New York Times

‘The liar in chief’, un bugiardo al comando. Il New York Times ha catalogato in maniera dettagliata tutte le ”palesi bugie” che Donald Trump ha detto dal giorno del suo giuramento ed insediamento alla Casa Bianca: una al giorno – si sottolinea – nei primi 40 giorni. Non scordando come l’ascesa politica del tycoon e’ stata costruita proprio su una bugia: Barack Obama non e’ nato in America. Quella di Trump viene definita una situazione ”senza precedenti per un presidente degli Stati Uniti”. Perche’ se tutti i presidente hanno sempre cercato di nascondere qualche verita’ – scrive il Nyt – ”nessun altro presidente ha cercato di creare un’atmosfera nella quale la verita’ diventa irrilevante”. E la mancanza di sincerita’ di Trump – si sottolinea – e’ ora diventata un aspetto centrale del Russiagate: l’ultima ‘bugia’ sarebbe l’aver paventato via Twitter dell’esistenza di registrazioni dei suoi colloqui con l’ex capo dell’Fbi James Comey, salvo poi a distanza di settimane scrivere sempre su Twitter che quelle registrazioni lui non le ha. Il risultato di tutto cio’ – conclude il Nyt – e’ un chiaro aumento della sfiducia nell’opinione pubblica: per circa il 60% egli americani il presidente non e’ onesto.

Con la scelta di uscire dall’accordo sul clima di Parigi, Donald Trump sta trasformando la sua politica da “prima l’America”, in “America isolata e sola”. Infatti il presidente americano lascia un vuoto di potere che rappresenta una imperdibile opportunità per gli altri Paesi di prendere il controllo del mondo e di stabilire un nuovo ordine. Lo scrive il New York Times, che sottolinea come la decisione annunciata ieri da Trump sia, in prima istanza, un regalo alla Cina, l’unica potenza in grado di poter riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. In che modo? Riscrivendo le regole del commercio, stabilendo nuovi standard ambientali e infine investendo in infrastrutture a livello globale per espandere la propria influenza, come già sta facendo in Africa. Ma la decisione di uscire dal patto firmato a Parigi nel dicembre del 2015 da 195 Paesi, è solo l’ultima delle mosse strategiche di Trump, che porteranno a un vuoto di leadership: prima c’è stata la decisione di uscire dai negoziati del Trans-Pacific Partnership, che avrebbe creato un mercato di libero scambio nel Pacifico, arginando le mire espansionistiche della Cina. E ancora la scelta di non garantire agli alleati Nato la difesa da parte degli Stati Uniti in caso di attacco. Oltre alla Cina, continua il New York Times, Trump ha fatto un regalo all’India (altra potenza in enorme espansione), ma anche alla Russia e all’Iran. Con la sua decisione Trump “ha reso il mondo più sicuro che ci sarà un’influenza cinese”, ha detto Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations. Infine la scelta di Trump rappresenta un decisivo cambio di posizione rispetto alle politiche americane degli ultimi 80 anni, da Harry Truman in poi. Trump infatti sostiene che l’unica forza americana risieda nella crescita economica e nell’esercito, negando il ‘soft power’, il mezzo attraverso il quale gli Usa hanno espanso la loro influenza nel mondo. Per il presidente infatti investire in alleanze e in progetti di sviluppo in Paesi stranieri è solo un modo per sprecare denaro dei cittadini americani. Per questo, nel suo budget, non ha inserito il dipartimento di Stato tra le agenzie centrali per la sicurezza nazionale che necessitano di un aumento di fondi.

