Usa

La Corea del Sud afferma che un sottomarino statunitense a reazione nucleare è arrivato nel porto meridionale di Busan, ma non si prevede che parteciperà alle esercitazioni navali congiunte di Washington e Seul. Un funzionario della Marina sudcoreana ha detto oggi che lo Uss Michigan sta facendo una sosta di routine per far riposare il suo equipaggio e fare rifornimenti. Il sottomarino è arrivato lo stesso giorno in cui la Corea del Nord celebra l’anniversario della fondazione del suo esercito. Pyongyang marca spesso date significative con dimostrazioni di capacità militari e i funzionari sudcoreani ritengono il Nord possa prepararsi a un altro ciclo di test nucleari o missilistici Usa.Corea del Sud e Giappone hanno concordato sulla necessità di “massimizzare la pressione” su Pyongyang per prevenire ulteriori provocazioni, nell’ambito delle ipotesi di un nuovo test nucleare o di un lancio di missile nel giorno dell’85/mo anniversario della fondazione delle Forze armate (Kpa). Lo ha annunciato Kim Hong-kyun, inviato speciale sudcoreano sulle vicende del Nord, dopo l’incontro avuto a Tokyo con le altre due controparti. Alla Cina, in quest’ambito, viene dato molto peso e capacità di manovra. Gli Usa non escludono un raid contro la Corea del Nord se Pyongyang effettuerà un altro test nucleare: l’avvertimento arriva dall’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, alla vigilia della festa del 25 aprile per gli 85 anni della fondazione della Korean People’s Army (Kpa), indicata come data del possibile sesto test nucleare nordcoreano. Ma ci sarà una risposta americana, ha aggiunto la Haley, anche nel caso del lancio di un missile balistico intercontinentale o di un attacco a un bersaglio americano, ad esempio una base o una nave americana. Come la portaerei che si sta avvicinando, la Uss Carl Vinson, con cui il Giappone e la Corea del Sud hanno annunciato manovre navali congiunte e che nei giorni scorsi Pyongyang ha minacciato di affondare con un colpo solo. Anche il Pentagono ha lanciato il suo monito, chiedendo alla Corea del Nord di “astenersi da azioni provocatorie e da una retorica destabilizzante”. Il regime di Pyongyang “deve fare la scelta di rispettare i suoi obblighi internazionali e di tornare a partecipare a seri negoziati”, ha spiegato il portavoce Gary Ross

Tensioni alle stelle e minacce non accennano a placarsi tra Usa e Corea del Nord che avverte l’America che è pronta a “cancellarla dalla faccia della Terra”, accusandola di pianificare un attacco con armi chimiche contro il Paese. Il monito è contenuto in un documento pubblicato ieri sul Rodong Sinmun, il quotidiano ufficiale del Partito dei Lavoratori, in cui Pyongyang afferma che Washington vuole “infliggere sulla nazione coreana un orribile disastro senza precedenti”. Nel documento, intitolato ‘Piano di guerra biochimica contro la nazione coreana sotto attacco’, il regime sostiene che le forze americane stazionate in Corea del Sud di recente hanno portato nel porto di Busan “attrezzature per cercare di portare avanti il Piano Giove (Jupiter Plan), uno scenario (che prevede) una guerra biochimica contro il nord”. Tuttavia, prosegue il documento, la Corea del Nord “non sarà mai uno spettatore inerte alle mosse degli Usa volte a provocare una guerra biochimica ma concluderà lo stallo con gli Usa, l’impero dei mali, cancellandoli dalla faccia della Terra”

“Non si stratta solo di confermare l’ancoraggio storico della nostra politica estera, ma di coltivare i nostri interessi nazionali nel rapporto con gli Stati Uniti e investendo quelli che sono i nostri principi e valori ai quali noi teniamo molto e che sosteniamo a testa alta”. Lo dice il premier Paolo Gentiloni, a Washington, a margine del Center for Strategic and International Studies. “I nostri rapporti con gli Stati Uniti sono storici- sottolinea- ci cui teniamo molto perche’ sono stati sempre il pilastro della nostra politica estera. E’ importante che si capisca che questi rapporti storici fanno parte dei nostri interessi, e’ interesse dell’Italia coltivare questa relazione perche’ e’ fondamentale per gestire le crisi che abbiamo davanti nel Mediterraneo, per stabilizzare la Libia, combattere il terrorismo”, conclude.

