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Con il lancio dei missili sulla Siria, Donald Trump “ha preso tre piccioni con una fava. E piccioni si chiamano Russia, Iran e Cina”. Il presidente degli Stati Uniti, sostiene il generale Carlo Jean, ex consigliere militare di Francesco Cossiga al Quirinale, in una intervista a Libero, ha compiuto un capolavoro diplomatico: “Ha fatto capire che la pace in Siria senza gli americani non si può fare” e “non a caso, la reazione della Russia è stata decisamente scomposta” con “l’annullamento dell’accordo con gli Stati Uniti sulla sicurezza aerea in Siria. Azzerare quel patto danneggia più Mosca che Washington. I russi per raggiungere la Siria devono passare su zone aeree controllate dagli americani. E non possono sorvolare la Turchia. Dunque devono partire dall’Iran, sorvolare l’Iraq dominato dall’aviazione Usa e quindi arrivare in Siria, che però dalla base di Incirlik, in Turchia, è a sua volta controllata dai velivoli americani”. Ma soprattutto, a Putin ha recapitato un messaggio forte e chiaro: “Ha detto: guardate che non sono Obama, io sparo” e per “l’Iran il messaggio è lo stesso”, “e infatti la reazione di Teheran è stata estremamente cauta”. E il terzo piccione? “È il più grande: la Cina, con la quale è aperta la questione della Corea del Nord” ma “in questo caso, tuttavia, rispetto alla Siria si tratterebbe di un’operazione più complicata”, “l’eventuale attacco americano non si potrebbe tradurre m qualche azione dimostrativa o limitata. Kim Jong-Un dispone di 15mila cannoni in grado di colpire Seul. E dalle simulazioni effettuate è emerso che se queste bocche da fuoco non fossero neutralizzate in poche ore, a Seul morirebbero centinaia di migliaia di persone. Cosa che gli Stati Uniti non possono permettersi. E allora i cinesi sanno benissimo che un eventuale intervento Usa sarebbe portato avanti con armi ai neutroni. Ora a Pechino avranno le orecchie dritte”. Ma sul futuro siriano, avverte, le incognite restano tutte: “Trump si trova di fronte a un bivio: come evitare che la Siria si trasformi in un altro Iraq e in un’altra Libia? Un piano americano, se c’è, è tenuto ben mascherato”, “il rischio che facendo fuori Assad si sfasci l’esercito e che, di conseguenza, la Siria si trasformi in un’altra Libia, è concreto”. Aggiunge poi che “Trump oltre alla politica estera deve tenere conto anche di quella interna, dove è riuscito a ricompattare i Repubblicani intorno a lui” e che la restaurazione della potenza militare russa è solo propaganda: “La Russia non può fare una nuova Guerra fredda con gli Stati Uniti. Washington ha leve molto forti. Può fare, ad esempio, una speculazione al ribasso del prezzo del petrolio. Trump ha il coltello dalla parte del manico”, “la Casa Bianca ha recuperato il rapporto con Turchia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati. Tutto il mondo sunnita è allineato con Trump. Questo significa che senza gli americani la pace in Siria non si può fare” mentre “l’Ue non serve a niente. Strategicamente e politicamente non esiste”.

Restano molto tesi i rapporti tra Usa e Urss sul dossier Siria. Continua da diverse settimane lo scambio di accuse, da una parte e dall’altra su chi fomenta la guerra. Oggi qualcosa inizia a smuoversi tra Russia e Usa dopo che ieri e’ Washington ha rotto ogni contatto sulla Siria. Il Cremlino ha auspicato che “la saggezza politica” prevarra’ a Washington sulla collaborazione con la Russia. “Ci piacerebbe poter contare sulla saggezza politica e sulla continuazione di scambi (di punti di vista, ndr) su problemi particolarmente sensibili, necessari per mantenere la pace e la sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. In queste ore l’Onu e la diplomazia mondiale hanno cercato di far avvicinare le due superpotenze, nella consapevolezza che in questa congiuntura, un acuirsi dello scontro può essere micidiale per la situazione geopolitica nel Medioriente. Dal Cremlino la domanda di un dialogo che alcuni però considerano una velata minaccia nei confronti della Casa Bianca