Regno Unito

I reali di Spagna, Filippo VI e Letizia, partono per la Gran Bretagna per una visita di Stato, la prima negli ultimi 31 anni. L’obiettivo è quello di rafforzare le relazioni bilaterali in vista della “Brexit”, l’uscita britannica dall’Unione Europea. Il viaggio era già stato programmato e rimandato per due volte: la prima a causa della crisi politica che nel 2016 ha colpito la Spagna, rimasta senza governo per quasi un anno; la seconda a causa della coincidenza della data prevista per la visita con le elezioni anticipate indette dal primo ministro britannico, Theresa May, l’8 giugno. I reali saranno accompagnati dal ministro degli Esteri Alfonso Dastis. La visita comincerà ufficialmente domani, con l’accoglienza da parte del principe Carlo e della moglie Camilla, duchessa di Cornovaglia. I reali spagnoli incontreranno poi la regina Elisabetta II e Filippo di Edimburgo. Filippo VI parteciperà alla sessione congiunta del Parlamento britannico e, insieme alla moglie, parteciperà alla cena offerta dalla regina d’Inghilterra.

Gli inglesi non brindano piu’ con le bottiglie di vino in vendita in Gran Bretagna che non sono mai state cosi care per effetto dei tassi di cambio sfavorevoli ma anche per l’aumento della tassazione sugli alcolici. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti dalla quale si evidenzia che calano del 7% anche le vendite del vino italiano sulla base dei dati Istat che evidenziano relativi ai primo bimestre del 2017. Sulle tavole inglese il vino, che e’ in gran parte di importazione, e’ – sottolinea la Coldiretti – la prima vittima del caos provocato da Brexit ed elezioni per effetto della svalutazione record della sterlina che lo ha reso sempre piu’ inaccessibile. La Gran Bretagna – sottolinea la Coldiretti – e’ stata nel 2016 il primo mercato mondiale di sbocco dello spumante italiano con il 30% delle bottiglie esportate, in pratica quasi 1 su 3. Ora – precisa la Coldiretti – si e’ invertita la tendenza e le esportazioni sono in calo anche per gli aumenti delle accise che riguardano tutti i vini e gli spumanti e che a febbraio sono stati di ben il 9% per il prosecco secondo La Wine and spirit trade association (Wsta). Bere vino – continua la Coldiretti – e’ diventato particolarmente caro in Gran Bretagna con il prezzo medio di una bottiglia in questo momento e’ di 5,56 sterline con un aumento costante dal momento del referendum sull’uscita dall’Unione Europea, con un ulteriore accelerazione: nei primi tre mesi dell’anno. La Gran Bretagna – sottolinea la Coldiretti – e’ il quarto sbocco estero dei prodotti agroalimentari nazionali Made in Italy con un valore di ben 3,2 miliardi nel 2016. La voce piu’ importante – conclude la Coldiretti – e’ rappresentata proprio dal vino e dagli spumanti seguiti dalla pasta, dall’ortofrutta, dai formaggi oltre un terzo dei quali e’ rappresentato da Parmigiano Reggiano e Grana Padano ma va forte anche la mozzarella di bufala campana.

Riprende la campagna elettorale nel Regno Unito in vista delle elezioni politiche dell’8 giugno, sospesa dopo l’attentato alla Manchester Arena che ha provocato 22 morti e decine di feriti. Oggi il leader del partito laburista Jeremy Corbyn ha criticato la politica del governo in materia di sicurezza e lotta al terrorismo. “Nessun governo può prevenire ogni attacco terroristico, ma la responsabilità dell’esecutivo è di ridurre al minimo tale possibilità, assicurare che la polizia abbia le risorse necessarie, che la nostra politica estera riduca, piuttosto che aumentare, le minacce per il Paese”, ha detto Corbyn in un discorso a Londra. “Molti esperti e professionisti dei nostri servizi di intelligence e di sicurezza hanno sottolineato le connessioni tra le guerre che abbiamo sostenuto in altri Paesi, come la Libia, e il terrorismo in casa nostra”, ha aggiunto il leader laburista. “Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la guerra al terrorismo non sta funzionando”, ha concluso Corbyn.

