Editoriale

Alcuni casi di cronaca giornalistica (si fa per dire) hanno portato alla ribalta il tema della verifica preventiva delle notizie. Due giornalisti italiani hanno infatti dato una notizia salvo precisare che era in corso una verifica. Troppo facile e troppo comodo. Una notizia infatti é tale se il giornalista opera, secondo i criteri deontologici, una verifica delle fonti, della veridicità dei fatti. Diffondere una notizia che non è stata verificata pone il giornalismo allo stesso piano del gossip, della diceria, dell’indiscrezione e il fatto di precisare che sono in corso delle verifiche sulla effettiva veridicità della presunta notizia non pone al riparo coloro che la diffondono. In un’epoca come la nostra nella quale imperversano le mistificazioni, la disinformazione organizzata e la manipolazione dei fatti attraverso i social media, se vengono a mancare le garanzie di un buon giornalismo, non sarà più possibile distinguere ciò che é vero da ciò che non lo é. Il giornalismo é essenzialmente verifica e controllo della notizia. Tutto il resto é diffamazione.
(La verifica delle fonti non è una buona pratica facoltativa: è un obbligo deontologico e giuridico, sancito dalla legge professionale n. 69/1963 e ribadito nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista, oltre che nel nuovo Codice deontologico in vigore dal 1° giugno 2025. Ancora più chiaro è il principio della verità sostanziale dei fatti: il giornalista ha il dovere inderogabile di rispettarla, operando con lealtà e buona fede).

A volte tutto ciò che il buonsenso ci indica come ovvio è oggetto di discussioni e di rivendicazioni. Il referendum proposto dal governo Meloni in materia di giustizia e di ordinamento giudiziario appare come una cosa di normale buonsenso. Che un giudice sia effettivamente terzo, indipendente, imparziale dinnanzi alle parti che espongono le proprie argomentazioni anche ad un bambino sembrerebbe una lapalissiana verità. E invece per alcuni non é cosi. Oggi in Italia il giudice e il pubblico ministero appartengono alla medesima squadra. In gergo calcistico si direbbe che indossano la stessa maglietta. Il referendum si propone di cambiare questa situazione, intervenendo anche sulla regolamentazione del Consiglio superiore della magistratura, un organismo che oggi raggruppa sia i giudici sia i pubblici ministeri, con tutte le contiguità e le complicità che é lecito immaginare e che oggi é ostaggio delle logiche correntizie e della partitocrazia peggiore. Ma anche questo elemento non sembra essere sufficiente. La politicizzazione del quesito ne ha sporcato la ratio, spostando l’attenzione sull’elemento politico, su chi ha proposto i quesiti al fine di migliorare il funzionamento del servizio imprescindibile della giustizia. Un’occasione imperdibile per il centrosinistra che vorrebbe utilizzare il voto referendario per dare una spallata al governo di Giorgia Meloni e per difendere il ruolo politico della magistratura che, in buona parte, ad essa si ispira per cultura e vicinanza politica. E sembra che nemmeno il fatto che in tutte le democrazie liberali compiute la separazione delle carriere sia un dato di fatto riesca a convincere i sostenitori del No. Alla fine della fiera, il voto politico, di apparato, il voto emozionale prevarrà e il referendum finirà purtroppo per essere un sondaggio politico sul governo di centrodestra, sul Premier. Le ragioni dell’odio e della paura immotivata avranno la meglio sulla ragionevolezza e su una norma che cerca di ristabilire la parità tra accusa e difesa dinnanzi ad un giudice libero da appartenenze e condizionamenti. La civiltà del diritto potrebbe avere la peggio, in favore del livore partitico e della faziosità settaria. Il rischio c’è ma é bene non perdere la fiducia e la speranza.

