Bersani

Non se ne puo’ piu’ delle geremiadi della minoranza del Partito Democratico. Fastidiose anche per chi non fa parte di quel partito. Una lagna. Non hanno ancora digerito la vittoria di Renzi, non riescono a spiegarsi come abbia potuto, un giovincello, scippargli legittimamente la poltrona. Si saranno distratti un attimo? Non credo. Matteo Renzi ha solo spalancato la finestra e fatto entrare aria fresca nelle stanze umide e perdenti del Nazareno ( sede nazionale del partito a Roma). Ed eccoli li’ a lamentarsi, i D’Alema, i Gotor, i Bersani, i Speranza, i Rosy Bindi e D’Attorre di turno. Utilizzano il NO al referendum per mandarlo a casa: della eventuale riforma non gliene importa un fico secco. E’ la loro occasione per prendersi una rivincita. L’unica che gli rimane. Il quesito referendario come un regolamento di conti interno. Muoia Sansone e tutti i renziani. Ma perche’ non prova – questa minoranza del Pd – a diventare maggioranza attraverso le regole previste dallo Statuto? Perche’ sanno di non avere piu’ chance: hanno fatto il loro tempo. Ma loro, imperterriti, minacciano una scissione, piangono, gridano alla dittatura! Qualcuno ricordi loro che il sacrosanto diritto di esistere di una minoranza non puo’ prevalere su quello, della maggioranza, di decidere. Non gli sta bene? Quella e’ la porta

Botta e risposta tra il premier Matteo Renzi e l’ex segretario Dem Pierluigi Bersani che, dalle pagine del ‘Corriere’, ha fatto sapere che la posizione della minoranza Dem resta sul no al referendum sulle riforme. Renzi, ospite dell”Arena’ di Massimo Giletti,  ha sottolineato: “rispetto le posizioni di tutti” ma ha anche evidenziato che ‘Bersani ha votato per tre volte la riforma’. Questa riforma  non l’ho scritta io da solo a Rignano sull’Arno, è stata due anni e quattro giorni in Parlamento. Bersani l’ha votata 3 volte, se cambia idea per il referendum ognuno si farà la sua opinione”. Il tutto alla vigilia della riunione della direzione Dem nella quale l’ex segretario dovrebbe annunciare il suo No al referendum. Durante la trasmissione Renzi ha anche distinto “Chi fa politica per cambiare il paese e chi solo per attaccare gli altri”. E ha aggiunto: “Quando uno vota per antipatia è un elemento che dimostra una scarsa visione del Paese”. Il premier parlando della riforma sottolinea che: “questo è l’inizio” di un percorso riformatore. “Dal primo giorno – ha detto Renzi – andai al Senato per dire che non sono qui a vivacchiare e tutti applaudirono Napolitano sull’esigenza delle riforme. Ora finalmente dopo 30 anni qualcuno ha fatto la riforma teorizzata da molti e votano i cittadini”. Così Matteo Renzi, all’Arena, sostenendo che “una persona che guarda l’Arena chiede meno costi, più concretezza e maggiore semplificazione”. “Molti – ha detto ancora – fanno scenari foschi io semplicemente dico che se vince il No non cambia niente, non dico che arriverà la peste, continueremo con gli stessi numeri e gli stessi costi”.

 

 

“Adesso arrivan tutti a dire che bisogna correggere l’italicum. Mi giran un po’… Perche’ adesso diventera’ difficile perche’ qualcuno ci ha preso gusto”. Pier Luigi Bersani, parlando nel corso di una iniziativa della minoranza Pd, rievoca il periodo in cui fu approvato l’italicum. In quella fase, spiega, “si pensava che ce l’avevamo grande come Pd, ma noi eravamo contro lo stesso, perche’ non puoi mettere una camicia di forza a una pentola a pressione”. Bersani invita a ricordarsi di Aldo Moro, “che e’ morto per avere una democrazia inclusiva”, e invita a correggere il combinato disposto tra legge elettorale e riforme. “Dobbiamo farlo, altrimenti la storia del referendum diventa un salto nel buio. Io lo dico chiaro: se si arriva li’ senza correggere sta roba, io non so cosa dire alla gente”.

“Nessuno vuole che Renzi lasci. Nessuno nel Pd vuole che lui se ne vada”. Ad affermarlo è Luigi Bersani. In un’intervista al quotidiano ‘Die Zeit’, l’ex segretario Pd affronta l’esito delle amministrative e i risultati raggiunti dall’esecutivo. “Il governo italiano – spiega – si sta indebolendo per diversi motivi: la maggioranza degli italiani soffre ancora la crisi economica e parte dell’elettorato di sinistra è deluso dal lavoro del governo. Ma non vedo il rischio che questo Governo possa essere instabile”. Per Bersani non si dovrebbe considerare “il referendum di ottobre ” come un “evento cosmico dal quale dipendono il destino del governo, del partito o del paese”. Secondo l’ex ministro, la decisione del premier Renzi di legare il destino del governo all’esito del referendum costituzionale d’autunno è “un grave, un gravissimo errore politico e penso che questo lo abbiano capito tutti”. Dice Bersani: ”Adesso si cerca a parole di sminuire e questo è un bene”.

Bersani a tutto campo contro Renzi e le sue politiche economiche, fiscai e sociali. ‘Il Jobs Act ci ha dato l’amara conferma che il problema non era l’articolo 18. L’idea che cio’ che fa bene all’impresa fa bene all’Italia e’ scivolosa. La Fiat non puo’ dirci che cosa dobbiamo fare e pagare le tasse all’estero. Dia consigli dove paga le tasse. Vorrei vedere che cosa direbbe le cancelliera Merkel se la Mercedes pagasse le tasse all’estero”. Lo ha detto Pier Luigi Bersani, in un’intervista al Fatto quotidiano. “I dieci o quindici che contano nel capitalismo italiano si stanno aggiustando le cose loro, chiedono solo che il governo sia amichevole, e se capita lo applaudono e si fanno applaudire. Poi hanno i giornali e c’e’ lo scambio, succedono cose che non sono potabili. Da dieci anni- aggiunge Bersani- siamo scesi sotto la media europea del prodotto interno lordo pro capite. La produttivita’ non cresce. Si allarga la forbice dei redditi tra ricchi e poveri, nord e sud, vecchi e giovani. Cresciamo la meta’ dell’Europa. Le banche sono indotte a non mettersi a disposizione dell’industria ma a servire loro stesse, e a drenare il risparmio di cittadini che, fra l’altro, si sentono indifesi dalle prepotenze. Pare che serva la laurea in economia per entrare in banca”. “Decidiamo il ruolo futuro dell’Italia. Il made in Italy non puo’ essere solo la moda o il cibo di qualita’. E’ un saper fare in tutti i settori. Non possiamo certo rinunciare alla siderurgia o alla chimica o all’automotive e cosi’ via. Bisogna pensare a cosa fare in dieci anni, non in dieci mesi. Il governo chiami i sindacati, le imprese, le banche e proponga un patto per il lavoro e la produttivita’”