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Potrebbe essere l’ultima speranza della presidenza Trump. Secondo molti analisti il nuovo capo di gabinetto – John Kelly, 67 anni – sarebbe stato scelto dal presidente americano Donald Trump per tentare di rimettere in riga una West Wing tormentata da fughe di notizie, guerre intestine ed incessanti turnover. “Una nuova era della Casa Bianca di Donald Trump, che potrebbe essere la migliore, se non l’ultima, chance di successo” cosi’ il settimanale Time definisce l’insediamento di Kelly, dedicando all’ex generale stellato la copertina del 21 agosto. Lasciato il posto di ministro della sicurezza nazionale, Kelly e’ ora il filtro – potentissimo – tra Trump e la sua squadra di governo. La prima testa a saltare, a pochissime ore dall’accettazione del nuovo incarico, e’ stata quella del capo della comunicazione, ilAnthony Scaramucci. Cometa politica dal destino assai breve, e’ rimasto in carica per soli undici giorni, prima di essere spazzato via da Kelly, complice una vergognosa intervista – dai toni scurrili al di la’ di ogni immaginazione – rilasciata al New Yorker. Tra i primi provvedimenti del generale, la sostanziale limitazione dell’accesso al presidente. Le porte dello studio ovale potranno aprirsi solo previa autorizzazione. Pare che da questa regoletta non sia esente nessun membro del cerchio magico.

La reazione del governo israeliano alla risoluzione di condanna della politica degli insediamenti ebraici in Cisgiordania da parte del Consiglio di sicurezza Onu prova a quale punto sia giunta la frattura tra quel paese e la comunita’ internazionale in merito ai territori arabo-palestinesi occupati, scrive il settimanale statunitense “Time”. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insiste nel sostenere che non ci sia nulla di sbagliato nell’edificazione di insediamenti in alcune delle aree occupate dopo la Guerra dei sei giorni (1967); la risoluzione numero 2334, approvata lo scorso 23 dicembre dal Consiglio di sicurezza con il cruciale avvallo degli Stati Uniti – che non hanno fatto ricorso al veto – getta pero’ Gerusalemme in uno stato di isolamento politico assoluto, prosegue il settimanale. Le relazioni tra Israele e il suo fondamentale alleato, gli Stati Uniti, non hanno fatto che peggiorare durante gli otto anni di amministrazione del presidente Usa uscente, Barack Obama. Negli ultimi mesi ha opposto alla politica degli insediamenti un’opposizione sempre piu’ dura e rumorosa, sino ad arrivare ad una condanna aperta. E’ palese – scrive il periodico “Time” – che tra Netanyahu e Obama e’ in corso uno scontro personale, prima ancora che politico. Lo provano i durissimi commenti diffusi dal premier israeliano dopo l’approvazione della risoluzione: “Dalle informazioni a nostra disposizione, non abbiamo alcun dubbio che l’amministrazione Obama abbia dato inizio all’iniziativa, l’abbia sostenuta, coordinata e abbia preteso la sua approvazione”, ha accusato Netanyahu domenica di fronte al suo gabinetto di governo. L’attacco personale a Obama – sostiene il settimanale – serve anche a Netanyahu per mascherare il fatto che la risoluzione contro gli insediamenti e’ stata approvata da molti altri paesi con cui il premier israeliano intrattiene relazioni politiche sempre piu’ strette, come Russia e Cina. “Questo e’ lo stesso primo ministro che ci assicurava che dozzine di Stati erano dalla nostra parte”, ha infatti dichiarato all’emittente televisiva Channel 2 Tv l’ex premier israeliano Ehud Barak. “Ho cercato la Russia, la Cina, l’Inghilterra, la Francia. Dov’erano tutti questi nostri supposti amici, quando avrebbero dovuto sostenerci?”. L’approvazione della risoluzione numero 2334 rappresenta insomma, secondo il “Time”, una vera e propria umiliazione per Netanyahu, che ha sempre sminuito la rilevanza delle critiche alla politica degli insediamenti mosse dalla comunita’ internazionale. La risoluzione approvata venerdi’ scorso dalle maggiori potenze mondiali mette nero su bianco che gli insediamenti “non hanno alcuna legittimita’ giuridica” e costituiscono anzi una flagrante violazione” del diritto internazionale. Si tratta certo di un documento simbolico, privo di alcuna sanzione o misura concreta ai danni di Israele. Tel Aviv, pero’, potrebbe subire presto altri “smacchi”: il 15 gennaio, pochi giorni prima della fine del secondo ed ultimo mandato di Obama alla Casa Bianca, la Francia ospitera’ una conferenza di dozzine di paesi mediorientali e non, con l’obiettivo di lanciare un piano di pace tra israeliani e palestinesi sulla base del principio di due Stati per due nazioni, entro i confini politici del 1967. A Netanyahu non resta che attendere l’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump: il presidente statunitense eletto ha nominato ambasciatore in Israele l’avvocato David Friedman, sostenitore politico ed economico degli insediamenti in Cisgiordania. Ed ha promesso che a partire dal 20 gennaio “le cose saranno differenti”. Non e’ chiaro pero’ cosa Trump possa fare, conclude il “Time”: il presidente eletto avra’ certo a disposizione il potere di veto per bloccare nuove risoluzioni “anti-Israele” all’Onu. Ma non potra’ in alcun modo ribaltare la risoluzione di condanna approvata venerdi’.

Il Time ha scelto Donald Trump come persona dell’anno. Il presidente eletto degli Stati Uniti è stato individuato per la “rivoluzione” contro l’establishment e la sua crescente influenza sulla situazione mondiale”. A Trump sarà dedicata la copertina del giornale in edicola venerdì, in cui viene indicato come ‘presidente degli Stati divisi d’America’. Hillary Clinton, in corsa per la copertina, tra 11 candidati, è arrivata al secondo posto per avere vinto il voto popolare nelle ultime presidenziali Usa e per avere superato “molti ostacoli” nella sua vita politica. Nancy Gibbs, direttore del Time, parlando al programma ‘Today’ della tv Nbc ha detto che Trump si distingue per avere “sfidato tante aspettative” e “avere rotto così tante regole”. È la decima volta che Donald Trump compare sulla copertina di Time. La prima risale al 1989. In un’intervista telefonica rilasciata in diretta alla Nbc, il futuro inquilino della Casa Bianca ha detto che per lui è un “onore eccezionale” essere stato scelto come persona dell’anno, ma ha negato di avere spaccato gli statunitensi, a cui allude il titolo del giornale. “Non ho fatto nulla per dividere gli statunitensi, erano già divisi”, ha affermato Trump, impegnandosi a superare queste differenze.