E’ importante saper vincere ma anche e soprattutto imparare a perdere. E’ questo il pensiero che mi viene alla mente dopo aver visto la reazione dello scacchista norvegese Magnus Carlsen – campione del mondo dal 2013 al 2023 – dopo la sconfitta subita dall’indiano Gukesh Dommaraju. Una sconfitta imprevista, visto il livello dei due giocatori, e considerata la situazione della partita, con una situazione di evidente vantaggio per Carlsen che ha reagito in malo modo, sbattendo i pugni sulla scacchiera e mostrando tutta la sua ira. Sono queste le situazioni che distinguono un vero campione da uno che non sa gestire le sconfitte. Gli scacchi sono considerati lo sport più crudele del mondo perché a scontrarsi sono due intelligenze. Saper affrontare l’imprevisto di una sconfitta, la delusione per una vittoria che sembrava a portata di mano, non é da tutti. Un vero campione sa che la sconfitta e il successo sono due impostori, come ben sapeva Rudyard Kipling. Carlsen ha reagisto con un gesto di stizza dopo aver perso in maniera del tutto inaspettata una partita che stava vincendo contro il giovanissimo Gukesh Dommaraju, 19 anni, indiano, diventato numero uno al mondo nel dicembre scorso ai campionati ai quali Carlsen non aveva partecipato. L’ex campione, noto per il suo autocontrollo in gara, stavolta ha reagito sbattendo il pugno sul tavolo e rovesciando i pezzi sulla scacchiera. Subito dopo, comunque, si è ripreso e ha stretto la mano all’avversario. Uno spettacolo indecoroso che avremmo preferito non vedere anche perchè il gioco degli scacchi si é sempre contraddistinto per una sua eleganza e compostezza. In questo caso, il vincitore Gukesh ha invece dimostrato tutto il suo fair play commentando cosi l’accaduto ‘ 99 volte su 100 avrei perso quella partita. Sono stato molto fortunato’. Ecco un esempio di rara sportività e di umiltà.

Uno studio di Noto sondaggi per il Sole24ore che accende i riflettori sul mondo giovanile e che registra un malessere diffuso. Il trend che riguarda sempre più giovani è quello del sostanziale rifiuto di tutto ciò che è pubblico e che ha carattere sociale e politico. Le incognite che pesano su un futuro sempre più incerto e indecifrabile sono quelle del lavoro, della crisi climatica e dell’economia. La politica resta un miraggio, una cosa lontana: il 52% dei nostri giovani non andrebbe a votare in caso di elezioni. S impone la centralità della dimensione individuale, alimentato anche dal sentimento di una esclusione sociale: un giovane su cinque si sente escluso dalla società. Versa in condizioni migliori, contrariamente alle aspettative, la famiglia: il 54% dei giovani la considera ancora un riferimento, un posto in cui rifugiarsi. In peggiori condizioni la dimensione relazionale e sociale: perde di interesse per il 55% degli intervistati. Emerge un dato: nonostante l’alto livello di interconnessione e la dipendenza dalla tecnologia, solo il 17% dei giovani vive il proprio isolamento sui social media che restano una fonte di informazione ma che non li toglie da una solitudine esistenziale e comunicativa. Una dimensione già sottolineata negli ultimi anni dal crescente fenomeno dell’hikikomori, l’isolamento sociale volontario emerso negli anni Novanta in Giappone, letteralmente lo ‘stare in disparte’ di quelle persone ‘colpite da una sindrome che induce a chiudersi nella propria stanza senza mai uscirne’. Un fenomeno che per certi versi può essere accostato a quello dei NEET (not engaged in education, employment or training), gli inattivi: le persone che in un dato periodo della loro vita non lavorano, non studiano né si formano. Una fotografia sociale che impone delle domande e soprattutto delle risposte.

Da mesi si discute dell’opportunità, della legittimità, della costituzionalità relativa alla riforma che il governo Meloni si avvia a operare sulla cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati per quello che attiene la loro funzione giudicante e requirente. I due schieramenti – partiti a sostegno del governo da una parte, organismi rappresentativi della magistratura e opposizione politica dall’altra si sono battuti con argomentazioni e dispute giuridiche, illustrando i benefici gli uni, paventando i pericoli gli altri. Ebbene, viene da chiedersi, in questa querelle, quale sarebbe il vantaggio che i cittadini, gli utenti del servizio essenziale dell’amministrazione della giustizia ne avrebbero. Ebbene,è plausibile che un cittadino preferisca una distinzione netta dei ruoli e delle funzioni. Del resto, sarebbe questa la naturale conclusione dell’evoluzione del processo penale in senso accusatorio: un giudice terzo e la parità sostanziale e non solo formale tra difesa e accusa. Dovrebbe essere questo, secondo un principio di buonsenso, l’interesse per il cittadino, a prescindere dalle strumentalizzazioni politiche e dalle convenienze di parte.

