Fondazione Curella

Nei primi mesi di quest’anno l’andamento positivo dell’economia siciliana si è lievemente consolidato, grazie anche alla crescita delle esportazioni, in particolare di quelle del petrolio, l’occupazione è ritornata in terreno positivo, il tasso di disoccupazione è rimasto tale e quale a quello dell’anno scorso, gli investimenti fissi delle imprese in beni strumentali hanno trovato un nuovo slancio, ma purtroppo le famiglie continuano ad avere paura e hanno mantenuto una certa prudenza nella spesa. E per il 2017 si prospetta un +0,9% del Prodotto interno lordo, un tasso di crescita che si avvicina a quello del resto del Paese. Sono i dati emersi nel corso della presentazione dell’edizione numero 47 del Report Sicilia, l’analisi previsionale sull’economia dell’Isola, dal titolo “Uscire dalla palude, riprendere il mare aperto”, realizzata da Diste Consulting per Fondazione Curella, presentata nella sede dell’associazione siciliana della Stampa, a Palermo.
“In Sicilia non si fa sviluppo senza manifatturiero – ha detto il professore Pietro Busetta dell’Università degli Studi di Palermo e presidente della Fondazione Curella, se l’industria non diventerà industria seria, se non riusciremo ad avere altri 900 mila posti di lavoro non avremo via d’uscita”.
 Nella prima parte del 2017 la fase di recupero dell’economia siciliana si è lievemente consolidata, mostrando una progressiva convergenza in prossimità delle dinamiche nazionali. Le esportazioni hanno iniziato l’anno con il vento in poppa – +38% in termini monetari nel primo trimestre – in parte per l’episodico rincaro del petrolio raffinato, di cui l’Isola è grande esportatrice, ma anche per la performance dell’export di prodotti dell’industria manifatturiera, esclusa energia (+16,3%).
L’occupazione, dopo il crollo nella parte finale dell’anno scorso, è ritornata nel primo quarto 2017 in territorio positivo (+1,1% l’incremento rispetto a dodici mesi prima) con la creazione netta di 14.200 nuovi posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione ha mantenuto il livello di gennaio/marzo 2016 (22%), bloccando la tendenza crescente dei due trimestri precedenti.
Gli investimenti fissi delle imprese in beni strumentali hanno preso slancio, anche in virtù degli stimoli fiscali previsti dalle leggi di bilancio dell’ultimo biennio.
 Per i consumi delle famiglie e gli investimenti in costruzioni l’uscita dalla più grave crisi del Dopoguerra si sta rivelando invece più lenta e faticosa, quindi, con cadenze meno apprezzabili ma pur sempre positive.
Sulla base della diagnosi congiunturale della prima parte dell’anno, corroborata dall’inchiesta Diste/Fondazione Curella, è stato condotto un esercizio previsionale per l’intero 2017, non prima di aver revisionato le stime preliminari 2016 presentate nel precedente Report Sicilia. 
 Le nuove stime di consuntivo 2016 dell’economia siciliana danno conto di una dinamica meno lusinghiera di quella tratteggiata in precedenza, conseguente alla forte flessione autunnale della produzione agricola e alla temporanea perdita di tono oltre che delle attese della congiuntura sul finire dell’anno.
 Il 2016 si è chiuso per l’economia regionale con una crescita del prodotto interno lordo dello 0,6%, un tasso quindi non lontano dalla media nazionale (+0,9%). Rispetto all’anno ante/crisi (il 2007) il PIL registra un calo del 12,2%.
L’occupazione – aumentata nei primi nove mesi dell’1% è poi nel quarto trimestre inaspettatamente crollata del 3,2% – ha conservato un livello pressoché uguale a gennaio/marzo 2016 (-0,1%).
Dal 2007 sono stati eliminati 223.600 posti di lavoro occupati da personale di età inferiore a 44 anni, e ne sono stati creati 94.200, coperti da ultra 44enni. La perdita totale di occupazione nei nove anni è quindi di 129.400 unità.
Si tratta di un fenomeno di “senilizzazione” del mercato del lavoro abbastanza diffuso, sia pure con differenti intensità, in tutte le aree del Paese, dovuto per la maggior parte alle riforme che hanno innalzato l’età pensionabile.
Nella realtà locale non sarebbero i vecchi a “rubare” il lavoro ai giovani, semmai qui il problema è che mancano le opportunità lavorative per tutti. In modo particolare per chi possiede capacità professionali di medio/alto livello, mentre s’impoveriscono le competenze dei giovani.
