Financial Times

L’Arabia Saudita sta pianificando una nuova campagna di pubbliche relazioni, attraverso una rete di uffici in Europa e Asia, per contrastare l’immagine negativa del Paese. L’iniziativa, riferisce il Financial Times, si e’ resa necessaria dopo che l’aggressiva politica estera messa in campo dal principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha portato la monarchia sunnita all’attenzione internazionale. In particolare, hanno suscitato critiche e preoccupazioni sia l’intervento armato in Yemen contro i ribelli sciiti houthi che l’offensiva diplomatica e l’embargo decretato contro il vicino Qatar. La guerra civile in Yemen, che va avanti ormai da tre anni, ha provocato una devastante crisi umanitaria. Dal marzo 2015, Riad, alla testa di una coalizione di paesi arabi sunniti, compie bombardamenti che fanno vittime anche tra i civili e il Paese e’ in una situazione critica, aggravata da un diffusa epidemia di colera. Inoltre, a giugno, l’Arabia Saudita, insieme agli Emirati arabi uniti, Bahrein, Kuwait ed Egitto, ha chiuso confini e rapporti diplomatici con Doha, accusata di sostenere il terrorismo. Da qui la necessita’ di rilanciare l’immagine di Riad con un piano di comunicazione e pubbliche relazioni. Il programma, di cui l’Ft ha preso visione, prevede l’apertura gia’ da questo mese di uffici a Londra, Berlino, Parigi e Mosca, con l’obiettivo di “promuovere un cambiamento dell’immagine dell’Arabia Saudita rispetto al resto del mondo e migliorare la percezione internazionale del Regno”.

Stampa britannica ricca di commenti sulla crisi politica che si e’ aperta dopo le elezioni del Regno Unito di giovedi’ scorso, nelle quali la premier e leader conservatrice, Theresa May, ha perso la maggioranza assoluta. I giornali prendono posizione con gli editoriali non firmati, attribuibili ai direttori. Per il “Financial Times” il risultato offre l’opportunita’ di aprire un dibattito serio sull’uscita dall’Unione Europea: la rigida visione di May andava contro l’interesse nazionale. “The Guardian” sottolinea la debolezza del governo: il rimpasto dimostra che May non e’ in grado neanche di scegliersi i ministri che vorrebbe; e’ in carica, ma non al potere. Al contrario “The Telegraph” vede nel rimpasto il primo passo per ripristinare la credibilita’ dei conservatori. “The Times” evidenzia l’isolamento della premier: dopo aver permesso ai Brexiter intransigenti di dettare il suo programma sull’uscita dall’Unione Europea, May dovrebbe sondare una piu’ ampia gamma di pareri, rivolgendo l’attenzione soprattutto alla comunita’ di impresa. “The Independent” si concentra sulla trattativa col Partito unionista democratico (Dup) dell’Irlanda del Nord, avvertendo che un accordo potrebbe mettere a rischio il processo di pace nordirlandese. Per il “Mirror” ora tutto e’ possibile, anche che Jeremy Corbyn diventi primo ministro.

 

‘Il sindaco dei 5 Stelle non riesce a brillare a Roma’. E’ il titolo del Financial Times che dedica mezza pagina interna agli scandali che hanno segnato la giunta di Virginia Raggi dal giorno del suo insediamento. Il quotidiano sottolinea che “al momento della sua elezione, Raggi era diventata un simbolo delle ambizioni crescenti del partito populista piu’ forte in Italia. Se Raggi, 38 anni, avesse governato con successo la problematica capitale in nome del partito ultimo arrivato guidato dal ‘robusto’ comico Beppe Grillo, allora gli italiani sarebbero stati piu’ convinti di scegliere i 5 Stelle anche per guidare il Paese. Ma otto mesi dopo, la prova sembra essersi rivelata un fiasco”. Quindi, l’autore dell’articolo, James Politi, fa un riepilogo dei guai della giunta Raggi. “Membri di spicco della giunta si sono dimessi con risentimento. I suoi piu’ stretti consiglieri sono stati inseguiti dai guai giudiziari, tra cui l’ex capo del personale e’ ora in carcere accusato di corruzione”. Secondo il quotidiano della City, “l’unica cosa che rimane al Movimento 5 Stelle, e’ la speranza che la maggior parte degli italiani non si concentreranno sul caos di Roma credendo che la capitale sia comunque ingovernabile”. “Ogni speranza su cui ancora Grillo contava di poter usare la Raggi come un successo da esibire, ha subito un duro colpo”, conclude il giornale.

