Istat

Il tasso di disoccupazione a giugno scende all’11,1% in calo di 0,2 punti rispetto a maggio. A rilevarlo è l’Istat, aggiungendo che si torna allo stesso valore dell’aprile scorso, che corrisponde ai livelli di settembre-ottobre 2012.
Il tasso di occupazione delle donne (15-64 anni) a giugno raggiunge il 48,8%; si tratta del valore più alto dall’avvio delle serie storiche, ovvero almeno dal 1977. Per quanto riguarda l’occupazione a giugno l’Istat rileva una crescita di 23 mila unità su base mensile, dovuta – spiega – esclusivamente al rialzo dei dipendenti a termine, aumentati di 37 mila unità. Scende anche il tasso di disoccupazione giovanile a giugno attestandosi al 35,4%, in calo di 1,1 punti percentuali su maggio.

“La poverta’ nel nostro Paese continua a crescere. A dirlo sono i dati diffusi oggi dall’ISTAT che certificano un aumento sia della poverta’ assoluta sia della poverta’ relativa. Una situazione vergognosa che dipende esclusivamente dall’immobilismo politico del governo Renzi e dell’attuale governo Gentiloni che continua a proporre misure del tutto insufficienti per aiutare i milioni di persone, di famiglie, che sono in grave difficolta’ economica”, lo affermano in una nota i portavoce del MoVimento 5 Stelle della Commissione Lavoro del Senato Nunzia Catalfo, Sara Paglini e Sergio Puglia. “L’anno scorso i poveri assoluti erano 4 milioni e 598 mila. Oggi – proseguono – l’ISTAT ci dice che i poveri assoluti ora sono 4 milioni 742 mila persone. Si tratta del dato piu’ negativo dal 2005 ad oggi e crescono pure le persone in poverta’ relativa che passano da 8 milioni 307 mila a 8 milioni 465 mila. L’incidenza della poverta’ e’ salita al 26,8% rispetto al 18,3% del 2015. Stiamo davanti ad una vera e propria emergenza sociale dove spesso viene dimenticato che dietro i numeri si trovano persone in carne e ossa. E’ un dato di fatto che la politica abbia trascurato per troppo tempo l’argomento nascondendosi dietro la scusa della mancanza di risorse economiche, ma guarda caso per aiutare il sistema bancario le risorse sono sempre state trovate. Non dimentichiamo, infatti, che dal 2015 sono stati regalati alle banche ben 29 miliardi di euro”.

In Italia l’inflazione ad aprile mette a segno un balzo, salendo su base annua all’1,8% dall’1,4% di marzo. Lo rileva l’Istat nelle stime. Il tasso registra così il livello più alto da oltre quattro anni, ovvero dal febbraio del 2013. L’accelerazione deriva soprattutto dalla crescita dei prezzi dell’energia elettrica, del gas e dalla dinamica dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti. Su base mensile l’indice è in rialzo dello 0,3%. In dettaglio, l’accelerazione dell’inflazione deriva soprattutto dalla crescita dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (+5,7%, da -1,2% del mese precedente), a cui contribuisce sia l’Energia elettrica (+5,4%) sia il Gas naturale (+6,0%), e dalla dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+5,5% da +2,5% del mese precedente). L’incremento su base mensile dell’indice generale e’ ascrivibile in larga parte ai rialzi dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+3,3%) e di quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,1%), che risentono entrambi di fattori stagionali legati alla Pasqua e al ponte del 25 aprile. Viceversa, si registra un calo dei prezzi degli Alimentari non lavorati (-1,0%). Su base annua la crescita dei prezzi dei beni sale di un solo decimo di punto percentuale (+1,8% da +1,7% di marzo), mentre accelera in modo marcato il tasso di crescita dei prezzi dei servizi (+1,7% da +1,0%).
Un aumento in larga parte atteso per l’Ufficio Studi Confcommercio che ha commentato i dati sull’inflazione nel mese di aprile diffusi oggi dall’Istat. “Sono proprio le determinanti di questo andamento, associate ad una diminuzione congiunturale dei prezzi dei beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto e al permanere dell’inflazione di fondo su valori non particolarmente elevati (1,0%), che portano a leggere il dato con attenzione ma senza un’eccessiva preoccupazione – osserva l’Associazione – La repentina ripresa del processo inflazionistico, stando anche al permanere di una politica di bassi tassi da parte della BCE, appare, infatti, sostanzialmente sotto controllo. “Più preoccupante – conclude Confcommercio – potrebbe risultare l’impatto sul comportamento delle famiglie che, al contrario delle imprese, già scontano un deficit di fiducia che le spinge a mantenere comportamenti prudenti verso il consumo e che potrebbero trovare un’ulteriore vincolo nell’aumento dei prezzi che rischia di erodere la già bassa crescita del reddito disponibile legata a dinamiche occupazionali non molto sostenute”.

