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Migliaia di brasiliani hanno manifestato a favore della prigione per l’ex presidente e leader della sinistra Luiz Inacio Lula da Silva alla vigilia di una sentenza della Corte Suprema che oggi si esprimera’ sull’inizio della reclusione per scontare la condanna a 12 anni per corruzione. Circa 20.000 persone sono scese in piazza a San Paulo, cosi’ come poche migliaia a Rio de Janeiro e in altre citta’ in numero minore. Il capo dell’esercito, il generale Eduardo Villas Boas, ha twittato che l’esercito condivide il “desiderio del Brasile di ripudiare l’impunita’”. Il commento, che potrebbe essere visto come una richiesta di incarcerazione prigione per Lula, e’ una rara incursione in politica da parte di un generale in un paese che era sotto la dittatura militare per due decenni fino al 1985. I manifestanti vogliono che Lula inizi a scontare la sua pena e sia escluso dalle elezioni presidenziali del 7 ottobre in cui il veterano della sinistra e’ in testa ai sondaggi nonostante i suoi problemi legali. La resa dei conti del tribunale in programma oggi nella capitale Brasilia e’ diventata un punto focale per l’elettorato brasiliano profondamente diviso. Lula, 72 anni, e’ condannato a 12 anni e un mese di carcere l’anno scorso per aver accettato un appartamento sul mare come tangente da una grande impresa di costruzioni in cerca di contratti governativi. Ha fatto appello in una corte inferiore, ma ha perso. Secondo la legge, cio’ significa che dovrebbe andare immediatamente in prigione, mentre presenta ulteriori appelli. Tuttavia, Lula ha chiesto alla Corte Suprema di concedergli il diritto di habeas corpus, permettendogli di rimanere libero nel perseguire quegli appelli. Si ritiene che la corte sia divisa sulla questione: un giudice che cambiasse posizione sarebbe sufficiente a garantire la liberta’ di Lula – e aumentare le sue probabilita’ per un terzo mandato in carica. Se la corte respingera’ il ricorso, potrebbe rischiare l’incarcerazione questa settimana.

”Il M5S è arrivato secondo alle elezioni, dietro alla coalizione di centrodestra, e non ha i numeri per governare da solo. È difficile quindi che possa essere Di Maio il premier. Sicuramente non lo sarà fintanto che avallerà questo bullismo politico del ‘o io o niente’, un metodo fondato sulla sopraffazione di un partito sugli altri”. Così Mara Carfagna, vicepresidente della Camera dei deputati di Forza Italia, in un’intervista a Qn. ”Non accettiamo veti, da parte di nessuno – mette in chiaro l’azzurrra – Il concetto di ‘veto’ non si addice alla politica, oltre che al buon senso. Visto che ciascun politico è tale perché scelto dagli elettori, in democrazia non esistono elettori di serie A ed elettori di serie B. Forza Italia – prosegue- è il cuore del centrodestra, un partito forte e vitale guidato da Silvio Berlusconi e che sarà centrale nel quadro politico attuale e in quello delle prossime settimane”. Quanto alle consultazioni al Colle, i forzisti chiederanno ”che si tenga conto del risultato elettorale che ha visto la coalizione di centrodestra arrivare prima. La seconda richiesta è che si arrivi presto ad un governo che possa affrontare e risolvere i problemi del Paese”.

