Editoriale

Gli elettori italiani della sinistra non potranno di certo lamentarsi: l’offerta politica e’ la piu’ varia e in grado di soddisfare i palati piu’ esigenti. Di partiti o di aree politiche, di movimenti o di contenitori che si rifanno alla sinistra, con varie tonalita’ di rosso, da quello porpora al rosso veneziano: Partito Democratico, Sinistra Italiana, Partito comunista italiano, Democratici e Progressisti, Sinistra Ecologia Libertà, L’Altra Europa con Tsipras, Rifondazione Comunista, i Verdi, Azione Civile, a DemA (gli arancioni) di Luigi De Magistris, ‘Possibile’ di Pippo Civati, a ‘Coesione sociale’ di Landini. Venghino compagni, venghino….

Vogliamo cercare di andare al di là delle convenzioni, gettando le maschere? La minoranza del Pd odia Renzi, lo considera un ‘diverso’, un uomo di potere che sta ultimando la mutazione del Pd: da partito di sinistra a partito di centro. La lotta é per la sua poltrona, l’ultima che gli é rimasta. Quella di Premier gliel’hanno tolta con la ‘scusa’ del referendum, sul quale l’ex sindaco ha puntato imprudentemente quasi tutte le sue fiches. Michele Emiliano, Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Roberto Speranza, Enrico Rossi, questo vogliono: uccidere Renzi politicamente una volta e per tutte. In che modo farlo? Detronizzandolo da segretario del partito Democratico. Per fare questo, tutte le occasioni sono buone: il Congresso, usato in tempo utile per non ritornare al voto, la legge elettorale e i suoi tentativi di riforma, in primis la soppressione dei capilista sui quali Renzi piazzerebbe i suoi fedelissimi. Renzi, da parte sua, con l’arroganza e l’ambizione che lo contraddistingue, non ha accettato di buon grado la defenestrazione, e cerca di recuperare. Il tempo é un suo nemico: se ne passa troppo ci si dimenticherà di lui e gli assetti di potere si consolideranno a prescindere dalla sua sfera di influenza; se ne passa troppo poco non avrà il tempo di riorganizzarsi, dentro il partito e fuori da esso. In questo contesto é chiaro che la minoranza del Pd di fare la minoranza non vuole più saperne: o si libera di Renzi o si scinde dal partito. Per andare dove? Non importa, ma una occasione simile non l’avranno più. O si liberano di Matteo o non se lo toglieranno più dai piedi per i prossimi anni. PS: la minoranza del Pd odia Renzi, il suo dinamismo, la sua velocità, il suo cinismo, il suo non essere di sinistra.

Cultura e prevenzione strumenti indispensabili per contrastare un fenomeno, quello sulla violenza sulle donne, che non sembra spegnersi, nonostante l’opera di sensibilizzazione culturale e l’intervento delle forze dell’Ordine. Questi i dati: ogni tre giorni e mezzo avviene in media l’omicidio di una donna in ambito familiare o comunque affettivo, mentre ogni giorno, sempre ai danni di donne, si registrano 23 atti persecutori, 28 maltrattamenti, 16 episodi di percosse, 9 di violenze sessuali. Questi più in dettaglio i dati di tutte le forze di polizia: – gli omicidi di donne in ambito familiare sono stati 117 nel 2014, 111 nel 2015, 108 nel 2016; gli atti persecutori (circa il 76% in danno delle donne) 12.446 nel 2014, 11.758 nel 2015, 11.400 nel 2016; i maltrattamenti in famiglia (circa l’81% in danno delle donne) 13.261 nel 2014, 12.890 nel 2015, 12.829 nel 2016; le percosse (circa il 46% in danno delle donne) 15.285 nel 2014, 15.249 nel 2015, 13.146 nel 2016; le violenze sessuali (oltre il 90% in danno delle donne) 4257 nel 2014, 4000 nel 2015, 3759 nel 2016. Oltre alla tutela offerta dalla legge, che va dagli strumenti dell’ammonimento al divieto di avvicinamento fino ai domiciliari e al carcere per i casi più gravi, la battaglia più importante si gioca sul campo della prevenzione in cui la Polizia di Stato è impegnata, non solo nel contribuire attraverso l’informazione al superamento di una mentalità di sopraffazione, ma a fare da sentinella per intercettare prima possibile comportamenti violenti e intimidatori. Riparte nel giorno di San Valentino la campagna della Polizia di Stato “…questo non é amore” che prevede in tutte le province italiane camper, pullman, gazebo e altri momenti d’incontro per rompere l’isolamento e il dolore delle vittime di violenza di genere. “Se ti ricatta … non è amore. Se minaccia te o i tuoi figli … non è amore. Se ti isola, umilia, offende …non è amore. Se ti perseguita con mail e sms ossessivi ….non è amore. Se ti prende con violenza quando non vuoi … non è amore. Se ti chiede “l’ultimo appuntamento” …non è amore. Se ti uccide …non è amore”.

