rimpatrio

Tempi più brevi per l’esame delle domande di asilo, creazione di nuovi Centri permanenti per il rimpatrio. Questi alcuni dei punti essenziali del decreto legge legge per l’accelerazione delle procedure amministrative e giurisdizionali in materia di protezione internazionale, approvato ieri dal Consiglio dei ministri su proposta dei ministri dell’interno Marco Minniti e della giustizia Andrea Orlando. “Sono norme, ha spiegato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, “che attrezzano il Paese alle nuove sfide. “L’obiettivo strategico non e’ chiudere le nostre porte ma trasformare sempre piu’ i flussi migratori da fenomeno irregolare a fenomeno regolare, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nei nostro paesi e in misura controllata”. Tra i punti principali del provvedimento sono istituite, presso i tribunali di Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Firenze, Lecce, Milano, Palermo, Roma, Napoli, Torino e Venezia, 14 sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea. Le sezioni avranno competenza relativamente a: mancato riconoscimento del diritto di soggiorno sul territorio nazionale in favore di cittadini Ue; impugnazione del provvedimento di allontanamento nei confronti di cittadini Ue per motivi di pubblica sicurezza; riconoscimento della protezione internazionale; mancato rilascio, rinnovo o revoca del permesso di soggiorno per motivi umanitari; diniego del nulla osta al ricongiungimento familiare e del permesso di soggiorno per motivi familiari; accertamento dello stato di apolidia. Si introducono inoltre misure per la semplificazione e l’efficienza delle procedure innanzi alle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale e di integrazione dei richiedenti, nonche’ per la semplificazione dei procedimenti giudiziari di riconoscimento dello status di persona internazionalmente protetta e degli altri procedimenti giudiziari connessi ai fenomeni dell’immigrazione.

A seguito di attente e approfondite attivita’ investigative, e’ stato espulso con provvedimento del ministro dell’Interno dal territorio nazionale, con un volo partito dalla frontiera aerea di Milano, per motivi di sicurezza dello Stato, un 32enne, cittadino marocchino, residente a Padova e titolare di permesso di soggiorno di lungo periodo per motivi familiari. Ne da’ notizia un comunicato del Viminale. Con il rimpatrio di oggi, il primo del 2017, salgono a 133 i soggetti gravitanti in ambienti dell’estremismo religioso espulsi con accompagnamento in frontiera dal gennaio 2015 ad oggi. In particolare, il marocchino era all’attenzione degli investigatori perche’ risultava tra i fondatori di un centro culturale islamico di Padova frequentato da soggetti attestati su posizioni salafite/wahhabite. Il suo nome e’ emerso nell’ambito di un’indagine avviata nel 2015 dalla Questura di Padova in direzione della struttura fondamentalista islamica denominata Jihadia Salafiyya Padova, impegnata in attivita’ di propaganda e proselitismo attraverso la diffusione di video e messaggi in lingua araba. Lo straniero, inoltre, e’ risultato in contatto con l’imam della moschea di Schio (VI), gia’ espulso dall’Italia, il 30 settembre 2015, con provvedimento del Ministro dell’Interno. Dal materiale informatico e documentale sequestrato nel corso della perquisizione a suo carico sono emersi chiari indicatori della sua deriva fondamentalista – peraltro confermata dall’ex moglie – e del suo interesse a diffondere il credo islamico piu’ oltranzista, con una chiara propensione alla jihad.