La popolazione residente in Italia sarà pari a 58,6 milioni nel 2045 e a 53,7 milioni nel 2065. La stima è resa nota dall’Istat nel report “Il futuro demografico del Paese”. La perdita rispetto al 2016 (60,7 milioni) sarebbe di 2,1 milioni di residenti nel 2025 e di 7 milioni nel 2065. Tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici – precisa Istat – la stima della popolazione al 2065 oscilla da un minimo di 46,1 milioni a un massimo di 61,5. La probabilità di un aumento della popolazione al 2065 è pari al 7%. Le future nascite non saranno sufficienti a compensare i futuri decessi. Nello scenario mediano, dopo pochi anni di previsione il saldo naturale raggiunge quota -200mila, per poi passare la soglia -300 e -400mila unità in meno nel medio e lungo termine. L’età media della popolazione passerà dagli attuali 44,7 a oltre 50 anni del 2065. Secondo il report, “il processo di invecchiamento della popolazione è da ritenersi certo e intenso”. Nei prossimi anni assisteremo in modo evidente ad uno spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno al Centro-nord del Paese. Secondo le previsioni, nel 2065 il Centro-nord accoglierebbe il 71% di residenti contro il 66% di oggi; il Mezzogiorno invece arriverebbe ad accoglierne il 29% contro il 34% attuale. Nello scenario mediano, mentre nel Mezzogiorno il calo di popolazione si manifesterebbe lungo l’intero periodo, per il Centro-nord, superati i primi trent’anni di previsione con un bilancio demografico positivo, un progressivo declino della popolazione si compierebbe soltanto dal 2045 in avanti. La probabilità empirica che la popolazione del Centro-nord abbia nel 2065 una popolazione più ampia rispetto a oggi è pari al 31%, mentre nel Mezzogiorno è pressochè nulla.

In Italia si leggono meno libri. Oggi si contano 4 milioni 300mila lettori di libri in meno rispetto al 2010. E sono circa 33 milioni, nel 2016, le persone con più di 6 anni che non hanno letto nemmeno un libro di carta, la stessa quota che era stata toccata nel 2000. Sono i dati Istat presentati a Tempo di Libri. Secondo l’indagine, i non lettori sono soprattutto maschi: il 64,5% rispetto al 51,1% delle femmine. Gli uomini dai 25 ai 74 anni si attestano sul 62-66% e arrivano al 72,9% oltre i 75 anni. Le donne non lettrici superano il 50% nella fascia oltre i 65 anni. Dai 25 anni la quota cresce, ma si mantiene sotto il 50% fino ai 64 anni. Tra i bambini, l’aumento maggiore dei non lettori di libri è tra i 6-10 anni (+9,3%), tra gli 11-14 anni (+13,9%.) e tra i 15-17 anni (11,7%). La prevalenza di non lettori è al Sud con il 69,2% e con una punta del 73% in Calabria. In Sardegna i non lettori sono il 51,8%, a livelli inferiori alla media nazionale. Le percentuali più basse di non lettori si riscontrano a Trento (43,7%), in Friuli (44,6%) e Bolzano (46%). I dati mostrano che è aumentata la quota di famiglie che possiedono libri: nel 2016 erano l’89,4%, ma dal 2009 in poi il 10% di famiglie ha dichiarato di non avere libri in casa. Tra i fruitori di Internet tutti i giorni i non lettori sono il 45,6%, mentre erano il 30,9% nel 2010. Tra chi svolge attività di comunicazione e socializzazione su Internet i non lettori sono il 47,7%, (erano il 33,2% nel 2010). I lettori di libri elettronici sono circa 4 milioni, ovvero il 7,3% della popolazione (+6 anni). “I bassi indici di lettura a loro volta influiscono sui fattori di innovazione del Paese e sulla sua crescita economica”, ha detto Giovanni Peresson, responsabile dell’Ufficio studi Aie e curatore del programma professionale di Tempo di Libri.