L’ultimo slogan coniato dalla dirigenza del M5S è ‘linciaggio mediatico contro di noi’. La stampa e i giornalisti, sono, per i pentastellati, dei veri e propri nemici. Non è una storia nuova. La vicenda dell’assessore all’Urbanistica del Comune di Roma, Paolo Berdini, la dice lunga sul grado di trasparenza e di democrazia vigenti dentro il Movimento. L’assessore ha definito ‘impreparata’ la sindaca Virginia Raggi: su certe scelte sembra inadeguata al ruolo che ricopre. Ma impreparata strutturalmente, non per gli anni. Se lei si fidasse delle persone giuste… Ma lei si è messa in mezzo a una corte dei miracoli, s’è messa vicino una banda. Sono proprio sprovveduti….”. Una volta scoperto, dopo avere cercato di infangare il giornalista de La Stampa, l’assessore Berdini ha rassegnato le dimissioni, al momento respinte dalla Raggi. Tanto è bastato perché il tam tam grillino se la prendesse ancora una volta con il sistema dell’informazione, al punto che Luigi Di Maio ha stilato una lista di giornalisti ostili al M5S. Nessuno stupore. Da tempo sosteniamo che il M5S, piu’ che un movimento o un partito di nuova generazione, ha le dinamiche e la struttura di una setta. Nessuna trasparenza al suo interno, decisioni prese dall’alto con la parvenza di una partecipazione alle scelte da parte degli iscritti sul web, e infine l’intolleranza con tutto ciò che ha i connotati della libera critica – come avviene in tutte le vere democrazie – da parte della stampa. Per i pentastellati, o si sta con loro o si sta contro di loro. Stampa compresa. Se non è una setta questa….

Dietro il desiderio, in politica, dell’uomo forte, pragmatico e decisionista, ci sta un sostanziale fallimento del parlamentarismo e della democrazia che lo esprime e gli da’ forma. La lentezza dei processi decisionali e lo scollamento tra le leggi – approvate e non applicate – e la societa’ che queste dovrebbero normare, fa si’ che prenda talvolta il sopravvento il carisma e l’autoritarismo di uomini politici che si presentano al corpo elettorale come dei veri e propri taumaturghi, salvatori della patria in grado di incidere, nei tempi e nei modi, nella soluzione di problemi annosi. Il vero pericolo risiede nell’atteggiamento che questi leader possono assumere e sempre piu’ spesso assumono nei confronti delle forze di opposizione e della libera stampa. I diritti delle minoranze e la liberta’ dell’informazione, sono i primi veri ostacoli che il politico democraticamente eletto e aspirante dittatore, cerchera’ di rimuovere, perche’ nessun dittatore degno di questo nome puo’ permettersi l’esistenza di qualcuno che la pensi diversamente e una stampa libera che racconti come stanno veramente le cose al di la’ dell’apparenza.

‘1768 giorni’. Questo il titolo del docufilm sulla vita di Toto’ Cuffaro, del regista Marco Gallo e in fase di realizzazione. Ne esce il ritratto di un uomo generoso, che ha sbagliato, riconoscendolo, e che ha pagato con una detenzione in carcere di cinque anni. La carriera politica di un democristiano nel sangue, interprete di quella mediazione e di quel dialogo portati alle estreme conseguenze e agli inevitabili benefici; un impegno politico che ha nel contatto fisico con le persone la sua cifra piu’ alta. Un politico con le orecchie grandi: di quelli che sanno e vogliono ascoltare veramente. Cosa e’ stato Toto’ vasa vasa? Un amministratore molto capace, un medico, un politico di razza, un siciliano che ha sbagliato, un figlio, un padre, un marito, un siciliano che adora la Sicilia, un uomo nuovo. Il film non e’ una agiografia ma un ritratto. Bellissimo perche’ autentico, come il suo protagonista.

La Procura di Roma ha chiuso l’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009, e ha contestato l’accusa di omicidio preterintenzionale ai tre carabinieri che lo arrestarono il 15 ottobre. I tre sono ritenuti responsabili del pestaggio del giovane geometra. Per altri due carabinieri sono ipotizzati i reati di calunnia e di falso. Ai tre carabinieri è contestata anche l’accusa di abuso di autorità. Per la procura con “l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento”. Per i Pm la morte fu determinata da schiaffi, pugni e calci – Stefano Cucchi fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con “schiaffi, pugni e calci”. Lo scrivono il procuratore della repubblica Giuseppe Pignatone ed il sostituto Giovanni Musarò nell’avviso di chiusura indagine. Le botte, per l’accusa, provocarono “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale” che “unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte”. L’attacco epilettico del quale è stato vittima Stefano Cucchi nei giorni di detenzione dopo il suo arresto, citato in una perizia fatta in incidente probatorio, non figura tra le cause che ne hanno causato il decesso. Nella perizia svolta dal professore Francesco Introna, su incarico del gip, si faceva invece riferimento ad un attacco epilettico come una probabile causa della morte del giovane. Il caso di Stefano Cucchi ha scosso l’opinione pubblica: il volto tumefatto, le lesioni sul corpo non erano compatibili con la causa di morte indicata in un primo momento e mal supportata da perizie mediche. Oggi un primo passaggio fondamentale verso la verità ultima e definitiva. Rimane alta nel nostro Paese la fiducia nelle forze dell’Ordine, nonostante presunti casi di abusi e di violenze commessi da alcuni suoi componenti. Una società civile ha bisogno di fiducia piena nei confronti dei tutori della convivenza civile che, quando sbagliano, devono essere puniti come e piu’ di noi cittadini.

