Eurozona

“Ritorna uno sguardo diffidente sul mercato del debito dell’Italia” in quanto “i segnali di un cambio di politica della Bce ravvivano le preoccupazioni su come se la passera’ Roma”. E’ quando afferma in un’analisi il Wall Street Journal, secondo cui “la recente volatilita’ sul mercato dei titoli ha accresciuto vecchie paure in Europa”, in particolare gli effetti della fine del QE sui paesi periferici dell’eurozona come l’Italia. Infatti, anche se “per il momento non c’e’ nessun segno di panico o ragione di allarme”, gli investitori “sono diffidenti perche’ a un certo punto l’aumento degli yield sui bond italiani corrono il rischio di creare circoli viziosi nell’economia reale attraverso costi piu’ alti”. Secondo il Wsj, “il rischio reale a breve termine e’ che” la fine del QE della Bce “possa cristallizzare le paure sui rischi politici italiani in vista delle elezioni generali”, dove se vincesse il M5S “l’eurozona piomberebbe in una crisi da cui non c’e’ via di fuga evidente”. I rischi pero’ restano anche sul lungo termine, in quanto nonostante le ultime riforme in Italia e’ “inverosimile” che queste possano far salire le prospettive di crescita a “livelli che rimuoverebbero le preoccupazioni sulla sostenibilita’ del debito a lungo termine”. Per arrivare a questo, infatti, “l’Italia ha bisogno di un governo stabile impegnato a fare le riforme” e “finche’ non ne trova uno, lo spettro della crisi continuera’ a perseguitare l’Italia e l’eurozona”.

Molte cose sono diverse rispetto a tre anni fa, quando l’Europa era in piena recessione e la Bce e’ dovuta intervenire con qualsiasi misura a sua disposizione per sostenere la crescita e uno di questi fattori e’ il fattore politico. Lo ha detto il presidente della Bce Mario Draghi nel suo discorso introduttivo del forum della Bce sugli investimenti e la crescita nelle economie avanzate in corso di svolgimento a Sintra in Portogallo. “Un cambiamento considerevole rispetto a tre anni fa e’ il chiarimento dell’outlook politico nell’eurozona – ha detto Draghi – Per anni l’eurozona ha vissuto sotto la nuvola dell’incertezza se mai le riforme necessarie sia a livello nazionale che di Unione sarebbero state implementate. Questo ha agito da freno sulla fiducia e gli investimenti, il che equivale a un restringimento implicito delle condizioni economiche. Oggi le cose sono cambiate e i venti della politica sono diventati venti di spinta. Vi e’ una ritrovata fiducia nel processo politico, e un ritrovato supporto per la coesione europea che potrebbe aiutare a liberare finalmente domanda e investimenti”.

“Nonostante i segni di miglioramento, è chiaramente troppo presto per dichiarare vittoria” sul fronte dell’inflazione e anzi “al momento c’è ragione per essere cauti nel valutare quanto le prospettive d’inflazione si siano stabilizzate”. Lo ha detto Mario Draghi, presidente della Bce, a una conferenza a Francoforte, aggiungendo che “la continuazione del sostegno (monetario, ndr) è fondamentale” per sostenere la dinamica dei prezzi. Il presidente della Bce sottolinea comunque che “la ripresa sta migliorando e guadagnando forza”. “La ripresa – evidenzia – sta traendo spinta da un circolo virtuoso fra consumi in rialzo, crescita dell’occupazione e redditi da lavoro”. “La crescita nominale ora sta aiutando” a ridurre il debito, e praticamente per la prima volta dall’introduzione dell’euro “la spesa sale mentre l’indebitamento scende”, ha detto Draghi spiegando che per “il contributo della crescita nominale è sempre stato decisivo per il successo” del ‘deleveraging’, cioè della necessaria riduzione di un debito eccessivo.

“Si da’ la colpa della crisi economica all’euro ma la moneta unica non c’entra niente, fino al 2007 nessuno brontolava contro l’euro erano tutti felici, poi con l’arrivo della crisi i partiti populisti hanno dato la colpa all’euro, ma la colpa della crisi e’ solo della cattiva gestione”. Lo ha detto Romano Prodi, ospite di “Carta Bianca” su Rai Tre. “Noi ora viviamo nell’angoscia che la speculazione si butti contro l’Italia, questo e’ un errore – ha aggiunto Prodi -. La crisi e’ partita negli Stati Uniti che si sono ripresi subito perche’ hanno adottato, con Obama, una politica economica saggia, cosa che i leader europei non hanno fatto”.

