mafia

Su proposta del ministro dell’Interno Angelino Alfano il consiglio dei Ministri ha sciolto per mafia il Comune di Corleone. Nei mesi scorsi diversi episodi avevano creato polemiche nella cittadina che ha dato i natali a i boss Bernardo Provenzano e Totò Riina. In particolare il caso dell’inchino nel corso di una processione religiosa davanti alla casa dove abita la moglie di Riina. I carabineri avevano avviato subito delle indagini e i primi accertamenti hanno portato a un risultato: è emerso che uno dei membri della confraternita di San Giovanni era cugino di secondo grado della Bagarella, la moglie di Riina. Il sindaco, Lea Savona, difese il paese minacciando querele. In ogni caso lo scioglimento del Comune avviene dopo una ispezione prefettizia avviata a gennaio Allora la sindaca si era detta “tranquilla”: “L’accesso agli atti – diceva la Savona – riguarda l’appalto per la costruzione di un impianto polivalente nei pressi del campo sportivo, deciso dalla precedente amministrazione comunale. L’indagine è collegata all’arresto, avvenuto nel 2014, di un dipendente comunale, Antonio Di Marco, indicato dagli inquirenti come il nuovo capo mandamento”. Tra le altre anomalie che la commissione ha indagto anche presunte assunzioni di parenti di boss mafiosi, e manovre attorno al caseificio comunale. Il caso Corleone, tra le altre cose, era stato trattato anche in Commissione antimafia all’Ars.

E’ morto a 83 anni Bernardo Provenzano. E’ stato uno dei boss mafiosi piu’ pericolosi e sanguinari di Cosa Nostra. Autore di decine di omicidi, latitante per 43 anni, figlioccio di Luciano Liggio e compare di Toto’ Riina. Catturato nel 2006 in un casolare, ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita in carcere, alle prese con una malattia che gli ha tolto la capacità di ragionare e la lucidità. Chissa’ se i giovani e ambiziosi mafiosi che desiderano emularne le gesta riusciranno a guardare alla sua vita e a trarne delle conclusioni. Che vita ha fatto Provenzano? Carcere, sangue versato, una vita in fuga, sempre a guardarsi le spalle, con l’incubo di essere arrestato o ucciso. Una vita nell’anonimato, lontano dai propri figli, tra disagi e guerre di mafia. Luciano De Crescenzo, attore, e regista filosofo, nello straordinario monologo del film ‘Cosi parlò Bellavista’ dinnanzi a un camorrista, cosi recita e le sue parole potrebbero essere destinate a Bernardo Provenzano ‘…Perché penso io: Gesù sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però vi ammazzate tra di voi, poi anche quando non vi ammazzate tra di voi, ci sono le vendette trasversali, vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli… Ma vi siete fatti bene i conti? Vi conviene? E poi, tutto sommato, non è che fate una vita di merda?”

“La mafia cambia pelle”. Cosi’ il vice presidente del Csm, Giovanni Legnini ha risposto ai giornalisti a margine del dibattito su “Maxi Processo e Cosa Nostra” svoltosi a Manfredonia. “Mira a nuovi business, utilizza lo strumento corruttivo come uno dei piu’ efficaci dal suo punto di vista e dei piu’ pericolosi per la tenuta delle istituzioni pubbliche, per perseguire i propri interessi – ha aggiunto – e quindi, contrasto alla criminalita’ organizzata, contrasto alla corruzione costituiscono un unico fronte di impegno della magistratura e delle forze dell’ordine”. A chi gli chiedeva se la politica fosse ancora debole nei confronti della mafia e dei fenomeni corruttivi, il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, ha risposto che “la politica deve considerare una priorita’ la lotta alla criminalita’ organizzata e a tutte le mafie. Questo e’ quello che penso, questo e’ quello che spero che possano sempre di piu’ pensare i cittadini italiani, i cittadini del Mezzogiorno, reagendo ad ogni forma di inquinamento dei rapporti sociali, dei rapporti economici e dei rapporti politici”.

Mafia: undici arresti a Milano, “Favoriti clan per Expo. Undici persone, tra cui un avvocato, sono state arrestate nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Milano con al centro reati tributari, riciclaggio e associazione per delinquere con l’aggravante della finalità mafiosa. Al centro dell’inchiesta c’è il consorzio di cooperative Dominus Scarl specializzato nell’allestimento di stand, il quale ha lavorato per la Fiera di Milano dalla quale ha ricevuto in subappalto l’incarico di realizzare alcuni padiglioni per Expo tra cui quello della Francia e e Guinea equatoriale. Secondo le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Sara Ombra, le società del consorzio erano intestate a prestanome di Giuseppe Nastasi il principale indagato, arrestato con il suo collaboratore Liborio Pace e l’avvocato del Foro di Caltanissetta, Danilo Tipo, ex presidente della Camera penale della città siciliana. Le società coinvolte ricorrevano a un sistema di fatture false per creare fondi neri. Il denaro era poi riciclato in Sicilia dove gli indagati avevano legami con la famiglia di Cosa Nostra dei Pietraperzia. Il Gico della Guardia di Finanza sta effettuando un sequestro preventivo per circa cinque milioni di euro.