Cinquant’anni fa veniva assassinato Martin Luther King. Era il 4 aprile del 1968 quando l’icona della lotta pacifica per i diritti civili dei neri americani moriva dopo essere stato raggiunto da un proiettile sul balcone di un motel di Memphis, in Tennessee, quando aveva 39 anni. Ma MLK, questa la sigla delle iniziali del suo nome con il quale viene indicato, non è sempre stato l’eroe di oggi, commemorato negli Usa con una festività a lui dedicata il terzo lunedì di gennaio e scolpito nella pietra di una statua monumentale al centro di Washington. È stato invece anche una figura controversa, solo che il suo ricordo è stato “fissato nel tempo non come l’uomo che era nel 1968, ma come quello dell’agosto del 1963, quello del discorso ‘I have a dream'”, spiega David Farber, professore di storia all’università del Kansas. L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA IN VIETNAM. “È facile per gli americani dimenticare quanto King sia stata in realtà una figura polarizzante negli anni ’60”, afferma Farber, ricordando che “era diventato una figura davvero radicale negli Stati Uniti, un dichiarato oppositore della politica estera americana, che chiedeva che la giustizia si estendesse non solo agli afro-americani ma anche a tutti gli americani poveri”. Un momento cruciale giunse ad aprile del 1967, quando King pronunciò un discorso a New York contro la guerra in Vietnam, dove oltre 11mila soldati Usa morivano ogni anno. “King scatenò l’ira dell’intero movimento per i diritti civili e del governo, oltre che di gran parte della struttura politica, quando si dichiarò contro la guerra in Vietnam”, ricorda il direttore del Centro per gli studi urbani dell’università di Buffalo, Henry Louis Taylor Jr. L’opposizione alla guerra era allora considerata una “frangia” e il sentimento contrario alla guerra “non era così ampiamente diffuso”, dice ancora David Garrow, autore di ‘Bearing the Cross: Martin Luther King Jr., and the Southern Christian Leadership Conference’.DAL SOGNO ALL’INCUBO DEGLI ULTIMI ANNI DI VITA. Al momento del suo omicidio da parte di James Earl Ray, bianco con tendenze razziste, Martin Luther King viveva da anni sotto la costante sorveglianza dell’Fbi, che lo aveva soprannominato l’uomo “più pericoloso” d’America. Nella sua incrollabile difesa della non violenza come modo per arrivare al cambiamento, King affrontava la sfida di una generazione di attivisti neri più giovane e impaziente. “Negli ultimi 12 mesi di vita, King era così esausto, così pessimista sul futuro, così depresso”, sottolinea Garrow. “Una decina o più di volte nei suoi ultimi due anni disse: ‘Il sogno che avevo a Washington nel 1963 è diventato un incubo'”.LA STRADA ANCORA DA PERCORRERE. Cinquant’anni dopo la sua morte, la visione di uguaglianza razziale che King aveva enunciato sui gradini del Lincoln Memorial resta inafferrabile. Jason Sokol, professore di storia all’università del New Hampshire, evidenzia che negli anni ci sono stati dei progressi per gli afro-americani, culminati nel 2008 con l’elezione di Barack Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti. Ma le diseguaglianze razziali permangono, “specialmente quando si guarda alla povertà dei neri, al tasso di incarcerazione dei neri e alla questione della brutalità della polizia”, afferma Sokol, autore di ‘The Heavens Might Crack: The Death and Legacy of Martin Luther King Jr’.Taylor, il professore dell’università di Buffalo, sottolinea che quando King fu ucciso le sue ambizioni erano arrivate “oltre i diritti civili, per abbracciare i diritti umani”. “Il sogno di King era ancorato intorno all’immaginazione di un altro mondo possibile basato su giustizia economica, sociale, politica e razziale, cose legate a una buona istruzione, un sistema di alloggi decoroso e abbordabile, buoni posti di lavoro con uno stipendio per vivere, cure sanitarie di qualità e accessibili”, spiega Taylor. Quindi guardando a questo “ci si accorge che non abbiamo fatto davvero tanti progressi negli ultimi 50 anni nella realizzazione di quel sogno”, chiosa. “Se certamente ci sono stati cambiamenti negli atteggiamenti razziali delle persone, il razzismo è inserito in profondità nelle istituzioni e nelle strutture degli Stati Uniti, che non sono cambiate molto”.L’EREDITA’ DI MLK: DA OBAMA PRESIDENTE A ‘BLACK LIVES MATTER’. Al tempo stesso, tuttavia, l’eredità di Martin Luther King si manifesta in una miriade di modi. “Nel suo discorso per il premio Nobel per la Pace nel 1964, King disse che il Movimento per la libertà stava diffondendo la più ampia liberazione nella storia umana”, ricorda Taylor Branch, autore di ‘America in the King Years’, trilogia sulla vita di King e sull’era dei diritti civili. “Si riferiva a tutto il mondo e non solo alle persone nere”, afferma Branch, che è stato executive producer del documentario ‘King in the Wilderness’, che andrà in onda lunedì su Hbo. “Per molti aspetti ha avuto successo al di là della sua immaginazione” perché “non penso che, in un periodo in cui non si parlava di comportamenti omosessuali che erano addirittura reato, avrebbe sognato una parità di matrimoni” o “un presidente nero, o tutti i passi avanti che sono stati fatti per le donne”, prosegue. L’eredità di King, poi, si vede anche nel movimento ‘Black Lives Matter’ contro le violenze della polizia e negli altri movimenti per la giustizia sociale: “Più di recente si è vista nella ‘March for Our Lives’ in cui miglioni di ragazzi in tutto il Paese sono scesi in strada” per chiedere più controlli sulla vendita delle armi. A quella marcia ha partecipato anche la nipote di Martin Luther King, Yolanda Renee, di 9 anni: “I have a dream, that enough is enough”, ha detto richiamando le parole del famoso discorso di MLK. Cioè “Ho un sogno, che quando è troppo è troppo” e “questo dovrebbe essere un mondo libero dalle armi”.