Il governo britannico tenta di trovare una soluzione in extremis alla crisi politica in Nord Irlanda, nella speranza di evitare altre turbolenze prima dell’avvio delle procedure per il divorzio dall’Unione europea, che potrebbe cambiare lo status del confine tra la regione e la Repubblica d’Irlanda. I due principali partiti a Belfast hanno dichiarato che i colloqui per la formazione di un nuovo governo di coalizione sono finiti, ma Londra insiste per un accordo. “Anche in questa fase invito le parti politiche ad accordarsi per lavorare e formare un esecutivo e fornire alle persone qui il governo autonomo forte e stabiel che vogliono” ha detto James Brokenshire, il ministro britannico per l’Irlanda del Nord che ha presieduto i colloqui per tre settimane. La crisi politica è scoppiata a gennaio, quando il vicepremier del Sinn Fein Martin McGuinness si è dimesso in protesta contro la gestione di un programma di incentivi di alle imprese verdi decisa dalla First Minister Arlene Foster quando era ministro dell’economia. La caduta del governo ha portato al voto anticipato, che però non è riuscito a smuovere l’impasse tra i nazionalisti cattolici irlandesi del Sinn Fein e il Democratic Unionist Party (DUP), il partito filo-britannico e protestante della Foster. I partito avevano fino alle 17 di oggi per trovare un accordo su un nuovo governo, ma ieri sera il Sinn Fein ha detto di essere “alla fine della strada”. “Il processo negoziale ha fatto il suo corso e il Sinn Fein non farà nomine per la posizione di speaker o per il governo domani” ha detto Michelle O’Neill, leader del partito. Stessa valutazione da Foster “purtroppo la realtà è che non c’è stato un progresso sufficiente nel tempo a disposizione per formare un nuovo governo”. McGuinness, morto martedì per una rara malattia cardiaca, aveva chiesto a Foster di autosospendersi dal suo incarico in attesa della conclusione di un’inchiesta pubblica sul fallito programma che dovrebbe costare ai contribuenti mezzo milione di sterline, 580 milioni di euro. Se O’Neill e Foster entro stasera non trovano l’accordo sul governo di coalizione toccherà a Brokenshire commissariare l’Irlanda del Nord. Il governo britannico vuole risolvere l’impasse prima dell’avvio della Brexit, che la premier Theresa May ha messo in agenda per mercoledì 29 marzo, quando scriverà alle istituzioni Ue invocando l’articolo 50 del trattato di Lisbona. Ma il suo programma rischia di essere offuscato dall’opposizione delle due regioni che al referendum di giugno hanno votato in maggioranza per restare nell’Unione. Il parlamento scozzese affiderà domani alla first minister Nicola Sturgeon il mandato per chiedere a Londra un nuovo referendum sull’indipendenza alla luce del divorzio dalla Ue. May Sarà in Scozia oggi dove vedrà i membri del governo e la Sturgeon. La premier sottolineerà anche la necessità che le quattro nazioni che compongono il Regno Unito, che comprendono anche l’Inghilterra, pro-Brexit, e il Galles restino unite.

Il divieto di tablet e laptop in cabina per i voli diretti negli Stati Uniti e provenienti da dieci aeroporti di otto paesi a maggioranza musulmana sarebbe stato deciso perché Al Qaida avrebbe perfezionato tecniche per nascondere esplosivo nelle batterie dei dispositivi elettronici. Lo riporta la Cnn citando alcune fonti, secondo le quali le informazioni di intelligence ottenute ”indicano che i gruppi terroristici continuano ad avere nel mirino l’aviazione commerciale” e che il bando non e’ una ”mossa politica”. Dopo gli Stati Uniti anche la Gran Bretagna introduce il divieto di portare in cabina laptop. Il bando, secondo i media, riguarda i voli diretti verso il Regno Unito in arrivo da sei Paesi: Turchia, Libano, Giordania, Egitto, Tunisia e Arabia Saudita. Anche il Canada starebbe valutando la possibilità di introdurre restrizioni simili. “Stiamo valutando le informazioni che ci sono state fornite”, ha detto a riguardo il ministro canadese dei Trasporti Marc Garneau, pur specificando che al momento “non ci sono ancora tempi precisi. Ma stiamo lavorando speditamente”. La decisione di vietare pc e iPad in cabina sui voli per gli Usa provenienti da una decina di paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente e’ “necessaria e proporzionata alle minacce” date le informazioni di intelligence a disposizione. Lo ha sottolineato il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer rispondendo a domande dei giornalisti, senza tuttavia entrare in dettagli. “Un passo appropriato date le informazioni di intelligence”, ha detto Sipcer. Riguardano 14 compagnie aeree le restrizioni introdotte dagli Stati Uniti prima e poi anche da Londra che vietano pc e iPad in cabina sui voli provenienti da alcuni paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, di queste sei di base sia negli Usa sia nel Regno Unito, stando a quanto riferisce la Cnn. Si tratta quindi di British Airways, EasyJet, Jet2.com, Monarch, Thomas Cook, Thomson, Turkish Airlines, Pegasus Airways, Atlas-Global Airlines, Middle East Airlines, Egyptair, Royal Jordanian, Tunis Air e Saudia. Ci sono inoltre alcune differenze sull’applicazione del divieto da parte delle autorita’ di Washington e Londra, per esempio riguardano diversi ‘punti di partenza’: per i voli diretti con destinazione Regno Unito il provvedimento interessa quelli provenienti da Turchia, Libano, Giordania, Egitto, Tunisia e Arabia Saudita. Saudi Arabia. Ma alcuni aeroporti interessati dal divieto americano – Abu Dhabi e Dubai, Doha, Kuwait City e Casablanca – non sono interessati dalle restrizioni previste dalle autorità britanniche. Abc, minaccia Isis dietro bando a pc e tablet – Ci sarebbe la minaccia dell’Isis dietro la decisione americana di vietare pc e tablet sui voli diretti negli Stati Uniti e provenienti da dieci aeroporti di otto Paesi a maggioranza musulmana. Lo riferisce la Abc che cita fonti del governo americano secondo le quali le informazioni raccolte quest’anno dagli 007 sulla possibile presenza di esplosivi all’interno dei device sono ritenute “credibili” da Washington. Lo stesso allarme è stato riferito dalla Cnn, che ha però puntato il dito contro al Qaida.