“La Brexit e le dimissioni di Matteo Renzi fanno parte della stessa storia. Il progetto europeo è sotto una pressione senza precedenti. La decisione britannica di lasciare la Ue è la prova più evidente, ma nella lunga distanza la crisi in corso in Italia potrebbe costituire una minaccia ancora più grave alla sopravvivenza della Ue”. E’ quanto si legge in un commento di Gideon Rachman sul Financial Times, in cui si sottolinea che “è possibile che Renzi sia uno degli ultimi primi ministri italiani a rappresentare la sua tradizionale posizione pro europea”, ricordando le posizioni del M5S. Secondo Ft, il “populismo italiano potrebbe alla fine minacciare la Ue in modo più profondo della Brexit” non solo perché l’Italia, a differenza del Regno Unito, è uno dei sei membri fondatori, ma anche perché è all’interno dell’eurozona: “Se la Brexit è una faccenda dolorosa e complicata, non minaccia direttamente la sopravvivenza della moneta unica o rischia di provocare una crisi finanziaria”, scrive Rachman affermando che “la catena di eventi avviata dalla sconfitta di Renzi nel referendum potrebbe portare ad entrambi”. Si fa riferimento alla questione delle banche e al fatto che “le rinnovate preoccupazioni sulle dimensioni del debito dell’Italia possano spaventare gli investitori, facendo salire i tassi di interessi e minacciando la stessa solvenza dello stato italiano. E continuando con la prospettiva catastrofista, Ft afferma che “sarebbe molto più difficile organizzare un bailout dell’Italia di quanto sia stato ‘salvare’ la Grecia, considerata le dimensioni della sua economia, la quantità di denaro dovrebbe essere molto maggiore”. “Anche se gli italiani riusciranno a mettere insieme un nuovo governo ed evitare la crisi della banche, il quadro più ampio è ancora cupo. L’economia italiana è stagnante e il suo centro politico si sta disintegrando”, conclude il commento che ricorda che nazionalisti e populisti siano in ascesa in altri Paesi europei. E che a marzo, quando Londra ha promesso di presentare la notifica formale di Brexit, i leader della Ue si dovrebbero riunire proprio in Italia per festeggiare i 60 anni della firma dei Trattati di Roma. “Di questo passo, sarà più una veglia funebre che una festa”.

“Dopo la Brexit e Donald Trump occorre prepararsi al ritorno di una crisi dell’eurozona. Se il primo ministro italiano Matteo Renzi dovesse perdere il referendum costituzionale del 4 dicembre mi aspetto una sequenza di eventi che metterebbe in dubbio la partecipazione dell’Italia all’eurozona”. E’ l’opinione del direttore associato del Financial Times, Wolfgang Munchau che in un commento pubblicato ieri sera rileva le vere cause di questa possibilità non nel referendum in quanto tale. Intanto la Penisola resta nella scomoda posizione di maglia nera in Europa in avvio di settimana sui mercati. In un quadro generale di moderati ribassi delle Borse, a metà mattina a Milano l’indice Ftse-Mib accusa un più marcato meno 1,07 per cento e lo spread tra Btp a 10 anni e Bund risale a 185 punti base, laddove venerdì era rientrato sotto quota 180. Secondo Munchau, il vero problema è la performance economica dell’Italia che a partire dal 1999, anno di adozione dell’euro, ha visto la sua produttività totale dei fattori calare del 5% laddove in Paesi come Francia e Germania è aumentata del 10%. Solo un cambio di rotta, in tempo della Germania, con un’accettazione di un percorso verso un’unione economica e politica piena, potrebbe evitare tali rischi. In questo quadro una eventuale vittoria del no al referendum potrebbe avere conseguenze distruttive sulla moneta unica. “Se Renzi dovesse perdere – prosegue Munchau – ha detto che si dimetterà, portando al caos politico. Gli investitori potrebbero concludere che il gioco è finito. E il 5 dicembre l’Europa potrebbe svegliarsi con un’immediata minaccia di disintegrazione”. Lo stesso discorso viene svolto con riferimento alla possibile vittoria di Marine Le Pen alle prossime elezioni presidenziali che “non è più un rischio remoto…Se la signora Le Pen dovesse diventare presidente – prosegue Munchau – ha già detto che terrà un referendum sul futuro della Francia nella Ue. E se tale referendum portasse alla ‘Frexit’, la Ue sarebbe finita il mattino successivo e così l’euro”. Le conseguenze di un’uscita dell’Italia o della Francia dall’euro sarebbero disastrose e “porterebbero alla maggiore insolvenza della storia. I detentori stranieri di titoli italiani o francesi denominati in euro – spiega il direttore associato del Financial Times – sarebbero pagati nell’equivalente di lire o franchi francesi. Entrambi i Paesi svaluterebbero. E dal momento che le banche non devono detenere capitale a fronte delle loro posizioni in titoli di stato, le perdite porterebbero molte banche continentali all’immediato fallimento, La Germania allora comprenderebbe che un massiccio surplus delle partite correnti ha anche i suoi svantaggi. E che c’è molta ricchezza tedesca in attesa del default”. Tale scenario apocalittico potrebbe essere evitato? “In teoria – afferma Munchau – potrebbe essere evitato, ma ci vorrebbero una serie di decisioni prese in tempo e nel giusto ordine. A partire dal fatto che la signora Merkel dovrebbe accettare ciò che rifiutò nel 2012 – un percorso verso un’unione fiscale e politica piena. La Ue inoltre dovrebbe anche rafforzare lo European Stability Mechanism (Esm), l’ombrello di soccorso, che non è stato studiato per salvare Paesi della taglia dell’Italia o della Francia”. Quest’ultima prospettiva solidale è anche remotamente probabile? “Mettiamola in questo modo – risponde Munchau -: se dovessimo chiedere alla cancelliera tedesca se lei vuole titoli dell’eurozona garantiti in modo comune, direbbe di no. Ma se dovesse scegliere tra gli eurobond e un’uscita italiana dall’euro la sua risposta potrebbe essere diversa. E la risposta dipenderà anche se la domanda viene posta prima o dopo le elezioni tedesche nel prossimo autunno. La mia previsione centrale – conclude Munchau -, non è comunque un crollo della Ue o dell’euro ma l’uscita di uno o più Paesi, possibilmente l’Italia ma non la Francia. Alla luce degli eventi recenti il mio scenario di base è ora solidamente sulla scala ottimistica delle aspettative ragionevoli”.