“Le azioni militari hanno senso solo se condotte nell’ambito di una strategia piu’ ampia, ma non sembra che questa esista. L’impressione e’ di caos a Washington. Il segretario di Stato Rex Tillerson sembra avere tre diverse politiche estere, l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley ha la quarta, poi c’e’ la politica estera di Jared Kushner, il genero di Trump, quella di Ivanka, la figlia, quella dei generali Mattis alla Difesa e McMaster (consigliere per la sicurezza nazionale). E infine c’e’ Trump”. Lo afferma al Corriere della Sera, Paul Berman, scrittore e politologo americano. “L’appoggio dei democratici – spiega – non e’ profondo, piu’ che altro sono sollevati perche’ Trump si e’ allontanato dalle precedenti posizioni estreme di isolazionismo. L’alienazione dell’estrema destra e’ un’ottima cosa. Ma ora la domanda e’ se Trump e la sua piccola cerchia stiano cominciando a guardare seriamente il mondo anziche’ fare demagogia, a rivalutare davvero la Nato, a capire che la civilta’ ha dei nemici e l’America ha delle responsabilita’ e in alcune circostanze deve intervenire. Siamo di fronte a un momento di crescita intellettuale rispetto ad “America First” (l’America prima di tutto)? Sono scettico, ma gli esseri umani hanno bisogno di sperare”. “Una vera politica per fermare la Nord Corea – spiega Berman – richiederebbe l’azione congiunta di Stati Uniti, Cina, Giappone e Russia, ma non c’e’ ragione di credere che questo sia in discussione. Non credo che Trump sia nella posizione di fare pressione sulla Cina. Fino alla scorsa settimana accusava Pechino di manipolare i cambi. Prima ha teso la mano a Taiwan, poi l’ha ritirata. Pare sia stato colpito da un discorso di dieci minuti del presidente cinese Xi sulle complessita’ della Nord Corea. Trump non ha una politica, non sa cosa pensa, e cambia idea. E in questa confusione, manda una flottiglia. Le dimostrazioni spettacolari di forza senza logica politica sono deboli. Vale per il raid in Siria o la bomba contro l’Isis in Afghanistan”.

La Corea del Nord ha definito una “mossa sconsiderata” la decisione degli Usa di inviare una portaerei e la sua flotta nelle acque della penisola coreana e si dice “pronta alla guerra”. Secondo Pyongyang con l’invio della portaerei, gli Stati Uniti hanno messo in atto una strategia per “invadere” la Nordcorea che ha “raggiunto una fase pericolosa”, ha spiegato un portavoce del ministero degli Esteri nordcoreano secondo l’agenzia statale KCNA. Pyongyang “è pronta a reagire in qualsiasi modalità di conflitto scelta dagli Usa”.

“L’Europa non e’ particolarmente spaventata” rispetto alla politica di protezionismo annunciato da Trump per alcune produzione europee, “anzi credo che questo vada vista come una opportunita’. Se negli Stati Uniti il presidente Trump decide di scegliere la strada del protezionismo questo non fermera’ certo tutta la produzione agroalimentare che e’ molto richiesta nel mondo”. Lo ha detto il commissario europeo all’agricoltura Philip Hogan, parlando con i giornalisti, oggi a margine di un incontro con il governatore della Toscana Enrico Rossi. “Gli Stati Uniti faranno quello che vogliono e quello che credono – ha aggiunto -, cio’ non toglie che in giro per il mondo ci sono moltissimi mercati, specialmente quello del Medio Oriente, dove c’e’ un ceto medio con buona disponibilita’ finanziaria, in costante aumento che ovviamente sara’ piu’ disponibile ad acquistare i prodotti di alta gamma, proveniente dall’Europa”. Quindi, ha concluso il commissario europeo, “io vedo un’opportunita’ per l’Europa sia in termini di vendite, di esportazioni del settore”.