Ancora in evidenza sulla stampa britannica il discorso di Theresa May, premier del Regno Unito e leader dei conservatori, al congresso annuale del suo partito. Secondo la lettura di “Bagehot”, la rubrica del settimanale “The Economist” dedicata agli affari interni, l’intervento segnala una svolta verso una direzione lontana dal pensiero liberale. Le sue parole hanno investito come un bulldozer un assunto della politica nazionale: la sinistra ha vinto le battaglie sociali degli ultimi decenni; la destra quelle economiche, col risultato di un liberalismo orientato al libero mercato combinato con tendenze culturali piuttosto progressiste. May sta portando i Tory a sinistra sull’economia; nel frattempo, socialmente, li sta spostando piu’ a destra. La svolta non piace all’editorialista del quotidiano conservatore “The Times” Philip Collins, secondo il quale il voto per la Brexit non da’ a May il mandato per imporre un nuovo programma e indulgere in politiche non liberali senza essere passata per una vittoria elettorale. Un editoriale non firmato di “The Telegraph”, altra testata conservatrice, esorta la premier a non colpire le imprese nel suo tentativo di rendere piu’ attraente il partito.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea vuol dire dimezzamento degli introiti per gli agricoltori britannici. Lo rileva lo studio della Camera dei Comuni sull’impatto della Brexit sulle varie aree, appena diffuso. La Brexit, vale a dire l’abbandono del Regno Unito dell’Ue, “in tutti gli scenari vuol dire un abbandono della Politica agricola comune (Pac) e il suo regime regolatorio e di sussidi”. In base a tali regimi, grazie alla Pac “i sussidi europei alle aziende agricole rappresentano attualmente tra il 50% e il 60% degli introiti delle aziende agricole del Regno Unito” che, uscendo dalla Pac, vede perdere tali benefici. Il governo britannico ha garantito il mantenimento dello stesso livello di sussidi fino al 2020, ma “le organizzazione agricole sono ansiose si sapere quali forme di sostegno saranno disponibili dopo il 2020”, rileva lo studio.

I leader europei starebbero preparando un contropiano per fronteggiare l’operazione Brexit, ovvero l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea che potrebbe verificarsi con il referendum del 23 giugno. “La Banca centrale europea è pronta a qualsiasi risultato”, ha annunciato il presidente, Mario Draghi, che ha confermato nuovi aiuti all’economia. Emergenza finanziaria, integrazione dei popoli, politica, sarebbero i punti cardine della discussione, per dare una risposta alle conseguenze dell’addio dei sudditi di sua Maestà e per evitare che altri Paesi, preoccupati dalla crisi in più settori, siano tentati di abbandonare il Vecchio Continente. Guardando ai sondaggi, sembra che nel Regno Unito ci sia una voglia di uscita. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse): “l’Italia perderebbe l’1% del Pil”.