 Il tasso di disoccupazione totale è salito al 22,1%, quello giovanile ha toccato il massimo storico del 57,2%. Tra disoccupati veri e propri (383.000) e residenti che vorrebbero lavorare, ma non hanno svolto azioni di ricerca, l’area della disoccupazione coinvolge ormai poco meno di un milione di persone, quasi 300.000 in più del 2007.
L’andamento della spesa di consumo delle famiglie sul territorio economico – compresa la spesa dei turisti che hanno soggiornato nella regione e al netto di quella dei residenti momentaneamente fuori dall’Isola – ha mantenuto una cadenza prudente (+0,9%); la spesa per investimenti è aumentata del 2,0%. Per le due componenti il differenziale rispetto al 2007 è negativo: del 12% per i consumi, del 35% per gli investimenti.
Sul versante della produzione, il valore aggiunto è aumentato del 2,2% nell’industria e dello 0,4% nei servizi, mentre è diminuito dello 0,3% nelle costruzioni e del 4,8% in agricoltura, silvicoltura e pesca. I volumi di produzione dell’industria e delle costruzioni restano lontanissimi dai livelli toccati appena nove anni prima: -41% in entrambi i casi. Per i servizi il divario negativo è limitato al 5%.
“Le proiezioni per tutto il 2017 – ha spiegato il professore Pietro Busetta – rispecchiano il profilo congiunturale di misurata tonificazione della prima parte dell’anno, con il Prodotto interno lordo che potrebbe aumentare dello 0,9%, in graduale avvicinamento alla dinamica media nazionale che è dell’1,1% avremo un saldo netto di circa 15.000 nuovi posti di lavoro, ma al contempo il mantenimento del tasso di disoccupazione su un livello del 22,3%, lievemente superiore al 2016”.
Sul fronte della produzione, il valore aggiunto dell’agricoltura – in conseguenza delle condizioni climatiche – conserverà all’incirca il modesto volume dell’anno precedente (+0,4%), uno dei più bassi dell’ultimo decennio; il valore aggiunto dell’industria dovrebbe aumentare del 2,0%, quindi con un ritmo simile a quello del 2016; per le costruzioni si stima una crescita dell’1,2% dopo il contenuto cedimento dell’anno precedente; l’attività nel ramo dei servizi continuerà a progredire moderatamente (+0,5%) nel solco della fiacca ripresa della spesa di consumo.     
“Il clima di fiducia delle famiglie e delle imprese – ha dichiarato Alessandro La Monica, presidente del Diste Consulting – rimarrà impregnato dall’incertezza sul futuro, che indurrà a non eccedere nella spesa. La percezione d’insicurezza, più insistente nell’ambito famigliare, determinerà un aumento dei consumi ancora debole (+0,7%). D’altra parte – ha continuato La Monica – la riluttanza delle imprese a intensificare la spesa in conto capitale sarà mitigata dalle agevolazioni fiscali, dal basso costo del credito e dalla necessità di rimpiazzo delle attrezzature obsolete, inducendo una crescita degli investimenti in accelerazione sia per i macchinari e mezzi di trasporto con un +4% sia per le costruzioni con un +1,7%”.
La quota degli investimenti fissi lordi sul PIL è stata in costante regresso dal 2007 al 2014 (-7,8 punti rispetto al valore massimo del 2006), mentre avrebbe recuperato appena 0,7 punti percentuali nel triennio successivo.
Per ritornare al valore medio del decennio 1998/2007 (quindi alla quota del 20,1%), con la dinamica dell’ultimo triennio occorrerebbero non meno di vent’anni.
Per quanto riguarda l’intera Nazione, la tendenza regressiva del rapporto investimenti/PIL è iniziata nel 2008 e conclusa nel 2014 (-5,0 punti percentuali rispetto al 2007), mentre il recupero del 2015/2017 sarebbe di 0,9 punti. Proseguendo di questo passo, per riconquistare il livello medio del decennio 1998/2007 (20,9%) ci vorrebbero dieci anni circa.
