latitanza

Indiscutibile l’impegno delle forze dell’Ordine e il sacrificio di quanti, per anni, hanno cercato Matteo Messina Denaro, un assassino mafioso e un capo indiscusso, per interrompere la sua lunghissima latitanza. Il suo arresto, in una clinica del capoluogo siciliano, ha il sapore del cinematografo. Un vero e proprio film, con il ‘cattivo’ che per mesi ha finto di essere una persona normale, un incensurato, un uomo qualsiasi alle prese con un brutto male. Quante leggende, quante ipotesi sono state formulate in questi decenni sulle possibili piste, sui luoghi in cui poteva trovarsi il mafioso di Castelvetrano, il Diabolik del Trapanese. Bene cosi, ovviamente. E’ un bene saperlo dentro un carcere. Ma le domande restano ed è giusto farsele perché il nostro è e rimane il paese dei misteri mai risolti. La prima: è stato sempre questo il modo di affrontare la latitanza? In questi trent’anni ha sempre vissuto con questa arrogante sfrontatezza, mimetizzandosi poco e nulla, evitando rifugi sotterranei, botole, cantine e scantinati? Ha sempre vissuto, Matteo Messina Denaro, in questo modo libero, contando sul fatto che in pochi avrebbero anche solo immaginato di trovarselo accanto, l’uomo più ricercato del Paese? E ancora, come mai nel suo ultimo rifugio non è stato trovato nulla di rilevante e di utile per risalire alle sue coperture, alle sue complicità, ai suoi sodalizi? E’ lecito pensare che, con pochi mesi di vita davanti, abbia deciso di abbassare la guardia, di consegnarsi in modo indiretto ai suoi mastini, per curarsi in modo più efficace? Possono, infine, avere diritto di cittadinanza, le ipotesi di chi, in questo arresto, vede il compimento di una trattativa? Vedremo, la cronaca e il prosieguo delle indagini daranno una risposta, ma oggi c’è solo da ringraziare gli uomini e le donne che sono stati per anni sulle sue tracce, senza dimenticare quanti hanno sacrificato la vita nella lotta al sopruso mafioso, al crimine organizzato, alla violenza della sopraffazione. Grazie e ancora grazie.

“Per il secondo giorno consecutivo, la polizia e’ intervenuta per sgomberare il palazzo che, da anni, ospita centinaia di profughi eritrei, in via Curtatone a Roma. Come era facile prevedere, considerate l’assenza di qualunque proposta alternativa e l’irresponsabile latitanza dell’amministrazione comunale, ne sono derivati feriti e violenze”. Lo scrive in una nota il senatore del Partito democratico Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani al Senato. “Nel corso della mattinata – sottolinea -, la situazione continua ad essere molto tesa e a dar luogo a scontri. Si tenga presente che tra le persone sgomberate si trovano numerosi anziani, donne, bambini e portatori di handicap e che tutti gli eritrei sono titolari dello status di rifugiato o della protezione internazionale. Di fronte a tutto cio’ – aggiunge Manconi -, la giunta comunale tace e si sottrae a qualunque responsabilita’: nessun suo rappresentate e’ presente mentre tutto cio’ accade e, dopo estenuanti trattative con la prefettura, la sola proposta riguarda poche decine di posti. Capisco che Sindaca e membri della giunta siano in tutt’altre faccende affaccendati, presi dal rutilante carosello degli assessorati e dall’esaltazione partitocratica del gioco delle nomine e delle deleghe, ma qualcuno deve pur ricordare che queste centinaia di profughi sono, anche loro, abitanti di Roma. E che quella politica per la casa, promessa dal Comune e di cui non si e’ vista finora una minima traccia, deve riguardare anche loro”, conclude.