Voglia di un Napoli nuovo, che dia più spazio a chi è in panchina per cambiare marcia. E’ questo l’orientamento dei tifosi che non mollano nonostante lo stop in casa col Sassuolo e sono pronti a rilanciare domenica contro il Chievo, riempiendo il San Paolo. La prevendita veleggia e si prevedono oltre 40.000 spettatori per la sfida contro i veronesi, per un San Paolo che non vuole cedere di fronte al nuovo allungo della Juventus, schizzata a +4 sugli azzurri. A preoccupare i tifosi è soprattutto l’attacco spuntato degli azzurri: la macchina del gol si è inceppata e nelle ultime tre partite (due pari e una vittoria) sono arrivati solo due gol, quello di Albiol al Genoa e l’autogol di Rogerio contro il Sassuolo. A secco da un po’ il “tridente dei piccoli”, Insigne-Mertens-Callejon, la pressione è alta su Arek Milik che nel finale della gara contro gli emiliani ha dimostrato di essere tornato pericolosissimo nell’area avversaria. La sua traversa in rovesciata poteva far sognare i tifosi che ora lo vogliono vedere di più in campo. Due le strade per fare spazio al polacco: rinunciare a Mertens prima punta o cambiare modulo, passando al 4-2-3-1. Due soluzioni che Sarri difficilmente adotterà a inizio gara, a meno che non pensi che serva una scossa profonda al suo Napoli. In particolare, il cambio di modulo potrebbe essere favorito dal giudice sportivo che ha fatto scattare la qualifica per Jorginho che era diffidato ed è stato ammonito a Sassuolo. Sarri potrebbe puntare a un Napoli super offensivo, con Allan e Hamsik a centrocampo, oppure affidare le chiavi della linea mediana a Diawara che quest’anno è stato molto poco considerato dal tecnico azzurro che gli ha concesso solo spezzoni finali di gara in campionato. Domenica sarà out per squalifica anche Raul Albiol, che Sarri sostituirà con Chiriches, sperando che Koulibaly ritrovi la concentrazione dopo la difficile serata di Sassuolo. Ma più che l’ombra del Chievo, sul San Paolo incombe l’ipotesi di una vendita, viste le difficoltà finanziare del Comune di Napoli: “Sono contrario a una cessione dello stadio San Paolo – ha commentato oggi il sindaco de Magistris a Canale 9 – ma se arrivasse un’offerta valida la prenderemmo in considerazione e probabilmente farei un referendum consultivo in città: se la maggioranza dei napoletani dovesse essere favorevole alla cessione ad un prezzo dignitoso potrei anche pensarci. Personalmente credo che lo stadio vada riqualificato e ristrutturato così come già stiamo facendo e che una struttura come il San Paolo non valga meno di 50 milioni di euro. Se dovesse venire De Laurentiis o qualcun altro con una cifra congrua non la riterremmo una follia, non è certo il Maschio Angioino o Castel dell’Ovo per i quali direi certamente di no”.

E’ morto nella sua casa di Porto Venere (La Spezia) all’età di 89 anni Arrigo Petacco. Giornalista, saggista, storico e sceneggiatore italiano è stato tra l’altro direttore del quotidiano La Nazione di Firenze e del mensile Storia Illustrata. Il suo ultimo lavoro ‘Caporetto, scritto insieme all’ex giornalista de L’Unità Marco Ferrari, è uscito pochi mesi fa. Lascia le figlie Carlotta, consulente editoriale e Monica, caporedattore del Tg2.