Sdegno, stupore, approvazione. Così i principali leader del mondo reagiscono alla notizia dell’attacco missilistico americano in Siria sulla base aerea di Shayrat, nella provincia di Homs, da dove, secondo l’intelligence Usa, sarebbero partiti i raid con le armi chimiche che hanno ucciso decine di civili nella provincia di Idlib. Il raid americano e’ scattato alle 20:40 ora statunitense, in Siria le 04:40, le 03:40 in Italia. “Bambini bellissimi, uccisi brutalmente. Nessun bambino dovrebbe soffrire un simile orrore”. Con queste parole il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato il raid americano lanciato con 59 missili. Il Cremlino parla di “aggressione contro uno Stato sovrano, in violazione del diritto internazionale e con un pretesto inventato”. Per Mosca questa “aggressione porterà “danni considerevoli” alle relazioni tra Russia e Stati Uniti”. La Russia ha anche chiesto l’immediata riunione del Consiglio di sicurezza Onu. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini,
“ha ricevuto nella notte, tra le altre, la chiamata del presidente del consiglio Paolo Gentiloni ed è in contatto con Usa e Onu”, hanno detto fonti di Bruxelles. Alle Nazioni Unite, prima dell’azione militare decisa da Trump si cercava una risoluzione sull’attacco chimico di martedì, poi è arrivata la notizia dei missili Usa sulla Siria. La decisione degli Usa ha ricevuto il plauso di Gran Bretagna, Turchia, Israele, e Arabia Saudita. Il ministro della Difesa siriano, Fahd Yasem al Freich, ha detto che l’azione decisa da Trump mette gli Stati Uniti sullo stesso piano dei terroristi dell’Isis. Sostegno del governo polacco al raid americano, secondo quanto riferisce il portavoce del governo di Varsavia, Rafal Bochenek (immagine @CorriereWeb)

Tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Lo scrive l’opinionista Yaroslav Trofimov sul “Wall Street Journal”. Istanbul si aspettava che l’elezione di Trump avrebbe consentito una luna di miele tra i due paesi; Washington e Ankara, invece, paiono a un passo dal divorzio, scrive la stampa Usa. Per il momento, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, “si e’ morso la lingua” ed ha evitato di rivolgere al presidente Usa, Donald Trump, gli stessi feroci attacchi riservati a diversi leader europei. La Casa Bianca ha fatto lo stesso, mantenendo un silenzio eloquente in merito agli affari turchi. Il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, si e’ recato in Turchia proprio ieri, nel tentativo di consolidare un legame che ha definito “vitale”. Eppure, su una molteplicita’ di questioni di vitale importanza i due paesi sono arroccati su posizioni inconciliabili, e la possibilita’ di uno scontro dalle conseguenze imponderabili appare tutt’altro che remota. In cima ai fattori di tensione figura ovviamente il rifiuto di Washington di espellere il predicatore islamico Fethullah Gulen, nemesi politica di Erdogan cui questi ha imputato il colpo di Stato fallito della scorsa estate. Ancor piu’ importante, sul piano geopolitico, e’ il sostegno degli Stati Uniti a curdi siriani, contro cui Ankara ha scatenato invece un’offensiva militare. Lo scorso anno, ricorda l’opinionista, Trump aveva elogiato Erdogan per aver sventato il colpo di Stato ai suoi danni; il presidente turco ha ricambiato negli ultimi mesi, evitando di scagliarsi pubblicamente contro il bando temporaneo opposto dalla Casa bianca agli ingressi da sette paesi a maggioranza musulmana. Ora, pero’, “e’ emersa una dinamica inedita”: l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Michael Flynn, costretto a dimettersi per le sue conversazioni con l’ambasciatore russo a Washington, ha ricevuto alcune decine di migliaia di dollari da enti ed aziende turche per alcune attivita’ di lobbying prima della campagna presidenziale dello scorso anno. Le attivita’ e i compensi, regolarmente dichiarati, sono emersi pero’ soltanto nelle ultime settimane; e lunedi’, un banchiere turco e’ stato arrestato a New York nell’ambito di indagini sulle violazioni delle sanzioni all’Iran.

