“La forza di una democrazia non è quella di impedire, ma di garantire a tutti la libertà di poter esprimere le proprie opinioni”. Lo afferma in ministro dell’Interno, Marco Minniti in una intervista al settimanale Tempi dal titolo ‘Come sono diventato Minniti’, in cui parla della sua esperienza al Viminale. “Sono stati -spiega- tre mesi di corsa, ma parlo solo se ho qualcosa da dire”. “La parola serve per spiegare quello che hai già fatto, non quello che vuoi fare”. Per certi aspetti a qualcuno ricorda Francesco Cossiga di cui racconta: “È stato un amico, come si può essere amici tra chi ha una certa distanza di età. C’è un episodio che lui stesso raccontò quando andai a casa sua a chiedergli di votare il sostegno al governo Prodi. Non ci crederete, ma il colloquio si svolse in bagno”. Dell’ex segretario-premier Matteo Renzi, che ha una storia politica lontana anni luce per studi e tradizione da quella di Minniti, l’inquilino del Viminale dice “è un riformista in grado di incarnare quel progetto”. Scorrendo le vicende odierne passa in rassegna la fuga di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, e di tutti i compagni che hanno lasciato il Pd. Ha sofferto l’uomo della ragion di Stato? “Sì – Perché quelli sono stati gli amici di una vita. Dico amici e non compagni perché ritengo che amico sia un tantino più importante di compagno. Però vorrei dire una cosa: chi si è impegnato a fondare il Pd sapeva benissimo che la parola unità è la sua ragione fondativa”. E conclude: “Se c’è qualcosa che non convince io mi alzo e me ne vado”.