“Sui conti pubblici Renzi fa finta di non capire. Sul deficit, si era impegnato con l’Europa a chiudere il 2017 allo 0,9% (Def 2014), ma finirà oltre il 2%-2,2%. Significa che in tre anni il suo governo e quello fotocopia di Gentiloni hanno fallito gli obiettivi di più di un punto di Pil, pur in presenza di un tasso di crescita moderatamente positivo, diversamente rispetto agli anni precedenti”. Lo dichiara Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia. “Inutile – prosegue – che Renzi faccia il gioco delle tre carte: in ragione degli obiettivi e degli impegni da lui stesso presi con l’Unione europea, il deficit non è diminuito. È rimasto inchiodato tra il 2% e il 2,5%, pericolosamente vicino al 3%. Le sue affermazioni sono semplicemente false”. “Allo stesso modo – insiste Brunetta – sul debito Renzi ha sprecato la congiuntura che nei suoi anni è passata da negativa a positiva, il Quantitative easing della Bce, l’euro debole e il più che dimezzamento del prezzo del petrolio. Renzi non ha attaccato lo stock del debito né ha tagliato la cattiva spesa corrente, limitandosi a distribuire mance e mancette agli elettori”. “La sua politica economica, quindi, si è dimostrata fallimentare tanto sul deficit, per cui non ha rispettato – ripetiamo – gli impegni presi con l’Ue, quanto sul debito, per cui ha sprecato la congiuntura favorevole che gli avrebbe consentito di aggredirlo come mai era stato possibile in passato. Non c’è trucco o inganno che tenga. Lo dicono gli italiani, lo dice il numero di disoccupati, lo dicono i consumi non decollati e lo dice il raffronto con il resto dell’Eurozona, dove l’Italia ha peggiorato la sua collocazione relativa”, conclude Brunetta.

Contro la crisi dell’Europa, l’economista francese Thomas Piketty ha deciso di entrare nella squadra del candidato socialista alle presidenziali Benoît e ha proposto la creazione di un’assemblea dell’Eurozona, per dare ai paesi che ne fanno parte un “meccanismo decisionale democratico”. Piketty, cui è stato confidato l’incarico delle questioni europee nella squadra della campagna elettorale di Hamon, ha criticato l’inerzia del Consiglio dei ministri delle Finanze della zona euro, come nel caso della crisi del debito greco e sull’idea di un’imposta comune sulle multinazionali. Propone quindi di creare una nuova istanza composta da “circa 100 o 150 membri” rappresentanti di ogni paese “in modo proporzionale alla loro popolazione e rappresentativo dei gruppi politici”. Le decisioni quindi sono sarebbero piu prese a porte chiuse – ha spiegato l’economista ospite su France INter – ma con un processo parlamentare che non necessita l’unanimità, ma almeno l’accordo dei quattro paesi che rapprensentano il 77% della popolazione europea, la Germania, la Francia, l’Italia e la Spagna. L’economista, molto critico nei confronti della politica economica del presidente socialista in carica Francois Hollande, aveva rifiutato nel 2015 l’onoreficenza della Legione d’Onore.

“Un nuovo stress finanziario nella zona euro come reazione alle crescenti preoccupazioni degli investitori sulla coesione politica potrebbe avere un impatto avverso sull’economia reale”. E’ questa la valutazione-allarme di Fitch Ratings contenuta nell’ultimo rapporto sulla situazione dell’unione monetaria. In sostanza, sotto stretta osservazione dell’agenzia di rating sono le possibili conseguenze sull’aumento dei rischi politici dovuto “all’incremento del sostegno ai partiti populisti ed euroscettici nel continente nel contesto di diverse elezioni chiave nel 2017 “

Nel terzo trimestre 2016, il rapporto tra debito pubblico e Pil nell’area euro si e’ attestato al 90,1%, rispetto al 91,2% alla fine del secondo trimestre dello stesso anno. Lo certifica Eurostat, agenzia europea di statistica. Nell’Ue a 28 paesi, il debito risulta pari all’83,3% del Pil (era l’84,2% a fine giugno). L’Italia è fra i paesi con il debito piu’ elevato, ma fa anche registrare una maggiore riduzione del rapporto indebitamento/Pil, scendendo dal precedente 135,5% al 132,7%. I piu’ alti rapporti tra debito pubblico e Pil alla fine del terzo trimestre del 2016 si registrano in Grecia (176,9%) e Portogallo (133,4%). Al terzo posto l’Italia.

