Orlando: chi ha lasciato Pd torni, al di là di chi vince congresso

“Una parte di quelli che hanno deciso la scissione credo lo avessero deciso da tempo” e dunque se Andrea Orlando fosse sceso in campo prima per la segreteria Pd “non credo sarebbe cambiato molto”. Tuttavia “al di là dei grandi nomi che sono andati via, molti orientati ad andarsene si sono fermati per fare una battaglia politica”. Ma qualunque sarà l’esito del congresso, quelli che sono usciti dal Pd “devono tornare a prescindere. Che la sinsitra riformista viva in un partitino in mezzo ad altri partitini è un’idea che non funziona”. Lo ha detto lo stesso ministro della Giustizia e candidato alla segreteria del Pd, ospite di Tagadà su La7. Sulla sua corsa alla segreteria e sul fatto che la sua notorietà sia inferiore a quella di Renzi, “c’è tempo fino alle primarie per farmi conoscere. Al di là delle presenze in tv, le mie idee credo abbiano uno spazio politico. E tanti militanti che si stanno mettendo in moto mi aiuteranno a farle conoscere”. Proprio sulle idee Orlando vuole poggiare la sua corsa: “Io non sono ossessionato dal relazionarmi agli altri candidati. Da tempo è tutto giocato tra renzismo o antirenzismo. Invece dobbiamo caratterizzarci per quello che vogliamo dire agli italiani”. E in questo sforzo “vorrei partire da una seria lettura del risultato del referendum: nelle periferie il 70-80% ha votato No, per dare un messaggio di disperazione, e hanno votato No 7 giovani su 10. Vorrei partire da lì e non dalle idee degli anni ’90 quando a sinistra si pensava che con la globalizzazione tutti sarebbero stati meglio. Non è stato così. O abbiamo idee nuove o rischiamo di essere il partito solo di chi ce l’ha fatta. Il partito dei petrolieri o dei finanziaeri è una caricatura, smentita dai milioni di voti del Pd. Ma o noi con strumenti nuovi proviamo ad affrontare la nuova questione sociale, o c’è a rischio non solo la nostra funzione, ma la democrazia”. Perchè, è il ragionamento di Orlando, “con grandi diseguagliazne vince la paura, e con la paura vincono i populisti: chi dà la colpa agli immigrati, chi ai meridionali, chi genericamente ai finenzieri”. Dunque, è l’auspicio di Orlando, “vorrei essere giudicato e valutato per i miei programmi non per l’aggressione o la delegittimazione dei miei avversari. La prepotenza ormai è come l’aria, la respiriamo. Il politico piuttosto che esporre le sue idee, attacca l’avversario. Secondo me è il segno di una difficoltà progettuale, perchè se uno ha idee e progetti cerca di convincere anche gli altri. E’ un gusto che abbiamo perduto. Se hai buone idee puoi convincere chi non la pensa come te, e questo vorrei che fosse il tratto della mia campagna congressuale”.

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