“Massimo impulso all’attività di rintraccio dei cittadini dei Paesi terzi in posizione irregolare, in particolare attraverso una specifica attività di controllo delle diverse forze di polizia”, è il testo della circolare emanata dal capo della polizia, Franco Gabrielli, che indica il provvedimento “necessario” e sottolinea come “riveste un ruolo altrettanto importante il dispositivo di controllo e di allontanamento degli stranieri irregolari”. La circolare sottolinea come questa “attività di controllo consenta spesso di intercettare fenomeni di sfruttamento e di inquinamento dell’economia del territorio collegati a forme di criminalità organizzata di livello nazionale e transnazionale” e di mettere in campo “un’azione di prevenzione e contrasto nell’attuale contesto di crisi a fronte di una crescente pressione migratoria e di uno scenario internazionale connotato da instabilità e da minacce che impongono di profondere massimo impegno nelle attività volte a mantenere il territorio ‘sotto controllo'”. La politica di rimpatrio per gli stranieri in posizione irregolare “rappresenta una priorità nel contesto dell’Unione europea e trova particolare riscontro oltre che nelle disposizioni obbligatorie dei trattati istitutivi, anche in numerosi atti di indirizzo politico e strategico” in materia di sicurezza.

I deputati del partito Nidaa Tounes, leader della maggioranza di governo e rappresentante del fronte laico nazionale in Tunisia, presenteranno un’iniziativa legislativa per impedire il rimpatrio dei terroristi tunisini. Lo ha detto alla stampa locale il deputato Hassan Amari. “Tutti i partiti e i gruppi parlamentari democratici sono contro il ritorno di questi terroristi. Il loro posto naturale non e’ la Tunisia. Costoro rappresentano un grande pericolo per il paese e per la societa’”. Il parlamentare tunisino ha spiegato che, a suo giudizio, l’articolo 49 della Costituzione consente di limitare l’esercizio dei diritti e delle liberta’ in caso di sicurezza nazionale, difesa, salute pubblica o etica generale. D’altra parte l’articolo 25 della Carta fondamentale tunisina del 2014 prevede che a nessun cittadino tunisino possa essere impedito il rimpatrio, ne’ possa essere revocata la nazionalita’. La sessione plenaria dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp, parlamento monocamerale tunisino) dedicata al bilancio suppletivo per il 2017 e’ stata monopolizzata dalla polemica sul rimpatrio dei terroristi. I deputati del partito Nidaa Tounes hanno esposto dei cartelli con scritto “No al ritorno di terroristi in Tunisia”, in riferimento al dibattito sul diritto al rimpatrio sancito nella Costituzione del 2014 e applicabile anche ai terroristi. nche il partito Afek Tounes si e’ dichiarato categoricamente contrario al rimpatrio dei terroristi tunisini dalle zone di conflitto. La formazione politica di centro-destra, partner del governo di accordo nazionale guidato dal premier Youssef Chahed, “si oppone a qualsiasi normalizzazione del terrorismo”, si legge in una dichiarazione rilasciata dell’ufficio politico del partito il 26 dicembre. Per Afek Tounes la questione del ritorno dei “foreign fighter” tunisini dalle zone di conflitto rappresenta “una linea rossa non negoziabile”, che va a toccare direttamente la sicurezza nazionale della Tunisia. Il partito ha proposto di inviare i terroristi tunisini davanti alla Corte internazionale di giustizia. Afek Tunes ha richiesto poi di perseguire, in conformita’ con la legge anti-terrorismo, i reclutatori dei giovani tunisini inviati a combattere nelle aree di conflitto. La formazione politica tunisina ha proposto tra le altre cose di mobilitare risorse materiali, logistiche e umane per proteggere i confini del paese rivierasco e contrastare ogni tentativo d’infiltrazione terroristica. La cosiddetta legge del pentimento, che consente ai tunisini coinvolti in atti di terrorismo all’estero di rientrare comunque nel paese, dove verrebbero comunque perseguiti e incarcerati, ha generato notevoli controversie tra la societa’ civile del paese nordafricano. L’opinione pubblica, in particolare, e’ divisa tra chi difende il diritto costituzionale di tutti i tunisini a rientrare nel paese e chi si oppone al rimpatrio dei terroristi. Sabato scorso, 24 dicembre, un gruppo di manifestanti ha inscenato una protesta davanti all’Arp per opporsi al rientro dei tunisini dalle zone di conflitto.