Lancio di sassi, bottiglie e altri oggetti contro la polizia in un campo nomadi della Capitale per ostacolare l’arresto di un cittadino serbo di 40 anni, evaso dai domiciliari che scontava nell’insediamento e sorpreso dopo aver commesso un furto in una casa. Un episodio avvenuto la notte di Pasqua sollevando una polemica politica. Con la reazione, prima tra tutte del leader della Lega, Matteo Salvini che è tornato a parlare di “ruspe”. Tutto è nato quando una volante ha intercettato un’auto con a bordo quattro nomadi e riconosciuto uno di loro che stava scontando gli arresti domiciliari nel campo di via dei Gordiani. I quattro sono così fuggiti diretti nell’insediamento per cercare protezione ed è scattato l’inseguimento fino a dentro al campo dove alcuni connazionali li hanno aiutati nella fuga ostacolando la polizia. In tre sono riusciti a dileguarsi mentre l’evaso è stato bloccato, malgrado opponesse resistenza colpendo con calci i poliziotti. Mentre l’uomo veniva accompagnato nella volante alcuni abitanti del campo per evitare l’arresto hanno iniziato un fitto lancio di oggetti contro i poliziotti e le loro auto. Un agente è rimasto ferito e una volante danneggiata. L’uomo è stato arrestato per evasione, resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato ai beni dello Stato nonché denunciato per furto aggravato in concorso. Secondo quanto accertato, aveva appena commesso un furto in appartamento e nell’auto con cui è fuggito insieme ai complici sono stati trovati un piccone in ferro, guanti da lavoro, un cacciavite, un telefono cellulare ed una scatola per orologio vuota. Proseguono le indagini per rintracciare i 3 complici. E nel pomeriggio la polizia ha effettuato un’operazione straordinaria nel campo nomadi. Oltre 50 poliziotti hanno circondato il campo ed effettuato controlli a tappeto. “Questi zingari lavorano anche a Pasqua… Ho pronta una democratica e pacifica ruspa”, ha twittato Matteo Salvini. Sulla stessa scia la deputata della Lega Barbara Saltamartini che ha sottolineato: “I campi nomadi vanno chiusi, stop a questi centri di criminalità e illegalità permanente”. D’accordo il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che su Facebook ha scritto: “La pazienza è finita: i campi nomadi vanno sgomberati e chi viola la legge va sbattuto in galera”. Ma per il senatore del Pd Edoardo Patriarca, che si rivolge direttamente al leader della Lega, “generalizzare non serve. Salvini si ricordi che passi in avanti si fanno con politiche per l’inclusione, che i M5s, ora in dialogo con la Lega, a Roma hanno del tutto dimenticato”.

Un adulto tra i 26 ei 64 anni dovrebbe dormire ogni notte tra le sette e le nove ore, raccomanda la National Sleep Foundation (USA). Anche se le donne dovrebbero ritardare diversi minuti nel momento in cui impostano le loro sveglie. A sostenerlo Jim Horne, neuroscienziato e direttore del Centro di ricerca sul SONNO dell’Università di Loughborough (Regno Unito), secondo cui le donne hanno bisogno di una media di 20 minuti in più di SONNO rispetto agli uomini. Secondo le conclusioni di uno studio condotto dall’Università della Pennsylvania, la struttura neuronale femminile consente di evidenziare alcune capacità comunicative, capacità analitiche e intuitive, nonché una migliore memoria e cognizione sociale. Tutto ciò rende le donne più attrezzate per il multitasking e per creare soluzioni di gruppo e come contrappasso di questa maggiore attività è richiesto un maggiore riposo per il recupero. “È possibile che questo tipo di funzionamento o attività cerebrale porti a un maggiore bisogno di riposo nelle donne”, spiega Javier Puertas, capo del dipartimento di neurofisiologia e dell’Unità del SONNO dell’Ospedale universitario La Ribera (Alzira) e membro del Spanish Dream Society (SES). Sebbene si ricordi che “la ricerca è in continua evoluzione”. Diversi studi e indagini concludono che le donne soffrono però di più insonnia e altri problemi ad addormentarsi rispetto agli uomini. Conferma Puertas: “Statisticamente le donne soffrono il doppio di insonnia degli uomini e soffrono di più dal punto di vista delle prestazioni cognitive e somatiche “.
Il 63% delle donne tra i 30 ei 60 anni dorme circa sei ore al giorno. Cioè, tra una e tre ore in meno rispetto alla quantità raccomandata. Queste difficoltà ad addormentarsi hanno conseguenze anche durante il giorno, determinando più sonnolenza, che può produrre problemi diversi come mancanza di concentrazione o aumento di appetito e, quindi, peso. Ciò che rimane sconosciuto è la ragione esatta per cui si verificano queste differenze. Puertas spiega che ad influire sarebbe il carico di preoccupazioni sociali ma anche fattori biologici come la gravidanza o la cura del bambino: “È stato dimostrato che l’udito di una donna è più sensibile quando si tratta di percepire o reagire al pianto di un bambino”. Data l’importanza di questa abitudine essenziale per la nostra salute, prima di ricorrere a farmaci senza prescrizione medica, si raccomanda di seguire le linee guida per un’adeguata igiene del SONNO. “Avere una dieta equilibrata ed evitare l’uso di telefoni cellulari, tablet o portatili prima del SONNO perché la loro luce blu inibisce la produzione di melatonina, un ormone necessario nel ciclo naturale del SONNO” sottolinea Giovanni D’Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”.

