“Con Giovanni Falcone, dopo il maxiprocesso, avevamo una idea ben precisa delle articolazioni e delle protezioni di cui godeva Cosa nostra a livello politico e istituzionale, partendo dalla Sicilia e fino a Roma. La scoperta, via via, di questi punti e’ costata la vita di tanti. Partendo dal ruolo dei cugini Nino e Ignazio Salvo che costo’ la vita al consigliere istruttore Rocco Chinnici”. Lo racconta il sociologo Pino Arlacchi, esperto in materia di contrasto alla criminalita’ organizzata, chiamato come teste dalla difesa di Nicola Mancino, al processo sulla trattativa tra Stato e mafia. Ascoltare Pino Arlacchi – amico di Giovanni Falcone con cui collaboro’ al pari di Paolo Borsellino – significa ritornare agli anni bui, dall’attentato all’Addaura (nel 1989) alle stragi, alla nascita della Dia e della Dna. “Un’altra colonna di questo sistema di protezione e copertura era costituita – ha spiegato – dai servizi di sicurezza dell’epoca. Oggi si parla di servizi deviati, all’epoca questo status era rappresentato da Bruno Contrada, nella sua duplice veste di poliziotto e di alto funzionario del Sisde. Falcone era convinto, e me lo disse, che dietro all’attentato dell’Addaura ci fosse proprio Contrada. Altra colonna era rappresentata dalla Corte di Cassazione dove c’era Corrado Carnevale. Al vertice di questa struttura di copertura e protezione c’era l’onorevole Giulio Andreotti”. Rispondendo alle domande dell’avvocato Massimo Krog, difensore di Nicola Mancino, Arlacchi ha anche affermato che “Mancino mi rassicuro’ dicendo che avrebbe continuato l’operato di Vincenzo Scotti sul solco del rafforzamento degli strumenti di contrasto alla criminalita’ organizzata”. Secondo Arlacchi anche il capo della polizia, Vicenzo Parisi, era “opaco”: “Ha sempre difeso Bruno Contrada. Parisi era una persona complessa, di fatto era il ministro dell’Interno, era l’unico che esternava di continuo”.