“Il Sud non cresce – ha sottolineato Patrizia Di Dio, presidente di Confcommercio Palermo – né in termini di ricchezza prodotta, né quanto a  domanda e consumi. Dal 1995 ad oggi le variazioni delle grandezze economiche sono state pressoché nulle: una lenta performance che ha trascinato verso il basso le medie nazionali ed aumentato il gap con le regioni del Nord che hanno reagito meglio alla crisi. Ecco perché parlare oggi di crescita del Pil senza mettere al centro la spaccatura che divide il Paese è poco più di uno sterile esercizio. Non possiamo più perdere tempo – ha sottolineato Di Dio – e non possono esserci altre strade  se non quella di portare avanti un sistema partecipativo e di condivisione di progetti e di capacità professionali, occorre accorciare le distanze tra l’Europa e i territori e ridare fiducia al sistema Europa, occorre un’attività di sensibilizzazione delle politiche europee che spesso hanno tenuto a torto i nostri settori ai margini; a torto, a maggior ragione, se in Sicilia  il valore aggiunto  prodotto dai nostri settori, quelli dei servizi, del terziario di mercato su €78.334 milioni  è di  € 64.000 milioni”.
“Dalla Sicilia ormai non emigrano soltanto braccia, ma anche cervelli – ha detto il professore Giovanni Ferri, pro rettore Università Lumsa, – e se non riusciremo ad attrarre investimenti per questa terra sarà poi difficile trattenere le intelligenze. Se vogliamo trattenere questi giovani che vanno via dobbiamo dare loro prospettive. Bisogna avere una vision del futuro e dobbiamo essere capaci di attrarre investimenti pensando ai punti di forza della Sicilia come i prodotti tipici che esistono in abbondanza, come la tradizione del vino siciliano. Bisogna mettere assieme tutte le forze per lanciare su scala internazionale i prodotti di qualità che questa terra offre”. 

“Dal 2015 al 2017 il Pil della Sicilia è cresciuto del 3,6%, in assoluto un incremento contenuto ma che segnala che siamo usciti dalla crisi pari a una guerra”. E’ uno dei principali elementi che emerge dal 46° Report Sicilia, il Rapporto sull’economia siciliana del Diste Consulting, presentato dalla Fondazione Curella. Positivi anche gli andamenti dell’occupazione. Secondo il Report, nei tre anni è cresciuta del 2,7%, in assoluto dal 2015 con un saldo di 20.590 addetti, anche se il tasso di disoccupazione, per i noti effetti statistici dovuti all’ingresso di nuove persone nel mercato del lavoro, è aumentato fino al 22%. Interessante l’aumento degli investimenti fissi lordi nel 2015 del 4,6%. “Certo – spiega Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella – siamo usciti dalla guerra ma lontani dai tassi di crescita necessari alla nostra regione per diventare una regione a sviluppo compiuto”. I dati completi saranno diffusi mercoledì 22 febbraio in occasione della conferenza stampa di presentazione del Rapporto.

Lunedì 21 novembre si aprono a Palermo ‘Le giornate dell’Economia del Mezzogiorno’, appuntamento, giunto alla nona edizione, che mette in luce i mali del Meridione e le strade per uscire dall’arretratezza, unico modo per rilanciare tutto il Paese. Due gli incontri che segneranno la prima giornata di lavori. A Palazzo Steri, di mattina, si parlerà, come da tradizione, delle Università del Meridione, della loro missione e dei rapporti con il territorio. Introdurranno i lavori alle 9 Fabrizio Micari, rettore dell’Università degli Studi di Palermo e Pietro Busetta, presidente Fondazione Curella e docente all’Università del capoluogo siciliano. Nel pomeriggio, alle 15,30, appuntamento a Palazzo delle Aquile, con l’apertura ufficiale delle Giornate dell’Economia del Mezzogiorno, quest’anno dal titolo: “Dall’ammuina al Nuovo ordine sociale”. Si parlerà di sviluppo socio-economico del Sud del Paese con la lectio magistralis del professore Adriano Giannola, presidente dello Svimez, cui seguiranno gli interventi di altri economisti e il dibattito. L’Italia negli ultimi anni è un Paese che in tutte le classifiche degli indicatori più importanti è rimasto indietro. Bastano alcuni dati per dimostrarlo: Il primo è nel turismo. Rispetto al dato mondiale in termini di numero di visitatori. l’Italia rimane ora, dietro molti paesi compresa la Spagna; nell’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area si piazza invece dietro Cile, le Isole Caiman e la Polonia. In termini di Pil pro capite l’Italia si attesta a 36.130$, contro i 48.110$ del Regno Unito, 44.030$ della Germania e i 42.380$ della Francia. “E’ un destino avverso che ci sta portando fuori dal novero dei paesi industrializzati e che rende difficile una ripresa sempre annunciata e mai veramente consolidata? Oppure è il prevalere di forze sociali inadeguate che pensano di poter distribuire le risorse senza crearle il vero problema? Che sia forse un sistema istituzionale arretrato, un dualismo economico mai risolto e, in fin dei conti, una classe dirigente e