sciopero

“Bisogna intervenire per evitare che una minoranza di lavoratori tenga in ostaggio una maggioranza di cittadini nelle loro esigenze quotidiane. Questi sono i danni di una situazione inaccettabile”. E’ il commento del ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, in un’intervista a ‘la Repubblica’, sullo sciopero di ieri che ha paralizzato Roma e le principali città italiane.
“Il nostro orizzonte deve essere quello di tenere assieme il diritto costituzionale allo sciopero e quello alla mobilità”, sostiene. “Non è possibile che si proclamino scioperi a prescindere, con rappresentanza del 10% dei lavoratori. In altri Paesi non è consentito”.
Sul tema Delrio spiega: “Avevamo iniziato un percorso, poi in autunno c’è stata un’interruzione. Credo spetti al Parlamento intervenire. È una materia così delicata che non può essere affrontata con un’iniziativa del governo”.
 

L’assemblea dei CdR e dei fiduciari delle giornaliste e dei giornalisti della Rai riunita ad Assisi, ritiene “gravissima la situazione in cui questo vertice aziendale (Direttore Generale, Consiglio d’Amministrazione e Presidente) in maniera irresponsabile sta facendo precipitare la Rai Servizio Pubblico. Una deriva che, oggi più che mai, chiama in causa anche la responsabilità e il ruolo degli azionisti. I quali non possono limitarsi a essere spettatori, ma hanno il dovere di intervenire per assicurare una guida sicura e stabile alla Rai, in grado di riformare l’azienda, partendo dal confronto e l’ascolto di chi ogni giorno è impegnato sul campo”. “Dopo 22 mesi di immobilismo – prosegue la nota – non sono stati in grado di approvare un progetto di riforma dell’informazione, anzi: in un periodo che copre i due terzi del loro mandato, ne hanno affossati, prima ancora di discuterli, ben tre (il piano Gubitosi-Rizzo Nervo-Fiorespino, il piano Verdelli, il piano Campo Dall’Orto). E questo a causa di guerre interne che nulla hanno a che fare con l’interesse del servizio pubblico”. “Questo è uno stallo che la Rai non può permettersi, che il nostro paese non può permettersi, che noi giornalisti e giornaliste non possiamo permetterci: a rischio è la libertà d’informazione di cui il servizio pubblico è e deve essere spina dorsale – si conclude -. Per questo diamo mandato all’esecutivo Usigrai di proclamare un giorno di sciopero l’8 giugno insieme alle sigle che rappresentano gli altri lavoratori e lavoratrici della Rai. Perché l’azienda è una sola e tutti i dipendenti sono compatti e uniti nel pretendere una classe dirigente responsabile e competente, svincolata dai partiti e che abbia una capacità decisionale di lungo periodo. Per questo noi giornalisti Rai torniamo a chiedere con forza e urgenza la necessità di una legge che assicuri alla Rai una governance indipendente e libera da ogni controllo politico e risorse certe, per assicurare a chi lavora la libertà e l’autonomia di garantire ai cittadini il loro diritto d’essere informati in maniera rapida, imparziale, di qualità, completa e attraverso tutti i mezzi in cui viene diffusa”.

Cgil, Uil, Ugl, Snater e Lisbersind Confsal dichiarano uno sciopero generale di “tutti gli impiegati, quadri e operai delle società del Gruppo Rai” per il primo giugno prossimo. Le motivazioni della protesta sono “la pregiudiziale aziendale posta sull’incremento dei minimi salariali” e la richiesta di “rinnovo del Contratto Collettivo di lavoro per quadri, impiegati e operai dipendenti della Rai” e di “erogazione del Premio di Risultato 2016”. In una lettera datata 9 maggio, i sindacati, sottolineando l’esito negativo dell’incontro di conciliazione con l’azienda svolto l’11 aprile “dichiarano una giornata di sciopero nazionale intero turno per il 1 giugno 2017, con blocco delle prestazioni accessorie (straordinari, reperibilità, straordinario in sesta giornata) a partire dal 31 maggio 2017, sino al 13 giugno 2017, per tutti gli impiegati, quadri e operai delle società del Gruppo Rai (Rai S.p.A., Rai Way S.pA., Rai Com. S.p.A., Rai Cinema S.p.A.)”.

