editoriale

E siamo punto e a capo. La magistratura e le sue inchieste tornano ad inquinare la politica e a condizionarne i processi democratici. Sono infatti cadute le accuse contro il sindaco di Roma, Ignazio Marino e contro il governatore del Piemonte, Roberto Cota, accusato quest’ultimo di uso distorto dei fondi a disposizione dei gruppi regionali. Suo il caso delle mutande verdi acquistate – secondo l’accusa- con soldi pubblici. E neanche Marino ha mangiato a spese nostre per i ristoranti di Roma. Due uomini politici eletti dal popolo e fatti fuori a livello giudiziario e quindi mediatico senza possibilità di un recupero della loro credibilità, nonostante le sentenze che oggi rendono loro giustizia. Si dira’: ma allora i magistrati non dovrebbero indagare? Certo che sì, ma assistiamo a un corto circuito pericoloso per la democrazia e per la credibilità delle istituzioni. Sono anni che certa magistratura decide le cose della politica, con arroganza e senza alcuna garanzia per le carriere e i destini della politica. Cosa fare? Sicuramente occorre una presa d’atto del problema da parte del Csm e del ministro della Giustizia. La riforma giudiziaria é stata sempre ostacolata, per vari motivi e non sempre nobili. Ma oggi la lotta tra questi due poteri, potere politico e potere giudiziario, fa segnare una sconfitta: quella della democrazia e della sua credibilità.

Come puo’ un oscuro presidente di Provincia, in pochi anni, diventare Premier? E’ semplice se sei un fuoriclasse e Matteo Renzi lo e’. L’ex sindaco di Firenze ha scelto il Pd perche’ era il partito che gli consentiva una piu’ rapida ascesa al potere. ‘Renzi-House of Cards’ non ha alcun afflato di sinistra. Non gliene frega nulla. La sua cultura e il suo background sono quelli degli anni 80-90, del disimpegno e dell’edonismo reaganiano, del pragmatismo aziendale, della tv commerciale e della pubblicita’. Renzi ha capito che non era difficile sembrare ‘nuovi’ e ‘originali’ in una politica come quella italiana dove tutto e’ vecchio e stantio. Ha puntato tutto sulla narrazione e sulla comunicazione: positiva ed entusiasmante la prima, veloce e pervasiva la seconda. E’ entrato nel teatrino sempre uguale della politica italiana a gamba tesa, con guasconeria e coraggio. Non aveva nulla da perdere, ha vinto tutto. E vincera’ ancora. La sua azione di governo e’ improntata al decisionismo e all’interventismo in economia; al centralismo nella gestione del potere statuale, al compromesso e al trasformismo con gli alleati. La sua riforma costituzionale mira ad uno Stato leggero; e’ contro la politica finanziaria dell’austerity; e’ europeista sino a quando conviene esserlo. E’ a favore dell’impresa, contro i sindacati, i poteri intermedi e le forze sociali. Matteo Renzi e’ un uomo di centrodestra, alla guida di un partito, il Pd che, con lui ha portato a termine la sua mutazione genetica. Qualcuno informi gli elettori di sinistra che il Pd non rappresenta piu’ la sinistra e le sue istanze, e che il segretario Democratico nonche’ Premier, Renzi, alla vista di una bandiera rossa, diventa un toro. Scatenato.

Caos nella giunta capitolina a guida Virginia Raggi. Si dimettono: capo di gabinetto, assessore al Bilancio, il direttore generale e amministratore unico di Atac e l’amministratore unico di Ama. In sostanza, l’ente Anticorruzione, l’Anac, avrebbe ritenuto sbagliata la procedura adottata per le nomine e l’entita’ dello stipendio assegnato ai nuovi vertici. Un caso che conferma l’inadeguatezza amministrativa e gestionale dei grillini nelle citta’ che governano. Travolti dalla ricerca di una purezza assoluta e dal confronto continuo con una base del movimento puritana che chiede l’impossibile, per distinguersi da tutte le altre amministrazioni e per ubbidire ad un elettorato che vuole non solo trasparenza ma immobilismo: perche’ solo chi sta fermo non sbaglia, perche’ solo chi tiene le mani in tasca non corre il rischio di sporcarsele. I pentastellati, nella protesta antisistema sono bravissimi. Nel governo della cosa pubblica, sinora, si sono rivelati ridicoli e grotteschi.

