Renzo Arbore

Una trasmissione volutamente patriottica, allestita negli anni dell’”antistato”: è “Telepatria International ovvero niente paura siamo italiani”, firmata da Renzo Arbore e andata in onda nel 1981 sulla Rete 2. Un programma in tre puntate di cui Rai Cultura propone una selezione dei momenti migliori sabato 24 giugno alle 13.00 su Rai Storia, per festeggiare l’ottantesimo compleanno di Renzo Arbore.
Tra i protagonisti della trasmissione anche Roberto Benigni nei panni di Dante Alighieri e Paolo Villaggio in quelli di Giuseppe Garibaldi.

“Alda Merini disse di lei che era piena di grazia, una grazia che l’ha accompagnata tutta la vita”, lo ha detto Renzo Arbore, ricordando Mariangela Melato. Arbore lancia un appello: “Intestiamo il Teatro Valle a Mariangela Melato. E’ il luogo del suo ultimo lavoro, ‘Il dolore’, un’ora e mezza di monologo e un’ora e mezza di camerino dove riceveva gli ammiratori. Fu anche l’ultima rappresentazione del Valle prima che venisse occupato”. All’attrice poliedrica di teatro, cinema e tv, scomparsa nel 2013 a 71 anni, Rai Storia dedicherà ‘Mariangela!’, tre puntate che racconteranno l’artista tra viaggio, cinema e vita quotidiana. La prima puntata andrà in onda mercoledì 10 maggio alle 21.10. A raccontare la Melato, saranno le persone che le sono state più vicine, come Renzo Arbore, Lella Costa, Pupi Avati, Michele Placido, la sorella Anna e altri colleghi e amici.

Renzo Arbore rivela che “Le chiamavano Jazz Band” e’ “ancora una volta un’altra televisione, una tv artigianale. E’ fatta in casa nel vero senso della parola perche’ l’abbiamo fatta a casa mia”. In questa prima serata (Rai Storia, martedi’ 20 dicembre) lui e Pupi Avati racconteranno (supportati da prezioso materiale di repertorio tra cui i film di Avati) l’eta’ dell’oro del jazz nel nostro Paese, seduti sul divano di casa Arbore: “Le origini italiane del jazz sono fortissime – spiega Arbore – Il primo disco jazz al mondo e’ stato fatto da un siciliano: Nick La Rocca di Salaparuta. E il jazz italiano e’ una delle eccellenze italiane, al pari della moda e del design”. “Io sono un jazzista fallito – scherza Avati, con l’ironia che lo contraddistingue – Ancora oggi, dopo 48-49 film, ammetto senza vergogna che il mio sogno sarebbe stato quello di diventare un grande jazzista. Nel mio studio, accanto al computer e a tutto quello che mi serve per scrivere, c’e’ sempre il clarinetto montato, pronto per una chiamata non saprei di chi, forse del Padreterno. Ma il jazz non mi ha voluto, la musica non mi vuole bene. E il cinema e’ stato un rimedio, una rassegnazione”. Per celebrare il suo amore per il jazz, il regista ha anche comprato la casa di Bix Beiderbecke, celebre jazzista statunitense: “Mantenerla e’ un impegno economico e psicologico, c’e’ una persona che tutti i giorni va ad aprirla per i visitatori ma e’ l’orgoglio della mia vita. Per me e’ motivo d’orgoglio essere diventato padrone di casa di Bix”. A proposito del “fallimento” di Avati come jazzista, Arbore rivela sorridendo: “E’ fallito perche’ e’ arrivato Lucio Dalla che suonava molto meglio di lui. Avrebbe voluto ammazzarlo! Voleva buttarlo giu’ dalla Sagrada Familia durante un viaggio a Barcellona”. Ad accompagnare i due nel loro racconto, firmato da Fabrizio Corallo, ci sara’ Gege’ Telesforo. Il direttore di Rai Storia Silvia Calandrelli ringrazia Renzo Arbore che, dice, “ogni anno racconta qualcosa per noi gratuitamente”. “Posso farlo perche’ ci sono altri programmi che mi pagano” risponde, con una risata, lo showman che sara’ anche il protagonista di altri due racconti nei due martedi’ successivi: “Quando la radio…” e “Napoli Signora”, stesso canale stessa ora.

 

Lo showman pugliese lancia la sua idea ‘ne ho parlato con Franceschini: “La canzone italiana deve essere adottata e divulgata nelle scuole”. Arbore ne parla con i giornalisti a margine del concerto della sua Orchestra Italiana a Campobasso. “Credo sia importante rivendicare che la cultura cosiddetta media, come la canzone popolare napoletana e la canzone d’autore, é invece cultura alta. Le nostre istituzioni non hanno ancora capito che i versi di Salvatore Di Giacomo, di Libero Bovio e di tanti altri, sono una cultura che rimarra’, come pure la canzone italiana”. “Sto facendo una piccola battaglia, e spero che il ministro Franceschini mi dia retta. Ha gia’ approvato questa cosa a parole, perche’ la canzone italiana venga finalmente adottata anche dalle scuole, venga tradotta in inglese e venga divulgata. La canzone italiana del Novecento – prosegue – da ‘Signorinella’ fino a Simone Cristicchi, Daniele Silvestri, e Vinicio Capossela, passando per Dalla, Endrigo, Battisti, ha scritto pagine di cultura straordinarie. Sono pagine piu’ forti di quelle che hanno scritto i francesi, perche’ loro hanno cento canzoni meravigliose, ma poi si sono fermati. Quindi la nostra canzone andrebbe divulgata dalle istituzioni, dovrebbe essere interesse dell’Italia promuovere l’immagine del Paese attraverso la canzone. Speriamo che questa cosa venga raccolta”.