“A nome di tutta la Fiom esprimo pieno sostegno e solidarieta’ allo sciopero generale proclamato per il 28 aprile dai sindacati brasiliani contro le nuove misure legislative che peggiorano drasticamente i diritti del lavoro, per respingere le proposte di riforma del sistema pensionistico e per denunciare la corruzione diffusa nella nuova maggioranza parlamentare, protagonista del golpe istituzionale che ha portato alla destituzione della presidente Dilma”. Cosi’ Maurizio Landini, segretario generale Fiom-Cgil. “La possibilita’ offerta ai datori di lavoro di derogare dalle norme di legge sul lavoro e di limitare i diritti di rappresentanza e tutela dei sindacati, cosi’ come le proposte di peggioramento del sistema pensionistico- sottolinea Landini- sono misure odiose e inaccettabili che esprimono una volonta’ e una politica antisindacale oggi purtroppo ampiamente diffuse anche in Europa e nel mondo. Per questo motivo siamo a fianco dei lavoratori brasiliani non solo per solidarieta’ ma perche’ ci sentiamo parte di una stessa lotta, per difendere diritti e migliori condizioni di lavoro e per contrastare le politiche liberiste, che anche nel nostro paese hanno fatto crescere precarieta’ e diseguaglianze e allargato l’area della poverta’ anche fra i lavoratori. Siamo e saremo a fianco dei lavoratori brasiliani in lotta per difendere conquiste sociali, diritti del lavoro e per la democrazia. ‘A luta continu’a’”.

Seconda astensione, da oggi a venerdì, dopo quella tenutasi a marzi, indetta dall’Unione Camere penali italiane. La Giunta dell’Ucpi lo ha deciso in una nuova delibera in cui si spiegano le ragioni della decisione. “Nonostante le molteplici e convergenti critiche sollevate nei confronti del voto di fiducia in Senato – si legge nella delibera -, sul disegno di legge di riforma in materia penale, che ha impedito la necessaria discussione sulle molteplici questioni controverse ed in particolare sulla riforma della prescrizione e sull’estensione dell’istituto del processo a distanza, il Governo si appresta a riproporre il voto di fiducia anche alla Camera”. Per i penalisti “occorre, dunque, richiamare il Governo alla responsabilità politica di tale scelta, che finirebbe con il ribadire in maniera definitiva e irreversibile un atteggiamento di inammissibile disprezzo nei confronti del dibattito parlamentare, su interventi normativi che, non solo deprimono le garanzie del processo, ma anziché aumentare le garanzie processuali ed abbreviare la durata dei processi, comprimono i diritti degli accusati e rendono i processi interminabili”.

Le trasmissioni di tutti i notiziari dell’ANSA e l’aggiornamento del sito Ansa.it sono sospesi fino alle 6 di domenica 26 marzo, per uno sciopero dei giornalisti proclamato dal Cdr dopo la decisione del coordinamento dei Cdr delle Agenzie di stampa. Ecco la nota che illustra la ragioni della protesta sindacale.
”Il Cdr dell’ANSA proclama lo sciopero di 24 ore dei giornalisti dell’Agenzia dalle ore 6 di sabato 25 marzo. Lo sciopero è stato deciso dal coordinamento dei cdr delle agenzie di stampa nazionali al quale partecipano ANSA, Agi, Adnkronos, Il Sole 24Ore Radiocor Plus, Askanews, Dire, Il Velino, LaPresse”. Lo spiega una nota congiunta.
Questo il comunicato del coordinamento dei cdr delle agenzie: ”Il Coordinamento dei Comitati di Redazione delle Agenzie di stampa nazionali, alla luce delle mancate risposte da parte del ministro Luca Lotti, ha deciso di proclamare una giornata di sciopero per domani, sabato 25 marzo dalle 6 del mattino alle 6 del giorno dopo. Quella di domani è una giornata importante per l’Europa e per l’Italia e, per questo, fin da ora gli oltre 800 giornalisti delle agenzie di stampa esprimono il loro rammarico, in primis al capo dello Stato Sergio Mattarella, alle Istituzioni nazionali e Ue e all’opinione pubblica per ilsilenzio dei notiziari su cui poggia l’intero sistema dell’informazione in Italia”.
”I Cdr – continua la nota – chiedevano al ministro Lotti la convocazione per un incontro con il coordinamento dei Cdr e una chiara indicazione di disponibilità ad un vero confronto su soluzioni alternative al bando di gara europeo per il settore, in particolare sulle proposte avanzate dalla Fnsi, alla luce di fondate preoccupazioni. Le gare europee, peraltro imminenti, a giudizio dei Cdr di tutte le testate del settore mettono infatti a rischio la sostenibilità e, in alcuni casi, la sopravvivenza delle aziende e delle redazioni, oltre a compromettere il pluralismo dell’informazione e la salvaguardia degli interessi dell’informazione primaria italiana rispetto ai grandi gruppi editoriali stranieri”.
”Per tutta risposta il ministro “scarica” sui giornalisti delle agenzie, dopo due mesi di dichiarazioni pubbliche di preoccupazione e di richiesta di un vero confronto, l’onere di aver “unilateralmente compromesso” una fantomatica fase di dialogo che da parte sua non c’è mai stata, mentre è stato sempre ribadito, in tutte le sedi, che il bando di gara europeo così concepito è ineluttabile”. ”Per questo le redazioni delle Agenzie di stampa, pur consapevoli del loro ruolo di responsabilità nel Paese, di fronte alla chiusura totale manifestata fino ad oggi dal ministro Luca Lotti domani si asterranno dal lavoro proclamando il primo sciopero nella storia dell’editoria italiana dell’intero settore dell’informazione primaria”.