politica ormai fuori dalla storia che non riesce ad adottare le soluzioni appropriate per un rilancio possibile il vero, problema?” E’ la riflessione che si pone come filo conduttore delle giornate. “Noi propendiamo per la seconda ipotesi – spiega il professore Pietro Busetta, economista, presidente della Fondazione Curella – ed è questo il motivo della scelta degli argomenti e del titolo “Dall’ammuina al nuovo ordine sociale”, di questa nona edizione delle Giornate dell’economia del Mezzogiorno e del trentesimo osservatorio congiunturale. L’ammuina è un’antica pratica in voga sulle navi della flotta borbonica. Un comando che veniva impartito ai marinai e che consisteva nel far muovere la ciurma da una parte all’altra dell’imbarcazione simulando, così, grande agitazione ed un grande impegno”. I fatti dicono che il Sud del Paese si sta spopolando come effetto di un mancato sviluppo dell’area: la peggiore soluzione della questione meridionale per la nostra realtà e per il Paese. Per Busetta “Le soluzioni potevano essere tre”. Osserva l’economista: “La prima avrebbe dovuto prevedere uno sviluppo economico che assorbisse i circa tre milioni di potenziali lavoratori per avvicinare il rapporto da 1 persona su 4 che lavora 1 su 2 del Regno Unito; la seconda avrebbe previsto di assistere con un sussidio da 700 € mensili coloro che fossero rimasti fuori dal mercato del lavoro, quei tre milioni nel Mezzogiorno o sette milioni nel Paese. Una soluzione, questa, che costerebbe però 25 miliardi per il Mezzogiorno o 56 miliardi per tutto il Paese, la qual cosa non è praticabile. La terza, infine, sarebbe quella di spopolare l’area in modo da abbassare il rapporto diminuendo il denominatore, portandolo dai 21 milioni di abitanti a 18 -19 in modo da portare il rapporto tra occupati e popolazione ad un valore più vicino 1 a 2 dei Paesi sviluppati. E questa – afferma il professore Busetta – è l’unica strada che si sta percorrendo, considerato che ormai da una decina di anni il numero di occupati del Mezzogiorno, è fermo su quello zoccolo duro dei sei milioni dai quali non ci si riesce a discostare”. Conclude Busetta: “Il Governo nazionale è dunque chiamato a completare quelle condizioni di Stato minimo che consentano a tutta la Nazione di essere attrattiva. Tutto questo deve essere compreso dal Paese che deve anche riuscire ad avere quella visione di lungo periodo che serve. L’alternativa è la prosecuzione del declino che ormai da oltre vent’anni ci vede non più protagonisti ma figure di secondo piano nella scena mondiale. Per far questo è necessario intervenire con un processo di riforme che riportino il Paese nella posizione che per storia, civiltà e cultura si merita”. Il 2015 è stato un anno particolarmente favorevole per diversi aspetti: annata agraria favorevole, crescita del turismo, accelerazione della spesa pubblica per la chiusura del ciclo di programmazione dei Fondi europei 2007 – 2013, occupazione (+94 mila unità). Tutte le regioni meridionali hanno registrato un segno positivo nella crescita del PIL, la migliore performance è della Basilicata (+5,5%), la più contenuta quella di Campania, Puglia e Sardegna (+0,2%). In sintesi nel 2015 il Sud, ha visto crescere il suo Pil dell’1%, più che nel resto del Paese, dove è stato pari allo 0,7%. Ciò è la conseguenza di alcune condizioni peculiari, che non è scontato si ripetano. In questa ripartenza, l’occupazione, la cui dinamica favorevole è stata in parte dovuta alla forte decontribuzione sulle nuove assunzioni col Jobs Act, è stata decisiva per la crescita del prodotto. La sfida è non lasciare che questa performance conservi i caratteri dell’eccezionalità, e ciò potrà avvenire solo se saranno fatte precise scelte politiche. In base ai dati Simez la ripresa del Paese è più lenta del previsto. Quest’anno il Pil dovrebbe aumentare dello 0,3% al Sud e dello 0,9% nel resto del Paese. Il principale driver della crescita sarebbe costituito dalla domanda interna, innanzitutto dalla spesa delle famiglie sul territorio (+0,7% nel Sud, +0,6% nel Centro-Nord). Che, nelle regioni centrali e settentrionali, verrebbe affiancata da un’accelerazione nella spesa per gli investimenti totali (+2%), mentre al Sud si fermerebbe al +0,6%. Nel 2017 l’evoluzione congiunturale delle due macro aree sarebbe invece simile: +0,9% nel Sud e +1,1% nel Centro-Nord. “Il nodo vero, ancora una volta – come si sostiene nelle Giornate dell’Economie e del Mezzogiorno – è lo sviluppo economico nazionale, per ottenere il quale il Mezzogiorno può essere un’opportunità. L’incontro  è un’occasione per riflettere e commentare sui tratti di fondo delle trasformazioni economiche, sociali e demografiche avvenute nell’area dopo sette anni di recessione ininterrotta. E saranno identificati gli elementi che consentano di rendere più solida e durevole la ripartenza dell’economia meridionale e dell’intero Paese, ben oltre la congiuntura.

