Pietro Graso

“S’intuisce che Cosa nostra possa essere stata il braccio armato di altri interessi: di una strategia politica; di tipo economico legati agli appalti pubblici; o di entita’ deviate rispetto alle proprie funzioni istituzionali. Purtroppo pero’ non e’ stato possibile trovare le prove. Gli elementi per raggiungerle sono a conoscenza solo dei vertici dell’organizzazione, che non hanno collaborato con la giustizia. Ne’ abbiamo avuto collaborazioni da altri settori, esterni a Cosa nostra”. Lo ha dichiarato, a 25 anni dalla fine del maxi-processo a Cosa nostra, l’allora giudice a latere Pietro Grasso, presidente del Senato, in un colloquio con il Corriere della Sera. “La storia di Cosa nostra e’ una storia di misteri irrisolti o solo parzialmente risolti. Non solo per le stragi, ma anche per i cosiddetti ‘omicidi politici’ di Michele Reina, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, che danno l’impressione di essere stati commessi non solo per le esigenze di Cosa nostra; anzi, l’hanno danneggiata”, dichiara Grasso. “Molti pentiti hanno fatto questo tipo di riflessioni, senza poter andare piu’ in la’. Perche’ soltanto i vertici potevano essere al corrente di certi contatti con entita’ esterne”. “Prima ancora del ’92 con Falcone e Borsellino abbiamo convissuto quotidianamente con il rischio della morte. A volte scherzandoci sopra”, racconta Grasso. Per essere sopravvissuto “certe volte viene quasi un senso di colpa. Una serie di circostanze e coincidenze fortunate hanno fatto si’ che io sia rimasto vivo, e questo non ha potuto che rafforzare l’impegno preso davanti alle bare dei miei amici; fare di tutto per accertare le responsabilita’ dei colpevoli”.