‘Vivo un malessere, mi sentivo un estraneo’. Queste le parole del reo confesso che, a diciassette anni ha ucciso a coltellate il padre, la madre e il fratello a Paderno Dugnano, nel Milanese. Ha pianto a lungo, incredulo dinnanzi al suo misfatto. Ora si trova presso il centro di prima accoglienza del Beccaria di Milano, in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto. Non ci sarebbe un vero movente, stando a quanto hanno riferito i magistrati che si stanno occupando del caso. Riferiscono, inoltre, che questo pensiero omicida lo attanagliava da giorni. Il dettaglio sarebbe questo: ha prima accoltellato il fratellino nella loro stanza, subito dopo la madre accorsa per le urla del secondogenito, quindi il padre, alle spalle. Lo hanno trovato seduto su un muretto, calmo. Davanti a lui, per terra, il grosso coltello da cucina, arma del reato. Saranno eseguite nei prossimi giorni le perizie psicologiche e psichiatriche. Resta lo sdegno, restano le domande e la tragedia di una famiglia che oggi non esiste più. Le ipotesi restano tutte aperte, come i quesiti e i primi responsi sui social media, di chi dà la colpa di questo disagio giovanile alla società, alla scuola, agli smartphone, ai genitori che non sanno più fare il loro difficilissimo mestiere, al mondo virtuale che ha privato i ragazzi di oggi della realtà vera, dalla quale in molti vogliono sfuggire, nei modi più illogici e crudeli.

Trump giudicato colpevole, di tutti e 34 i capi d’imputazione. Con un verdetto che creerà polemiche per mesi una giuria di Manhattan, al termine di due giorni di camera di consiglio, lo ha condannato nello scandalo Stormy Daniels. Trump diventa così il primo ex presidente americano condannato in un processo penale e anche il primo candidato presidenziale a correre adesso per la Casa Bianca nei panni di pregiudicato. Il verdetto, per la legge americana, non gli impedisce di essere candidato né, se uscisse vittorioso dal voto di novembre, di tornare alla presidenza.
La pena, che sarà stabilita in un’udienza successiva fissata per l’11 luglio, può variare da un massimo di 4 anni di carcere alla libertà vigilata, dagli arresti domiciliari fino ad una semplice multa. Un ricorso in appello da parte di Trump è inoltre certo e potrebbe prolungare l’iter della vicenda anche di anni, prima che venga risolta in modo definitivo. Nel frattempo il tribunale potrebbe sospendere l’applicazione di ogni sentenza. Gli avvocati difensori dovrebbero chiedere un rinvio già della data per la decisione sulla pena, che cade alla vigilia della Convention repubblicana di metà luglio che dovrebbe ufficialmente nominare Trump candidato del partito a novembre.
Il clima dopo il verdetto si è subito scaldato. Trump ha reagito denunciando il processo contro di lui, durato quattro settimane, come un procedimento “truccato” e come una “disgrazia”, gestito da un magistrato, il giudice Juan Merchan, che ha apostrofato come “corrotto”. Il Presidente democratico in carica e suo probabile avversario al voto di novembre, Joe Biden,in una email ai sostenitori, ha invece rimarcato: “C’è un solo modo per tenere Donald Trump fuori dalla Casa Bianca: le urne”.
Il procuratore distrettuale di Manhattan che portato avanti il caso, Alvin Bragg, ha da parte sua affermato che tra le polemiche “la giuria ha parlato e la sua voce è l’unica che conta”. Il procuratore distrettuale che ha guidato la pubblica accusa, Alvin Bragg, ha risposto che il processo dimostra che nessuno è sopra la legge e che l’unica voce che conta è quella della giuria. Trump, ha detto, è stato alla fine trovato colpevole di uno schema per corrompere le elezioni del 2016.
Trump era accusato di truffa e falsificazione di documenti e contabilità al fine di occultare pagamenti ad una pornostar, Daniels, che aveva minacciato di rendere pubblica la storia di una sua relazione extraconiugale con il magnate, avvenuta sei anni prima, alla vigilia delle elezioni del 2016. Trump, nella ricostruzione della pubblica accusa, temeva che le rivelazioni potessero costargli la chance di una elezione alla Casa Bianca (poi avvenuta). Di conseguenza istruì il suo ex faccendiere Michael Cohen di pagare 130.000 dollari alla Daniels, soldi che successivamente rimborsò a Cohen riportando falsamente quei versamenti sotto forma di spese legali. Cohen, che ha da tempo rotto con Trump, è stato il teste chiave dell’accusa durante il processo, nonostante gli sforzi della difesa di screditarlo come un bugiardo. L’accusa ha anche potuto far leva su prove della falsa documentazione dei rimborsi. Ha tirato le fila della sua tesi accusando Trump di una cospirazione con l’obiettivo di manipolare l’esito elettorale.
I dodici giurati, prima di esprimersi all’unanimità, hanno chiesto di riascoltare alcune parti delle testimonianze, a cominciare da quella di Cohen ma anche le parole dell’editore di destra David Pecker, che ha ammesso l’esistenza di una articolata strategia per aiutare Trump comprando e occultando storie potenzialmente dannose per la sua campagna, tra le quali altre tresche sentimentali al di là dell’affaire con Daniels. Trump ha sempre negato ogni addebito.
Resta ora da verificare soprattutto l’impatto politico del verdetto: alcune fasce di elettori hanno indicato che una condanna potrebbe spingerli ad abbandonare Trump alle urne. Secondo alcune analisi questo gruppo potrebbe rappresentare il 6% degli elettori ed essere decisivo in stati incerti e cruciali per il successo nella corsa alla Casa Bianca. Finora gli scandali non hanno però scalfito la sua popolarità nei sondaggi, tutt’altro, e molti osservatori e analisti politici sono convinti che questo verdetto di colpevolezza possa essere decisivo per la sua vittoria alle Presidenziali, facendolo sembrare un verdetto politico e conferendo a Donald lo status di vittima del sistema di potere che lo avversa politicamente.