E’ giunta l’ora di isolare politicamente Matteo Salvini e di abbandonarlo alla sua deriva estremistica. Le oltraggiose parole pronunciate dal leader leghista contro il Capo dello Stato Mattarella ‘amico degli scafisti’, lo qualificano per quello che e’: un populista da taverna che fomenta l’odio razziale e le divisioni. Il presidente della Repubblica si era reso colpevole, al Meeting di Rimini, delle seguenti parole ‘non dobbiamo costruire muri, ci vuole umanita’ verso chi e’ perseguitato, accoglienza verso chi ha bisogno e insieme sicurezza e rispetto delle leggi da parte di chi arriva’. Parole di umanita’, che non concedono certo deroghe alla vergognosa tratta degli umani e che spingono invece all’integrazione e al rispetto della persona. Ma Salvini non puo’ accettarle, teso com’e’ a difendere il suo bacino di voti racimolato sull’odio e sulla intolleranza. Ora ha toccato il fondo. Conventio ad excludendum contro Salvini, da parte di tutte le altre forze politiche. E’ ormai una necessita’ politica e una priorita’ della decenza.

E’ davvero curioso oltre che poco edificante, osservare la furia iconoclasta di cui si fanno interpreti dirigenti della cosiddetta ‘vecchia politica’, ossia quella dei partiti come li abbiamo conosciuti e frequentati, simpatizzanti e addetti ai lavori, habitués di segreterie e membri di apparato, fornitori sistematici di curricula, incluso il proprio, uomini degli enti locali, Comuni, Province…- terze e quarte file sia chiaro, ma che aspirano a quel po’ di ribalta che il M5S promette in teoria a tutti i cittadini – e che ora sono stati folgorati sulla via di Damasco dagli slogan dei grillini per una palingenesi dell’umanita’. Tutti schierati a gridare allo scandalo contro il malaffare e il malcostume, soprattutto in Sicilia, con l’indice puntato sugli ex sodali, e mai che incontrino uno specchio o che si facciano un selfie, per ricordare le proprie biografie, i loro incarichi, la loro questua. E pensare che, per ricordare loro chi sono stati, basterebbe un semplice clic su google. Chissa’ che questa semplice ricerca sul web non la faccia prima o poi anche qualche giovanotto grillino, sempre che i suoi capi non gli dicano di soprassedere, perche’ le elezioni incombono….

“Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico”, questo il titolo de Il Resto del Carlino, che si riferiva alle tre ragazze della nazionale italiana del tiro con l’arco – Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia – sconfitte alle Olimpiadi. Si é molto parlato di questa caduta di stile e della opportunità della rimozione del direttore della testata. Il giornalismo é fatto di parole e le parole, per gli addetti ai lavori quali noi siamo, presuppongono responsabilità, attenzione e coscienza professionale. Definire ‘cicciottelle’ tre ragazze, sottolineandone solo in apparenza l’aspetto pacioso e rotondo, con la scusa dell’affettuosità, é inopportuno e offensivo. Giuseppe Tassi, direttore di «Qs», rimosso giustamente dall’incarico per il titolo sulle tre arciere azzurre, si é giustificato così «Non c’era intenzione discriminatoria o sessista. Il termine aveva una connotazione affettiva. Ripulire il nostro linguaggio è un traguardo, ma senza ipocrisie». Ma di quale ipocrisia parla il giornalista? Ipocrita, a mio parere, sarebbe stato sorvolare, far finta di nulla. Offendere una donna per il suo aspetto é oltremodo grave, e nessuna attinenza ha con l’evento sportivo e con il tema trattato. Siamo responsabili, tutti, delle azioni che compiamo e delle parole che pronunciamo. Noi giornalisti ancora di più. E non abbiamo alcuna attenuante. Solidarietà alle tre atlete da un cicciottello cronico quale io sono sempre stato. Alfonso Lo Sardo

 

E alla fine Stefano Parisi, il manager che piace, sebbene sconfitto alle amministrative di Milano nella sfida contro Beppe Sala, svela le carte e annuncia di volersi candidare alla guida dello schieramento dei moderati. Di cosa si tratta esattamente? Del centrodestra come lo abbiamo inteso e conosciuto? Ossia Forza Italia, Lega di Salvini, Fratelli d’Italia e altri? Non è dato saperlo perché al momento quel fronte lì vive una sua grave crisi di identità. Berlusconi non sappiamo se tornerà al comando del partito, cosi come non è dato sapere se questa candidatura di Parisi ha già la sua benedizione. L’unica cosa certa è che Parisi ci ha preso gusto: vuole fare politica a tempo pieno, forte del consenso ricevuto alle comunali di Milano, e al ‘successo di critica’ riscosso. Una dote gli va riconosciuta: la moderazione, dei modi e della condotta politica. E’ già qualcosa. Potrà Stefano Parisi rappresentare le istanze populiste di Salvini e di Giorgia Meloni? E’ una cosa improbabile. Oppure farà da calamita per tutte quelle forze di centro che aspirano a ritrovare una unità politica e programmatica? Lo scenario è alquanto confuso. Stefano Parisi, comunque, è della partita: con moderazione.