L’economia siciliana è uscita dalla recessione già dalla seconda metà del 2015, anche se le famiglie continuano a ‘soffrire’ la crisi e le imprese non investono. Arrivano notizie positive , ma con un andamento lento, dal 45esimo Report Sicilia dal titolo “E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Gli elementi positivi sono dovuti principalmente ad interventi extraregionali e ad una situazione internazionale favorevole.
Stando alle stime di consuntivo del Diste, nel 2015 il prodotto interno lordo ha registrato un incremento dello 0,6%, il primo dato positivo dopo otto anni di flessioni (+0,8% il Pil nazionale). L’apporto  più consistente viene dall’agricoltura, con una crescita in termini reali del valore aggiunto del 7,7%. Si registra un rilancio dei servizi, anche se complessivamente l’attività  mostra un recupero dello 0,3% e conserva un livello inferiore del 7% circa rispetto a otto anni prima. Il settore delle costruzioni mostra un limitato +0,7%. E’ il più colpito tra i grandi settori economici e vede  l’attività quasi dimezzata nell’arco di otto anni (-44%). Prudente l’atteggiamento di famiglie e imprese sulla spesa. I consumi crescono dello 0,6%. Un  modesto +6% si registra negli investimenti, quasi nulla rispetto al crollo del 42% negli ultimi otto anni. L’analisi previsionale dell’economia siciliana è stata realizzata da Diste Consulting per la Fondazione Curella e illustrata oggi, a Palermo, nei locali dell’Associazione siciliana della stampa, da Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella, Alessandro La Monica, presidente del Diste Consulting, e Antonio Giordano, giornalista di Milano Finanza. “Nel momento in cui si è fermata la recessione – spiega Pietro Busetta – abbiamo anche assistito ad un certo movimento anche sul fronte del mercato del lavoro. Abbiamo registrato un’occupazione che cresce del 2,3%, anche se qualcuno contesta che si tratta soprattutto tra gli autonomi, nei lavori precari e a scarsa redditività. Eccezionale risultato nel commercio, negli alberghi e nelle attività ricettive in genere, oltre che nella ristorazione dove l’aumento raggiunge il 6,5%”. Osserva Alessandro La Monica: “Il tasso di disoccupazione totale diminuisce di una piccola frazione di punto, a quota 21,4%. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 56%.  Il tasso di mancata partecipazione, una sorta di tasso di disoccupazione allargato, che tiene conto oltre che del numero ufficiale dei disoccupati, 368 mila, delle quasi 600 mila persone residenti che non cercano attivamente ma sono disponibili a lavorare, raggiunge il 41,5% superando di oltre dieci punti il dato del 2007”. Davanti a questa fotografia si fanno i conti con la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue che crea “una incertezza  pericolosa”  su tutto ciò che può generare l’evento.  Nell’attesa che il quadro si schiarisca, il Diste ha elaborato le previsioni 2016-2017 senza ipotizzare ricadute più o meno gravi della Brexit, con una fase di recupero conforme alle stime enunciate per l’economia nazionale. Il prodotto interno lordo dovrebbe segnare una crescita prossima allo 0,8% e attorno a 1,1% nel 2017 (+1,3% il Pil dell’Italia).  Per le famiglie si prevede una crescita dei consumi dello 0,9% quest’anno e dell’1,1% nel prossimo. Per le imprese, la spesa in beni strumentali passerebbe da un incremento in termini reali dello 0,6% del 2015 al 2,4% nel 2016 e 2,6% nel 2017. Per gli investimenti in costruzioni si prevede un incremento del 2% per quest’anno e del 2,5% per l’anno prossimo. L’occupazione segnerebbe una decelerazione della fase positiva avviata nel 2015, con un incremento che muterebbe dal 2,3% del 2015 a +1,1% nel 2016 e a +0,9% nel 2017.