Giovanni Legnini

Restino fuori dai tribunali i magistrati che tornano in servizio dopo una esperienza in politica. E’ il parere espresso da Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm in un’intervista al Messaggero. Legnini, che ha partecipato ad un’audizione in Senato, ritiene che nel testo di legge che dovrebbe regolare candidature e rientro in carriera, attualmente in discussione, ci sia “un punto debole”, ovvero “nella disciplina del reingresso in ruolo del magistrato che ha compiuto un’esperienza politica”. Per il vicepresidente del Csm sarebbe necessaria “una norma che impone a chi abbia ricoperto un incarico elettivo o di governo, tanto più se prolungato, di non tornare a fare il magistrato, optando per altre funzioni, quali l’Avvocatura dello Stato, il ministero della Giustizia o altre pubbliche amministrazioni”.

“In un Paese libero vanno preservate le autonomie di tutti, della magistratura, della politica e della stampa. Sono i principi della nostra Costituzione a ricordarcelo”. Così il presidente del Csm Giovanni Legnini in un’intervista a La Repubblica. “Valuto positivamente il fatto che ormai tutte le forze politiche siano orientate a decidere in autonomia e senza automatismi le conseguenze di un’iscrizione al registro degli indagati o di un’informazione di garanzia. Fa bene alla politica, alla giustizia e alla democrazia. Naturalmente esulo da considerazioni politiche, ma in generale penso che non sia positivo prendersela con i giornali e i mezzi d’informazione”, ha aggiunto. Secondo Legnini “il superamento dell’automatismo ‘avviso di garanzia uguale dimissioni’, che da anni ha interessato il dibattito pubblico, fa bene ai partiti perché li aiuta a riappropriarsi di una delle loro principali funzioni, quella di meglio selezionare la classe dirigente e allontanare coloro che si siano resi responsabili di fatti incompatibili con l’esercizio di funzioni pubbliche. Ciò non può significare un’attenuazione della tensione etica e morale che deve animare l’impegno politico, ma al contrario può accrescere la responsabilità dei partiti nel regolamentare sempre più in autonomia il rapporto con i loro dirigenti ed eletti”.