Giorgia Meloni lancia il partito ‘sovranista’. La leader di Fratelli d’Italia lo farà in una manifestazione che si svolgerà il 28 gennaio a Roma. Al centro del progetto, come spiega in una intervista pubblicata oggi su La Stampa, gli interessi nazionali. Sarà “uno spartiacque”, dice Meloni, che ritiene le categorie di centrodestra e centrosinistra “superate” perché non corrispondono più alle esigenze e alla realtà italiana e non solo”.
I sovranisti,spiega, Meloni, “ sono tutti quelli che vogliono mettere al centro della propria proposta gli interessi nazionali, la tutela delle nostre imprese, del made in Italy, la difesa dei confini, la valorizzazione dele nostre tradizioni, l’introduzione della preferenza nazionale nell’acceso ai servizi sociali”. Nel progetto c’è anche uno scioglimento concordato della zona euro. Meloni di dice “dispiaciuta” delle distanze di vedute con Berlusconi. “Sono dispiaciuta che non la pensi come me”, dichiara, aggiungendo che “Berlusconi vuole l’inciucio con Renzi, ma non lo farà con i nostri voti”.

Wall Street Journal: non e’ ancora il momento di scommettere contro l’eurozona

L’eurozona e’ riuscita difficoltosamente a sopravvivere a sette anni di crisi economico-finanziaria, e quasi certamente fara’ lo stesso nel 2017, scrive l’opinionista Simon Nixon sul “Wall Street Journal”.Di questi tempi, sottolinea Nixon, nessuno appare interessato alle buone notizie provenienti sul fronte economico dal Vecchio continente. Tra investitori e policy maker, “il dibattito e’ monopolizzato dai rischi politici e da come questi ultimi possano reinnescare la crisi del  debito dell’eurozona”. Nei circoli politici britannici, dove “la fine imminente dell’eurozona costituisce un articolo di fede sin dal momento della sua nascita”, il dibattito relativo ai rischi politici e’ divenuto via via piu’ acceso ed entusiastico dopo il referendum sulla “Brexit” della scorsa estate. I sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, vittoriosi al referendum, sono convinti che la debolezza del progetto europeo forzera’ Bruxelles a un compromesso con Regno Unito durante i negoziati per il divorzio: si tratta di un argomento “dalla logica difficilmente comprensibile, che potrebbe essere basato soltanto su un auspicio”. Certo, ammette Nixon, “i rischi politici fronteggiati dall’Europa sono reali”, e la vittoria dei populisti in una delle elezioni politiche che si  terranno quest’anno getterebbe senza dubbio nel caos la politica comunitaria. Dopo gli shock del 2016, pero’, i rischi potenziali appaiono ad oggi “poco probabili”: in Francia, sottolinea l’opinionista, i sondaggi danno addirittura il Front National di Marine le Pen in ritirata. E se c’e’ una lezione trasmessa dagli eventi dello scorso anno, questa dovrebbe essere che “le economie sono piu’ resistenti di quanto si creda agli shock politici”. Gli ultimi indicatori macroeconomici confermano che nel Vecchio continente e’ in corso “una ripresa modesta, ma costante”, che dopo tre anni “potrebbe acquistare velocita’, trascinata da una maggiore spesa privata e pubblica e da un miglioramento del quadro globale, dai bassi tassi di interessa e dalla debolezza dell’euro”. L’ultimo dato relativo ai direttori agli acquisti del manifatturiero europeo e’ stato il migliore da maggio 2011, e quello relativo alla fiducia dei consumatori e’ ai massimi da marzo di quell’anno. la disoccupazione e’ in calo, e in Germania e’ ai minimi da dopoguerra: 4,1 per cento. La Spagna ha creato 1,6 milioni di nuovi posti di lavoro dal 2013, e in Francia l’output industriale nel quarto trimestre del 2016 e’ stato assai superiore alle aspettative. in Italia, prosegue Nixon, il reddito disponibile aumenta al ritmo maggiore dal 2001, e molti economisti si preparano a rivedere al rialzo le stime di crescita dell’eurozona per quest’anno. Si tratta certo di una ripresa debole, se valutata sulla base degli standard storici: la maggior parte dei paesi dell’eurozona non vedranno espandersi la loro economia piu’ dell’1,5 per cento, e quel che e’ peggio, il loro tasso di crescita sostenibile a lungo termine appare ancora inferiore a causa dei gravi problemi demografici del Continente e dello scarso aumento della produttivita’. L’eurozona deve anche prestare attenzione al rischio di bolle alimentate dalla ripresa, che spingerebbero in altro l’inflazione troppo rapidamente. Per il momento, fortunatamente, non esistono segnali concreti in questo senso, e difficilmente la Banca centrale europea rivedra’ la sua politica espansiva nel 2017.