Il presidente dell Regione siciliana Rosario Crocetta é molto chiaro sulla genesi degli incendi che a poca distanza l’uno dall’altro e in alcuni casi, in contemporanea, hanno flagellato la Sicilia. C’è un attacco politico mafioso dietro questi incendi, l’obiettivo non sono solo i boschi e la speculazione edilizia “C’è stata un’aggressione sul territorio con 800 focolai in contemporanea. E’ un disegno preciso politico, affaristico, criminale della mafia ma anche un attacco a un governo, che combatte la mafia”. Sono due le misure speciali che il governo regionale intende mettere in campo: favorire la riforestazione vietando i pascoli per 5 anni nelle aree incendiate e un disegno di legge per elevare a 20 anni il divieto di edificabilità nelle aree boschive colpite dai roghi. In due giorni in Sicilia è andata in fumo macchia mediterranea e boschiva più vasta rispetto a quella distrutta dagli incendi in un intero anno nel 2013 e da giugno e ottobre del 2015. Nelle quarantotto ore di fuoco, in cui è bruciata mezza Sicilia, sono divampati contemporaneamente 800 roghi e incendiati 5.626 ettari di terra (di cui 3.747 non boschiva). A tracciare un primo drammatico bilancio è la Regione siciliana, che stima danni per 30 milioni di euro (per il solo rimboschimento) e annuncia misure eccezionali anche per la prevenzione degli incendi.

In una democrazia liberale, il diritto di manifestare il proprio pensiero e la relativa libertà di parola – strumento per farlo – non possono essere negati a nessuno, salvo i casi espressamente previsti dalla legge. Questo vale anche per Salvo Riina – figlio di uno dei boss più spregevoli e crudeli della mafia, il cosiddetto capo dei capi, Totò – e mafioso egli stesso. Le polemiche per l’intervista che ha rilasciato a Bruno Vespa in una trasmissione Rai non si sono ancora placate, come quelle sul libro che ha scritto (“Riina family life”, Riina, vita di famiglia. Edizioni Anordest’) e che ha presentato in televisione. In quell’occasione, Salvo junior, in modo abietto, non ha proferito alcuna parola di condanna nei confronti della mafia e delle sue vittime, della morte e del dolore che, in tanti anni, il padre ha seminato. E questo ci aiuta a capire chi abbiamo di fronte, e a prendere le necessarie contromisure, ma ritengo che ‘giornalismo’ sia poter intervistare chiunque, senza censure o limiti: é la libertà di stampa, garanzia insostituibile dei diritti di ognuno di noi e presupposto indispensabile di ogni vera democrazia. Cosi come credo che sia un oltraggio alla cultura e al pluralismo la scelta operata da alcune librerie di non vendere il libro del giovane mafioso, pur capendo il disagio di chi ha assunto questa posizione. Né lo Stato né la Cultura possono scendere allo stesso livello dei delinquenti, e questo vale non solo nella garanzia dello Stato di diritto, e nel sistema delle sanzioni previste per chi commette dei reati, ma anche nel mantenimento dei diritti di cui possono godere tutti i cittadini, anche quelli con precedenti penali e una detenzione alle spalle. In una vera democrazia, anche il figlio di un boss può essere intervistato o presentare un libro! Desta stupore e non può essere condivisa, in tale prospettiva, la battaglia annunciata da Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, assassinato in via D’Amelio: ‘Se il 18 giugno dovesse essere permesso a Salvo Riina di presentare il suo libro sarò a Palermo per impedire questa ulteriore offesa alla memoria di mio fratello e dei ragazzi massacrati insieme a lui. Niente e nessuno mi potrà impedire di farlo. Ho 74 anni, ho vissuto già 22 anni più di mio fratello, sono pronto a qualsiasi cosa». Nessuno ci può dire quali libri si possono leggere o meno, nessuno può impedire una manifestazione legittimamente autorizzata. (Montesquieu ‘…la libertà è infatti il diritto di fare ciò che le leggi permettono’).

In un mondo sempre più virtuale, il valore della coerenza assume una importanza maggiore. Questo giornale online vede la luce all’indomani di un anniversario, quello della morte di Giovanni Falcone, un eroe che ha fatto di tutto per non sembrarlo, in vita, e che non ha potuto evitare di diventarlo, per il modo in cui è morto e per l’intelligenzamaschere 1 profusa nel contrastare la criminalità organizzata. Chi era Giovanni Falcone? Una persona autentica e coerente. Un uomo onesto che credeva nel rispetto delle leggi, un magistrato servitore dello Stato. Io lo ricordo in una sua immagine precisa: il suo sorriso sornione, con cui sottolineava le ipocrisie delle tante maschere che lo attorniavano per rubargli un po’ di luce. Falcone per me era uno che lottava contro le maschere della mafia e dell’antimafia fasulla. Una persona coerente: in lui non vi era alcuno scarto tra il pensiero e l’azione. E, quando ciò accade, la forza di un uomo diviene incontenibile. Il vero nemico delle maschere e’ la coerenza, l’apparire ciò che si é, il dire ciò che si pensa, il comportarsi secondo i propri valori. Tutto il resto é miseria.