crisi politica

La crisi dei partiti in Italia e’ una delle cause della sfiducia dei cittadini nei confronti della politica. La partitocrazia e’ sì il tarlo che corrode la democrazia, ma non i partiti, organismi indispensabili per il corretto funzionamento di uno Stato democratico. Serve una legge che fissi le regole dei partiti e che garantisca trasparenza, partecipazione, vera democrazia al loro interno. L’alternativa al partito e’ il comitato d’affari, il partito carismatico e/o personale, la setta religiosa (M5S), il partito-azienda, le lobbies.

Si parla ormai apertamente di un dopo-Temer anche tra gli alleati del presidente del Brasile, Michel Temer, entrato recentemente nella lista degli indagati dell’inchiesta ‘Lava Jato’, la Mani Pulite locale: lo sottolineano oggi i media, che ricordano come il prossimo 6 giugno il Tribunale superiore elettorale (Tse) potrebbe decidere per l’annullamento del mandato del capo di Stato, accusato insieme al suo predecessore, Dilma Rousseff, di “abuso di potere politico ed economico” durante la campagna elettorale in occasione delle presidenziali del 2014. Tra i nomi quotati per sostituire Temer, in attesa delle elezioni vere e proprie, previste a ottobre 2018, rispunta quello dell’ex leader di centro-destra Fernando Henrique Cardoso, al governo dal 1995 al 2002. Ieri, intanto, una nuova manifestazione di protesta anti-Temer, svoltasi sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro, ha visto la partecipazione di numerosi artisti rinomati, tra cui il cantante Caetano Veloso, che insieme hanno chiesto di indire al piu’ presto elezioni anticipate. Mentre fa discutere l’ennesimo rimpasto deciso a sorpresa dal presidente della Repubblica: il ministro della Giustizia, Omar Serraglio (sfiorato in intercettazioni dallo scandalo della carne avariata), e’ finito al dicastero della Trasparenza al posto di Torquato Jardim, che e’ cosi’ diventato il nuovo guardasigilli.

Il governo britannico tenta di trovare una soluzione in extremis alla crisi politica in Nord Irlanda, nella speranza di evitare altre turbolenze prima dell’avvio delle procedure per il divorzio dall’Unione europea, che potrebbe cambiare lo status del confine tra la regione e la Repubblica d’Irlanda. I due principali partiti a Belfast hanno dichiarato che i colloqui per la formazione di un nuovo governo di coalizione sono finiti, ma Londra insiste per un accordo. “Anche in questa fase invito le parti politiche ad accordarsi per lavorare e formare un esecutivo e fornire alle persone qui il governo autonomo forte e stabiel che vogliono” ha detto James Brokenshire, il ministro britannico per l’Irlanda del Nord che ha presieduto i colloqui per tre settimane. La crisi politica è scoppiata a gennaio, quando il vicepremier del Sinn Fein Martin McGuinness si è dimesso in protesta contro la gestione di un programma di incentivi di alle imprese verdi decisa dalla First Minister Arlene Foster quando era ministro dell’economia. La caduta del governo ha portato al voto anticipato, che però non è riuscito a smuovere l’impasse tra i nazionalisti cattolici irlandesi del Sinn Fein e il Democratic Unionist Party (DUP), il partito filo-britannico e protestante della Foster. I partito avevano fino alle 17 di oggi per trovare un accordo su un nuovo governo, ma ieri sera il Sinn Fein ha detto di essere “alla fine della strada”. “Il processo negoziale ha fatto il suo corso e il Sinn Fein non farà nomine per la posizione di speaker o per il governo domani” ha detto Michelle O’Neill, leader del partito. Stessa valutazione da Foster “purtroppo la realtà è che non c’è stato un progresso sufficiente nel tempo a disposizione per formare un nuovo governo”. McGuinness, morto martedì per una rara malattia cardiaca, aveva chiesto a Foster di autosospendersi dal suo incarico in attesa della conclusione di un’inchiesta pubblica sul fallito programma che dovrebbe costare ai contribuenti mezzo milione di sterline, 580 milioni di euro. Se O’Neill e Foster entro stasera non trovano l’accordo sul governo di coalizione toccherà a Brokenshire commissariare l’Irlanda del Nord. Il governo britannico vuole risolvere l’impasse prima dell’avvio della Brexit, che la premier Theresa May ha messo in agenda per mercoledì 29 marzo, quando scriverà alle istituzioni Ue invocando l’articolo 50 del trattato di Lisbona. Ma il suo programma rischia di essere offuscato dall’opposizione delle due regioni che al referendum di giugno hanno votato in maggioranza per restare nell’Unione. Il parlamento scozzese affiderà domani alla first minister Nicola Sturgeon il mandato per chiedere a Londra un nuovo referendum sull’indipendenza alla luce del divorzio dalla Ue. May Sarà in Scozia oggi dove vedrà i membri del governo e la Sturgeon. La premier sottolineerà anche la necessità che le quattro nazioni che compongono il Regno Unito, che comprendono anche l’Inghilterra, pro-Brexit, e il Galles restino unite.