Ben consapevole dell’importanza della legge elettorale per la rappresentanza democratica, il dibattito che non accenna a placarsi sul modello elettorale da adottare nel nostro Paese sta assumendo i toni della farsa. Siamo alle prese con una congiuntura economica e sociale a dir poco critica. I livelli di crescita e la produttivita’ dell’azienda-Paese sono pressocche’ stabili. Aumenta la pressione fiscale sostanziale, cresce la disoccupazione giovanile, rimane alta quella generale. Ma il cuore dei problemi nell’agenda politica rimane la legge elettorale. I maggiori partiti optano per il maggioritario, i piccoli partiti per il proporzionale (che garantisce una effettiva rappresentativita’ ma non la governabilita’) in grado di assicurare loro sopravvivenza. Riusciranno i partiti a rendere omogenea la legge elettorale sia per la Camera sia per il Senato, come da indicazione del Capo dello Stato? Le alternative sono 5: Mattarellum: maggioritario con collegi uninominali e con il 25% dei seggi assegnati con il proporzionale; Consultellum: il sistema che uscirebbe dall’ordinanza della Consulta nel caso in cui venisse bocciato il doppioturno e che prevede preferenze e proporzionale con sbarramento all’8% per il Senato e del 3% per la Camera; ‘Italicum bis’ nel caso in cui la Consulta dovesse salvare il ballottaggio previsto dall’Italicum e che prevede il doppio turno e la soglia, per ora al 40%, per la vittoria al primo turno; sistema proporzionale con minipremio di maggioranza alla lista o alla coalizione che arriva prima; modello tedesco: meta’ seggi assegnati con il proporzionale e meta’ con il maggioritario. Ebbene, uno di questi modelli sara’ quello vincente, ma per la politica non c’e’ fretta: senza legge elettorale nessun rischio di voto anticipato. Ma intanto non si parla d’altro.

La politica per alcuni e’ un mestiere, per altri una professione e per altri ancora una missione. Non puo’ essere un hobby, perche’ richiede competenze e sensibilita’ precipue. Beppe Grillo, Casaleggio jr e altri avventori, sono dilettanti allo sbaraglio. La vicenda della richiesta di ingresso del Movimento nel gruppo convintamente europeista dell’Alde, l’aver rinnegato l’euroscetticismo per mera convenienza e l’aver subito il rifiuto dei liberali di Verhofstadt, rivela il pressappochismo e l’inadeguatezza di un movimento che ha consenso ma non una linea politica e benche’ meno una meta.

Lo spettacolo che lo scrittore Roberto Saviano da una parte e il sindaco Luigi De Magistris dall’altra ci hanno offerto nelle ultime ore rivela che Napoli, per i due protagonisti di questo squallido battibecco, e’ solo un pretesto. Si contendono, infatti, i due professionisti anticamorra, la poltrona oltremodo redditizia, di cantore unico, di profeta del malaffare, di salvatore della patria partenopea. Cosi De Magistris in un post su Facebook ‘caro Saviano, a Napoli “più si spara, più cresce la tua impresa. Non posso credere che il tuo successo cresca con gli spari della camorra. Sei diventato un brand che tira se tira una certa narrazione”. Ma Saviano non ci sta “Sindaco De Magistris, quando le mistificazioni della sua amministrazione verranno al pettine, a pugnalarla saranno i tanti lacchè, più o meno pagati, dei quali si circonda per mistificare la realtà, unico modo per evitare di affrontarla. Due sparatorie in pieno centro – scrive Saviano – e una bambina di 10 anni ferita in un luogo affollatissimo della città: ma il sindaco è infastidito dalla realtà, a lui non interessa la realtà, a lui interessa l’idea, quell’idea falsa di una città in rinascita: problema non sono le vittime innocenti del fuoco della camorra, problema è che poi Saviano ne parlerà. Il contesto nel quale nascono e crescono le organizzazioni criminali, fatto di assenza delle regole e lassismo, da quando lui è sindaco non solo non è mutato, ma ha preso una piega più grottesca: ora la camorra in città è minorenne e il disagio si è esteso alle fasce anagraficamente più deboli”. Che dire? Non ci piacciono ne’ l’uno ne’ l’altro: lo scrittore per la sua retorica asfissiante sulla camorra e per l’arroganza con cui si ritiene unico depositario del contrasto alla criminalita’ organizzata; il sindaco Luigi De Magistris per il suo populismo e per aver usato la sua carriera di magistrato e le sue fallimentari inchieste giudiziarie per poter scendere in politica. Di una cosa c’e’ da star sicuri: di questo botta e risposta la camorra sorride mentre Napoli piange.