“Oggi nel Pd siamo fermi. Non c’è né strategia né tattica. L’unica cosa che la direzione ha deciso è di stare all’opposizione ed è diventato il Vangelo. In tanti anni di politica non avevo mai visto nulla di simile. Il Partito Comunista era democratico, c’era una discussione. Renzi sa ripetere continuamente come un mantra ‘stare all’opposizione’ ma non è un ragionamento politico”. Lo ha dichiarato l’ex senatore del Pd, Ugo Sposetti, ai microfoni di ‘6 su Radio 1’. “Io – ha aggiunto – farei iniziative politiche, perché è un suicidio che il secondo partito politico non abbia rappresentanza adeguata nei ruoli istituzionali. Ma ho fiducia nella saggezza e nella volontà di dare un governo al Paese da parte di forze sociali, economiche”. Sposetti ha qualcosa da dire anche sul criterio adottato per la scelta delle candidature: “Contesto come sono state decise le candidature, non c’è stato un metodo. Ha deciso Renzi e qualche suo amichetto o amichetta. La questione delle donne è scandalosa, non c’è stata alcuna ribellione delle nostre donne. Se candido in 6 posti diversi 5 o 6 donne, significa che candido 30 donne in meno. Non se ne è discusso nemmeno dopo il voto”.

“La settimana scorsa si sono concluse le votazioni dei componenti degli uffici di Presidenza della Camera e del Senato. Tutti gli eletti del MoVimento 5 Stelle hanno mantenuto la parola data e hanno rinunciato completamente al doppio stipendio che spetterebbe a chi assume queste cariche… Si tratta grosso modo di un paio di milioni di euro fatti risparmiare alle casse dello Stato. Un piccolo gesto, ma un grande significato. Serve a dimostrare che il Parlamento non è più il simbolo della Casta”. Così Luigi Di Maio in un intervento sul Blog delle Stelle. “Questo seme di normalità nelle Istituzioni – evidenzia il leader M5S – sta già dando i suoi frutti. Mara Carfagna, vicepresidente della Camera di Forza Italia, ha annunciato che ha ‘deciso di devolvere la mia indennità per sostenere le battaglie in cui credo: per le donne, per i minori, per la famiglia, per i disabili’, Ettore Rosato, vicepresidente della Camera del Pd sta ‘pensando di devolvere alla mia città, Trieste, la mia quota o di rinunciare del tutto'”. “Se alle parole seguiranno i gesti concreti, come noi abbiamo già fatto, si tratta di un segnale importante perché grazie al nostro esempio sta passando l’idea di un nuovo modo di fare politica. E di questo siamo felici e orgogliosi”, rimarca Di Maio, che estende “a tutti gli altri componenti degli uffici di Presidenza di Camera e Senato l’invito a fare altrettanto. Spogliatevi dei privilegi! Rinunciate al doppio stipendio! I cittadini – aggiunge – devono tornare ad innamorarsi e ad appassionarsi della cosa pubblica e passi come questo vanno esattamente nella direzione del cambiamento indicato dai cittadini con il voto del 4 marzo”.

Il numero di disoccupati in Spagna a marzo è sceso a 3,42 milioni, raggiungendo “il livello più basso degli ultimi nove anni”, secondo il ministero del Lavoro. Il calo è stato di 47.697 persone rispetto al mese precedente, mentre rispetto a marzo 2017 ci sono 279.766 disoccupati in meno, in flessione del 7,5%. La Spagna, dopo anni di recessione, è cresciuta costantemente dal 2014, ma il tasso di disoccupazione, che al culmine della crisi era prossimo al 28%, rimane il secondo più alto dell’eurozona dopo la Grecia.