutare la determinazione degli americani. Qualcuno nel passato ci ha provato, non e’ stato piacevole per loro”. La riposta di Pyongyang non si è fatta attendere: “punizioni spietate” per i “commenti sconsiderati” fatti dal presidente Trump al suo arrivo in Giappone. Così riferisce la testata sudcoreana “Korea Herald” che cita l’organo ufficiale del partito dei lavoratori nordcoreano “Rodong Simmun”.

La situazione in Siria e la stabilizzazione dello scenario locale potrebbero essere i temi al centro dei colloqui tra i presidenti di Russia e Stati Uniti, Vladimir Putin e Donald Trump, durante il loro incontro previsto a margine del vertice della Cooperazione economica asiatico pacifica (Apec) che si terra’ in Vietnam dal 10 all’11 novembre. Ad annunciarlo è stato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov. Peskov, come riportano i media nazionali, ha detto che i due presidenti hanno interesse a discutere di questioni di comune attenzione.

Ne’ come Donald Trump, ne’ come gli sportivi entrati in rotta di collisione con il presidente degli Stati Uniti. Il n.1 del Coni, Giovanni Malago’, spiega cosi’ il suo pensiero sugli attacchi del Presidente degli Usa agli atleti che non onorano la bandiera statunitense per protesta contro l’ineguaglianza razziale. “Se fossi un politico, cosa a cui non aspiro, non mi metterei mai contro lo sport perche’ e’ un boomerang – ha detto Malago’ a margine della presentazione degli Open d’Italia di golf -, ma se fossi uno sportivo, non prenderei mai posizioni cosi’ forti contro la politica”.

Le recenti affermazioni del presidente americano Donald Trump sono “una chiara dichiarazione di guerra” alla Nord Corea. Lo ha detto il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong Ho in un incontro con la stampa a New York. “La carta delle Nazioni Unite sancisce il diritto all’autodifesa degli stati membri e, visto che gli Usa hanno dichiarato guerra al nostro paese, noi abbiamo il diritto di rispondere e di abbattere i caccia americani anche se non sono ancora all’interno dei nostri confini”, ha dichiarato Ri Yong Ho. Il ministro degli Esteri ha poi precisato che il paese asiatico “spera sinceramente che la guerra di parole non si trasformi in azioni reali”.

Hillary Clinton potrebbe contestare la legittimità della vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016. L’ex first lady, in una intervista alla rete televisiva pubblica Npr, ha spiegato che potrebbe agire in questo modo se dalle indagini in corso dovesse emergere l’influenza della Russia sul voto più profonda di quanto immaginato finora. La Clinton è intervenuta su questo argomento dopo l’audizione davanti alla commissione intelligence del Senato di John Podesta, l’ex presidente della sua campagna elettorale

Donald Trump massacra l’ortografia e il dizionario non ne puo’ piu’. Esasperato dopo le ripetute offese alla lingua inglese del capo della Casa Bianca, il Merrian Webster ha replicato su Twitter facendosi beffe degli svarioni digitati dal presidente sul suo profilo di microblogging. Grazie all’opera di alcuni “bot” che conservano ogni micromessaggio anche dopo che l’autore lo ha cancellato, e’ ora possibile tener dietro a tutti gli errori e i ripensamenti di Trump su Twitter. Come quello, ripetuto due volte il fine settimana, che ha confuso il verbo “heal” (guarire) con “heel” (persona disprezzabile). Il messaggio era quello di domenica in cui il presidente ha teso un ramoscello di ulivo ai contromanifestanti di Boston. Il Merrian Webster gli ha fatto notare la differenza postando un tweet con tanto di emoji e le varie definizioni delle parole che “suonano” simili a “heal”, tra cui appunto “heel”, quella usata da Trump: “oltre ad essere una persona disprezzabile e piena di se'” o “inaffidabile” e’ anche una parte del corpo, il calcagno, per cui Trump e’ stato esentato dal servizio militare negli anni del Vietnam. E’ da gennaio, quando il tycoon si e’ insediato alla Casa Bianca, che il Merrian Webster ha trovato la sua vena all’insegna della satira politica. Prima il dizionario aveva usato la sua presenza su Twitter per due post quotidiani, uno con la definizione della parola del giorno, l’altro con un quiz ortografico per il lettori. Trump

La Casa Bianca comunica con una nota l’uscita di scena di Steve Bannon. “Il capo dello staff della Casa Bianca John Kelly e Steve Bannon hanno convenuto di comune accordo che oggi sarebbe stato l’ultimo giorno per Steve.Siamo grati per il suo servizio e gli auguriamo il meglio”, si legge in una nota della portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders citata da diversi media Usa. Che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, intendeva rimuovere Steve Bannon dal suo posto alla Casa Bianca era stato detto poche ore fa dal New York Times e da altri media. Secondo la Cnn Trump era furioso per una recente intervista di Bannon.Tra le altre cose, l’uscita di Bannon fa tirare un piccolo sospiro di sollievo ai mercati, e Wall Street chiude la settimana recuperando una parte delle perdite subite col tonfo dei giorni scorsi. Lo spettro di un addio di Cohn sembra per ora allontanarsi. Anche perche’ – osservano alcuni commentatori – non è un segreto che Trump gli abbia promesso la presidenza della Bce dopo Janet Yellen, in uscita nel 2018. Ma Cohn vuole lavorare senza più ostacoli provocati da una presidenza finora improntata sull’improvvisazione. Con l’obiettivo di portare a casa nel 2018 almeno l’annunciata ‘rivoluzione’ fiscale. Difficile che in vista delle elezioni di metà mandato qualcuno in Congresso si opponga a un massiccio taglio delle tasse. Ma oramai i repubblicani che vorrebbero staccare la spina al presidente non si contano più.Si allunga lista ‘silurati’ Trump – Donald Trump caccia anche il chief strategist Steve Bannon, allungando cosi’ la lista delle uscite eccellenti dalla Casa Bianca. In quasi sette mesi il presidente americano ha rivoluzionato piu’ volte la sua amministrazione puntando a circondarsi di fedelissimi. E ricorrendo alle parole che piu’ apprezza: “You are fired!”, sei licenziato, lo slogan che ha reso popolare nello show televisivo ‘The Apprentice’. La prima testa a cadere e’ stata quella di SALLY YATES, il ministro della giustizia ad interim e una delle ultime eredita’ dell’era Obama. A poche ore dalla scadenza del suo mandato (sarebbe stata automaticamente sostituita da Jeff Sessions la cui conferma in Senato era attesa il giorno seguente) Yates e’ stata fatta fuori a sorpresa per essersi ”rifiutata di attuare” il bando degli arrivi da sette paesi a maggioranza musulmana. Yates e’ colei che ha messo in guardia la Casa Bianca su Michael Flynn, ritenuto ‘ricattabile’ dai russi. Proprio a MICHAEL FLYNN, travolto dal Russiagate, Trump e’ stato a malincuore costretto a rinunciare.