Oggi 8 marzo sciopero generale in tutta Italia, in occasione della festa delle donne, proclamato dall’Unione sindacale di base (Usb) su appello del movimento ‘Non una di meno’. L’obiettivo della manifestazione, a cui aderiscono diversi Paesi, è scendere nelle piazze per dire basta alla violenza maschile sulle donne, ai femminicidi, alle discriminazioni di genere, alle molestie nei luoghi di lavoro, alle discriminazioni salariali. Cgil, Cisl e Uil non aderiscono allo sciopero, ma alle iniziative promosse dalla Confederazione Europea dei Sindacati (Ces), quest’anno dedicate al tema della disparità salariale tra uomini e donne.

Oggi, domenica 14 gennaio, faccio un digiuno della fame e della sete di 24 ore, un piccolo atto simbolico contro la riforma del ministro Franceschini”. Lo annuncia in una nota Francesco Giro, senatore di Forza Italia ed ex sottosegretario ai Beni culturali. “Franceschini – aggiunge spiegando i motivi della protesta – sta desertificando il patrimonio culturale nazionale svuotando le soprintendenze dei loro tesori, musei e siti archeologici, che vengono strappati e messi sotto il controllo di manager nominati tutti dalla politica, pagati profumatamente dallo Stato, il cui lavoro e’ tutt’altro che visibile e verificabile per tabulas. Tutto cio’ che resta intorno a questi musei e ai maggiori siti archeologici e’ il deserto dei musei e dei siti minori considerati di serie C abbandonati e senza risorse. Una spaccatura fra il centro del privilegio e le periferie del degrado anche sul piano della cultura. Una catastrofe di risorse umane oltre che economiche. Qualcuno fermi Franceschini”. “Il mio digiuno – conclude – vuole essere anche un atto di amore per Roma, la mia citta’, dove la riforma del ministro e’ particolarmente devastante con il Colosseo strappato alla capitale e ai romani. Un digiuno anche contro l’indifferenza della cultura nazionale in altre occasioni molto piu’ militante”.

“L’affermazione del presidente del Consiglio Renzi circa la necessita’ di ridurre, in 10 anni, di 150.000 lavoratori bancari (15.000 all’anno supponiamo), il numero degli addetti nel settore creditizio, merita una sola risposta: sciopero generale”. Lo scrivono in una nota congiunta i segretari generali di Fabi, First/Cisl, Fisac/Cgil, Sinfub, Ugl/Credito, Uilca, Unisin. Poi, proseguono: “Il premier prima di fare queste dichiarazioni, che rischiano di destabilizzare l’intero settore, aveva l’obbligo di consultare le parti sociali (Abi e sindacati), fare valutazioni di opportunita’. La sua analisi si basa invece sul fatto che sua moglie usa lo smartphone invece di recarsi allo sportello bancario. Con il piu’ bieco populismo dichiara che bisogna ridurre gli occupati (ma un presidente del Consiglio non deve pensare a come incrementare l’occupazione visto anche gli esiti negativi del jobs act?), ridurre il numero delle filiali, aggregare le banche e che la politica deve stare fuori da questi processi. Affermazioni contraddittorie. Infatti ci chiediamo: se la politica deve stare fuori dalle banche (e noi lo affermiamo da sempre) perche’ il governo deve imporre il numero delle filiali, delle banche, degli addetti? Ma Renzi non ci ha spiegato fino a ieri che ‘e’ il mercato bellezza’. Invitiamo anche l’Abi a prendere posizione contro queste sconclusionate affermazioni del premier. Anche perche’ Renzi deve spiegare a tutti i cittadini, chi paghera’ i costi sociali di questa drastica riduzione del personale? Con quali soldi? Con quali strumenti? Oppure Renzi, con le sue esternazioni, vuole invitare i banchieri a licenziare personale, decisione che contrasteremo ferocemente?”.