Non passa giorno che non si verifichino gaffe, smentite, asserzioni strampalate, incidenti diplomatici a causa di affermazioni fuori luogo e lesive dell’onore o della dignità delle persone quando non anche del buon senso e della decenza. Nell’epoca della comunicazione globale e in tempo reale, proliferano i casi di sproloqui e di offese gratuite causate dalla smania di una moltitudine di persone che aprono bocca non curandosi minimamente di riflettere per un attimo alle conseguenze e alle possibili ripercussioni delle parole proferite. Non si salva quasi nessuno: né chi ha studiato né chi non ha avuto questa fortuna. Non si salvano i politici né alcuni opinionisti e magistrati, professori universitari, presentatori televisivi, attori, artisti, stilisti, giornalisti, docenti e discenti, uomini e donne. Una vera e propria epidemia. Basterebbe – diranno i più – pensare anche solo un minuto a ciò che si sta per dire, se sia offensivo nei confronti di qualcuno, se sia opportuno dire sempre ciò che si pensa quando sarebbe sufficiente pensare a ciò che si sta per dire. Niente. Non si salvano che in pochi. E si appellano alla libertà di espressione come se ci fosse qualcuno che volesse scippargliela. Incuranti del fatto che anche stare in silenzio é libertà di esprimersi.

Il calcio e altre discipline sportive ci hanno abituato, ad intervalli regolari, a vittorie e successi internazionali. Con il tennis é stata tutta un’altra storia. Sarà perché si tratta di uno sport individuale o perché di grandi talenti ne nascono uno ogni cinquant’anni. Di fatto, l’ultima vittoria di un italiano in un torneo del grande slam risale al 1976 con Adriano Panatta che si impose al Roland Garros. Da allora, più niente. E’ per questo che la vittoria di Jannik Sinner agli Internazionali di Australia assume una forza e un significato di alto valore. Se poi consideriamo che il giovane altoatesino aveva perso i primi due set che ha ribaltato la situazione aggiudicandosi gli altri tre set consecutivi, si capisce bene come questo successo non possa che configurarsi con gli elementi dell’unicità. Non possono che essere menzionati l’umiltà del giocatore, la sua semplicità, la sua simpatia e una eleganza dentro e fuori dal campo che ne aumentano ancor di più il fascino. Chapeau

Non vi sono elementi che possano, ad oggi, autorizzare ottimismi e visioni più o meno serene per il 2024. I conflitti che non accennano a scemare – russo-ucraino e israelo-palestinese su tutti – le incertezze sul piano economico e sociale, il divario sempre crescente tra povertà e ricchezza, l’incapacità di un governo mondiale, i fenomeni migratori sempre più pervasivi, le baruffe sul cambiamento climatico, gli scenari di un nuovo ordine mondiale che tendono a sconvolgere gli assetti conosciuti, sono tutti fattori che non lasciano ben sperare. Emerge chiaramente un fallimento generale della politica e della diplomazia, a tutto vantaggio di una finanza sempre più globalizzata che fa sentire i suoi morsi, il suo potere, l’inesorabilità dei suoi ritmi. Dinnanzi a tutto questo, l’Unione europea arranca, tra sovranismi che vogliono metterla in discussione e tensioni nazionalistiche che fanno sentire la propria voce. Gli States, dal canto loro, si preparano alle elezioni presidenziali che non lasciano intravedere all’orizzonte nessuno statista degno di questo nome, nè sul fronte democratico nè su quello repubblicano. India, Corea del Nord, Cina, Turchia, Russia, Brasile, alzano la voce per prepararsi a nuovi protagonismi. L’Africa, dilaniata da mille guerre e da una eterogeneità complessa, resta l’incognita per il futuro del pianeta. Assistiamo, pertanto, ad un disordine mondiale, con poche certezze, tanta instabilità e fiumi di sangue che scorrono e che nessuno riesce ad arrestare.