La Russia avrebbe violato il trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) firmato nel 1987 dotandosi di una nuova tipologia di missile nucleare a raggio intermedio. E’ quanto sostengono fonti del governo Usa, che gettano in grave difficolta’ l’amministrazione del presidente Usa Donald Trump proprio mentre questi si trova a fronteggiare le dimissioni del suo consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, accusato dall’intelligence di legami con la Russia. Stando alle fonti, citate dal “New York Times”, le Forze armate russe avrebbero ricevuto in dotazione i primi esemplari di un nuovo missile da crociera testato tre anni fa, e battezzato dall’intelligence Usa Ssc-X-8: allora, il collaudo era stato denunciato dall’amministrazione dell’ex presidente Usa Barack Obama come una aperta violazione del Trattato Inf, accusa che Mosca aveva prontamente respinto. Il nuovo missile sarebbe operativo dalla fine dello scorso anno, proprio in concomitanza con l’ingresso alla Casa Bianca di Trump, che pare sempre piu’ impossibilitato a perseguire quel riavvicinamento alla Russia tanto osteggiato da larga parte dell’establishment politico, diplomatico e militare Usa. Stando al “New York Times”, lo schieramento del nuovo missile, ancora non confermato, “potrebbe non alterare in maniera determinante lo scenario della sicurezza europea, ma lo spettro della presunta violazione del Trattato emergera’ quasi certamente in occasione del vertice della Nato a Bruxelles”, che si terra’ oggi, alla presenza del segretario alla Difesa Usa Jim Mattis. L’indiscrezione del “New York Times” ha suscitato l’immediata reazione del “falco” repubblicano John McCian, uno dei politici che piu’ premono per una politica ancor piu’ muscolare nei confronti di Mosca. “Lo schieramento da parte della Russia di missili da crociera con testate nucleari in violazione del Trattato Inf rappresenta una minaccia militare significativa per le forze Usa in Europa e per i nostri Alleati della Nato”, ha tuonato il Senatore. Il dipartimento di Stato Usa non ha confermato le indiscrezioni del quotidiano Usa, secondo cui le Forze aerospaziali russe dispongono gia’ di due battaglioni equipaggiati con il nuovo missile. Nel frattempo, il quotidiano diffonde un’ulteriore indiscrezione proveniente da “una fonte della Difesa Usa”, secondo cui “una nave russa per la raccolta dell’intelligence sta operando in acque internazionali al largo della Costa orientale Usa”.

Il New York Times ha pubblicato due pagine con un elenco di tutte le vittime delle offese di Donald Trump: persone, cose, luoghi insultati via twitter dal candidato repubblicano alle presidenziali Usa dell’8 novembre. La piu’ bersagliata ovviamente e’ la rivale democratica nella corsa alla Casa Bianca, Hillary Clinton. Ma nell’elenco, completo di link ai tweet originali, figurano anche celebrita’, gli altri candidati repubblicani alle primarie, il presidente Barack Obama, le donne, i messicani, i disabili, citta’ e Paesi, senatori, sindaci (compreso il primo cittadino di New York Bill de Blasio), governatori, giornalisti. Nel mirino di Trump anche la famiglia Bush degli ex presidente repubblicani,  gli ex candidati repubblicani alla Casa Bianca John McCain e Mitt Romney.

Sono pochissime le persone che sono state informate da Hillary Clinton della diagnosi di polmonite. Lo rivela il ‘New York Times’, citando fonti prossime alla candidata democratica alla Casa Bianca. Dopo essere stata informata dal medico della causa della sua tosse persistente, Hillary ne ha parlato con i familiari e i più stretti collaboratori, convinta com’era del fatto che la malattia non fosse una questione di cruciale importanza per gli elettori e che gli avversari avrebbero invece potuto usare la notizia contro di lei. I pochi informati si sono sentiti ribadire l’intenzione della candidata di procedere con la campagna e con gli impegni già fissati. Hillary chiaramente contava di potersi riprendere nel fine settimana, quando aveva in programma solo due impegni minori, secondo le fonti citate dal giornale. Ma il modo in cui la malattia è diventata di dominio pubblico, ha ravvivato i timori tra i suoi sostenitori e le critiche tra i suoi detrattori per la tendenza della ex first lady a trincerarsi in una sfera di privacy non appena avverte una minaccia politica. Il suo desiderio di controllare in modo rigido le informazioni riguardanti la sua persona si è rafforzato durante gli anni ’90, l’ha condizionata nell’uso del server di email private quando era segretario di stato e ora rischia di farla sembrare un’altra volta una persona che ha qualcosa da nascondere, commenta il quotidiano.

Pesante il giudizio del Nyt sulla politica economica della Ue ‘la Brexit riflette credibilita’danneggiata della Ue che deve cambiare la politica economica, sino ad ora dominata dalla Germania’ ‘Il voto sulla Brexit riflette la credibilità danneggiata dell’Unione europea: a prescindere dall’esito la Ue deve ripensare lo status quo’. Lo afferma il New York Times, sottolineando che se la Gran Bretagna lascia, l’Ue dovrebbe prendersela anche con il suo modo di gestire le crisi nell’ultimo decennio con soluzioni di breve termine che hanno infiammato i nazionalismi che ora dilagano nel continente e in Gran Bretagna. Un decennio di crisi che ha lasciato l’Ue ferita e la sua reputazione danneggiata. Le implicazioni economiche di una Brexit sono potenzialmente sconcertanti, ma gli esperti al di là dell’esito del voto ritengono che la politica in Europa debba cambiare. ”La struttura dell’area euro é ancora fragile. La politica economica dominata dalla Germania si e’ tradotta in un decennio perso per il sud Europa, che ancora deve riprendersi dalla crisi’