“L’Istat fotografa una nazione rattrappita. Se consideriamo in particolare gli indici demografici, il tasso di occupazione, la produttività del lavoro, constatiamo come l’Italia sia diventata ben poco vitale. Il Paese è intrappolato nel circolo vizioso della sfiducia alimentata da uno Stato pesante e inefficiente che molto pretende ma poco restituisce. Solo una politica cristiana e liberale può risvegliare una diffusa attitudine a generare e a produrre in un contesto più favorevole. Avere fiducia nel popolo significa anche promettere meno Stato e così legittimare la speranza di meno tasse”. Lo scrive nel blog dell’Associazione amici di Marco Biagi il presidente della Commissione lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (Energie per l’Italia).

Il prelievo fiscale nel 2016 ha inciso sul reddito disponibile delle famiglie per il 16,6%, su quello delle società non finanziarie per il 23,3% e su quello delle società finanziarie per il 20,4%. Il dato lo rileva l’Istat nei conti economici nazionali negli anni 2014-2016. Lo scorso anno le famiglie hanno aumentato la spesa per consumi (+1,3%) in misura inferiore rispetto alla crescita del reddito disponibile (+1,6%). Il tasso di profitto delle società non finanziarie nel 2016 sale al 42% (+0,9 punti percentuali sul 2015) e il tasso di investimento cresce al 19,7% (+0,2 punti percentuali).

Nel 2016 si registra un nuovo aumento dell’occupazione, sia nei valori assoluti sia nel corrispondente tasso, che coinvolge anche i giovani di 15-34 anni. A rivelarlo è l’Istat. Un elemento rilevante nel 2016 e’ costituto dalla diminuzione degli inattivi di circa 410mila unita’. Gli ultimi tre mesi dello scorso anno hanno visto l’economia italiana registrare un aumento congiunturale del Pil dello 0,2%, e una crescita tendenziale dell’1%. La moderata espansione dell’attivita’ economica e’ associata a una dinamica positiva dell’input di lavoro, aumentano le ore complessivamente lavorate dello 0,4% sul trimestre precedente e dell’1,6% su base annua.

“Se in Italia non si fanno piu’ figli, come certifica l’Istat, la colpa non e’ delle giovani coppie, ma dei governi di centrosinistra che in questi anni hanno dimenticato il ruolo fondamentale della famiglia e le politiche di aiuti e di sostentamento che sono alla base dello sviluppo di tanti paesi europei”. Lo dice Renato Schifani, senatore di Fi, che aggiunge: “Il crollo delle nascite e’ solo colpa di una politica che in questi anni, e soprattutto con il governo Renzi, ha vissuto di provvedimenti propadandistici come gli 80 euro, il jobs act o la riforma della scuola, che non hanno dato alcuna spinta di ripresa al paese, indebolendone invece lo stato sociale. Ecco perche’ il centrodestra sta elaborando una proposta di politica economica che guardi al sociale attraverso misure strutturali di seria riduzione della spesa pubblica e di taglio agli sprechi”.

Il nuovo crollo delle nascite registrato nel corso del 2016, scese a quota 474mila con una riduzione ulteriore rispetto al 2015, e’ da attribuire principalmente allo stato di difficolta’ e incertezza economica in cui versano le famiglie italiane. Lo afferma il Codacons, commentando il report Istat sugli Indicatori demografici.”La situazione di indeterminatezza e di generale impoverimento del ceto medio registrata in Italia negli ultimi anni, ha reso sempre piu’ difficile per le famiglie mettere al mondo un figlio – spiega il presidente Carlo Rienzi – I costi per mantenere un bambino, infatti, sono costantemente saliti, arrivando a sfiorare nei primi anni di vita, quota 10mila euro all’anno tra alimentari, biancheria, carrozzine, passeggini, culle, spese mediche, asili nido, baby sitter, ecc. A fronte di tali costi in crescita, il potere d’acquisto e la capacita’ di spesa delle famiglie hanno subito una forte contrazione, rendendo impossibile per una consistente fetta di popolazione permettersi le spese legate alla nascita di un figlio”. “Senza dubbio oggi molti italiani non possono piu’ permettersi di mettere al mondo un bambino, e sono costretti a rimandare a tempi migliori il proposito di diventare genitori, in assenza anche di un sostegno concreto da parte dello Stato, come attestano i dati diffusi oggi dall’Istat” – conclude Rienzi.