corte d’Appello

Lo Stato dovra’ risarcire oltre 17 milioni di euro a 29 familiari delle vittime della strage di Ustica (27 giugno 1980, 81 morti). E’ quanto ha stabilito, con una sentenza depositata ieri, la prima sezione civile della Corte d’Appello di Palermo rigettando l’appello che l’Avvocatura dello Stato aveva presentato contro la sentenza di condanna emessa dal Tribunale civile di Palermo nel 2011. Secondo la Corte del capoluogo siciliano, resta accertato il depistaggio delle indagini svolte all’indomani del disastro aereo del Dc9 Itavia. Il velivolo, che da Bologna andava a Palermo, con ogni probabilita’ fu abbattuto da un missile e a parere dei giudici civili di Palermo i Ministeri della Difesa e dei Trasporti non assicurarono al volo adeguate condizioni di sicurezza. Per i giudici palermitani e’ esclusa l’ipotesi alternativa della bomba collocata a bordo dell’aereo o di un cedimento strutturale, in linea, quindi, con lo scenario gia’ tracciato dall’istruttoria conclusa nel ’99 dal giudice Rosario Priore.

Hanno compiuto “gesti rituali del disciolto partito” fascista, ma “non e’ chiaro” se “il loro comportamento abbia superato il confine della commemorazione per giungere alla condotta diffusiva” della ideologia. Lo scrive la Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui ha confermato l’assoluzione, decisa dal gup il 10 giugno del 2015, di Marco Clemente e Matteo Ardolino, esponenti di Casapound accusati di apologia del fascismo per avere fatto il saluto romano durante la commemorazione, il 29 aprile 2014, dello studente Sergio Ramelli, di Enrico Pedenovi e Carlo Borsani. Il sostituto pg Annunziata Ciaravolo, cosi’ come l’associazione nazionale partigiani Anpi che si e’ costituita parte civile, aveva chiesto la condanna a 6 mesi di reclusione per i due imputati. La Procura appellante aveva infatti ribadito “la sussistenza negli imputati della volonta’ diffusiva della ideologia fascista, intrinsecamente connessa alla modalita’ della manifestazione commemorativa”. Come si legge nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello del 21 settembre 2016 che ha confermato il verdetto impugnato dalla Procura, “non vi e’ dubbio” che ci sia stata da parte degli imputati, difesi dai legali Vanessa Bonaiti e Jacopo Cappetta, il richiamo all’ideologia del fascismo, tra cui l’uso di “bandiere con croci celtiche (in realta’ non utilizzata dal partito fascista, ma da alcuni movimenti politici di destra che hanno associato il simbolo al fascismo), la chiamata al presente e il saluto romano”, ma, scrive il giudice, “appaiono dubbie la volonta’ e la capacita’ diffusiva della manifestazione stessa.  I giudici di secondo grado, citando alcune sentenze della Corte Costituzionale, hanno ricordato che penalmente rilevanti sono quelle manifestazioni in cui i “gesti di richiamo all’ideologia fascista siano svolti in occasione di una riunione pubblica” e “che vi sia il dolo, anche generico, di volere diffondere ideologia”, con atteggiamenti “tali da porre in pericolo l’ordine democratico”. La Corte ha quindi ribadito, come gia’ rilevato dal gup, la natura “commemorativa” della manifestazione dell’aprile 2014, nata per ricordare “la morte di tre persone, uccise nell’ambito di una violenta lotta politica, a causa della loro adesione a una ideologia”. I partecipanti, infatti, “hanno sfilato in assoluto silenzio, con un atteggiamento di rispetto nella memoria delle vittime di violenza”, senza “innalzare cori inneggianti” o esprimere “propaganda e volonta’ di diffusione di un’ideologia”. Inoltre la loro condotta, che “non implica di per se’ l’intenzione di sollecitare l’adesione all’ideologia da parte di un numero indeterminato di persone estranee alla manifestazione”, secondo la Corte d’Appello, va valutata anche in relazione “all’evoluzione storico sociale che impone di valutare in maniera piu’ rigorosa la sussistenza o meno del pericolo di diffusione dell’ideologia”.