Un commento di Tony Barber sul “Financial Times” boccia la riforma costituzionale italiana oggetto del referendum del 4 dicembre: contrariamente a quanto afferma il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, scrive l’editorialista, la riforma, che riduce drasticamente i poteri del Senato, a favore della Camera dei deputati, e il numero dei senatori da 315 a cento, rendendoli non piu’ elettivi, “farebbe poco per migliorare la qualita’ del governo, della legislazione e della politica”. Renzi, prosegue Barber, attribuisce al bicameralismo perfetto la lentezza del processo legislativo e l’instabilita’, ma “il parlamento italiano approva piu’ leggi all’anno di quelli della Francia, della Germania, del Regno Unito e degli Stati Uniti”. Pur non disponendo della maggioranza al Senato, ricorda il commentatore, lo stesso Renzi e’ riuscito a far approvare leggi centrali del suo programma come quelle sugli sgravi fiscali e sul mercato del lavoro. L’elevato numero di governi che si sono succeduti nella storia repubblicana, argomenta Barber, non dipende dai poteri del Senato: “La spiegazione principale e’ la natura frammentata dei partiti politici italiani. Cio’ riflette la frammentazione della societa’ italiana”. A suo parere, “cio’ di cui l’Italia ha bisogno non e’ approvare piu’ leggi piu’ velocemente, ma meno leggi e migliori. Devono essere scritte in modo accurato e applicate davvero, invece di essere bloccate o aggirate dalla pubblica amministrazione, da interessi particolari e dall’opinione pubblica”. Alle modifiche alla Costituzione, inoltre, si aggiunge la legge elettorale col premio di maggioranza, “anch’essa un cattiva riforma” per l’editorialista. “Nelle capitali dell’Ue – conclude Barber – c’e’ la sensazione che Renzi meriti di essere sostenuto. Un’Italia senza timone, vulnerabile a una crisi bancaria e al movimento anti-sistema Cinque stelle, potrebbe scatenare problemi. Eppure la sconfitta referendaria di Renzi non necessariamente destabilizzerebbe l’Italia. Una vittoria, d’altra parte, esporrebbe la follia di mettere l’obiettivo tattico della sopravvivenza di Renzi davanti alla necessita’ di una sana democrazia”.

Così l’autorevole FT sul Movimento ‘Il fascino pericoloso del M5s in Italia” È’ un “Movimento populista, non e’ concorrente credibile per governare. Cosi’ titola in un editoriale il ‘Financial Times’, secondo cui “il movimento populista non e’ un concorrente credibile per governare il Paese”. Il risultato delle elezioni amministrative che hanno visto la vittoria del M5S a Roma e Torino sono “un colpo” al premier Matteo Renzi “in un momento delicato della sua premiership”, che ora “deve trovare uno slancio fresco dopo queste sconfitte se vuole consolidare il suo potere e spingere avanti con le riforme economiche che sono necessarie”, avverte il quotidiano finanziario. Nonostante alcuni elementi positivi portati dal M5S, come il fatto che siano due donne i due nuovi sindaci di Roma e Torino in un contesto politico ed economico “dominato da uomini di mezza eta’ e anziani” e la “forte posizione” contro la corruzione che in Italia “resta endemica”, “il partito fondato da Grillo e’ ancora molto lontano dall’essere un concorrente credibile a livello nazionale, non da ultimo per le sue politiche economiche incoerenti”. Le grosse contraddizioni della politica economica del M5S sono, sottolinea il Ft, l’essere a favore di un reddito di cittadinanza “ma senza spiegare come pagarlo”, volere un referendum sull’appartenenza dell’Italia all’eurozona “altamente destabilizzante per l’Italia e l’Europa”, e sostenere politiche fiscali concentrate “sull’abbassare le tasse e aumentare la spesa” che il Paese “non puo’ permettersi” visto il suo debito pubblico. Ora il M5S “sara’ testato” e dovra’ dimostrare di saper governare due delle piu’ grandi citta’ italiane, ma nonostante questo, conclude il Ft, il partito di Grillo “non e’ nemmeno lontanamente in grado di governare l’Italia”.