Gli Usa “condannano fermamente gli arresti di centinaia di manifestanti pacifici in Russia”, tra cui il blogger anti Putin Alexiei Navalny, e “chiedono al governo russo di rimetterli subito in libertà”. Lo afferma in una nota Mark Toner, portavoce del dipartimento di stato Usa, sostenendo che “fermare dei manifestanti pacifici, degli osservatori dei diritti dell’uomo e dei giornalisti è un affronto ai valori democratici fondamentali”. Alexei Navalny è stato fermato dalla polizia nel corso della manifestazione anticorruzione: è stato caricato su un pulmino della polizia e la folla ha assaltato il pulmino urlando “fascisti, liberatelo”. Per minimizzare la reazione da parte delle autorità – il Cremlino ha definito la manifestazione una “provocazione illegale” – Navalny aveva chiesto di raggiungere la via “alla spicciolata” e poi incamminarsi sui marciapiedi “in senso antiorario”. Ma non c’è solo Mosca. Il blogger ha infatti indetto manifestazioni in “100 città della Russia” per protestare contro la corruzione. A Vladivostok – 9 ore avanti rispetto alla capitale – si sono segnalati disordini e su Twitter è comparso un video dove si vedono i manifestanti assiepati intorno a una stazione di polizia per ottenere il rilascio di uno dei partecipanti. Secondo quanto riferisce una fonte della polizia alla Tass, “più di 500 persone” sono state fermate durante la manifestazione non autorizzata organizzata da Alexei Navalni a Mosca. “Molte persone si trovano sugli autobus che si stanno dirigendo verso le stazioni di polizia”, ha detto la fonte secondo cui la maggior parte “verrà liberata” dopo la contestazione “di violazione amministrativa”.

Il divieto di tablet e laptop in cabina per i voli diretti negli Stati Uniti e provenienti da dieci aeroporti di otto paesi a maggioranza musulmana sarebbe stato deciso perché Al Qaida avrebbe perfezionato tecniche per nascondere esplosivo nelle batterie dei dispositivi elettronici. Lo riporta la Cnn citando alcune fonti, secondo le quali le informazioni di intelligence ottenute ”indicano che i gruppi terroristici continuano ad avere nel mirino l’aviazione commerciale” e che il bando non e’ una ”mossa politica”. Dopo gli Stati Uniti anche la Gran Bretagna introduce il divieto di portare in cabina laptop. Il bando, secondo i media, riguarda i voli diretti verso il Regno Unito in arrivo da sei Paesi: Turchia, Libano, Giordania, Egitto, Tunisia e Arabia Saudita. Anche il Canada starebbe valutando la possibilità di introdurre restrizioni simili. “Stiamo valutando le informazioni che ci sono state fornite”, ha detto a riguardo il ministro canadese dei Trasporti Marc Garneau, pur specificando che al momento “non ci sono ancora tempi precisi. Ma stiamo lavorando speditamente”. La decisione di vietare pc e iPad in cabina sui voli per gli Usa provenienti da una decina di paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente e’ “necessaria e proporzionata alle minacce” date le informazioni di intelligence a disposizione. Lo ha sottolineato il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer rispondendo a domande dei giornalisti, senza tuttavia entrare in dettagli. “Un passo appropriato date le informazioni di intelligence”, ha detto Sipcer. Riguardano 14 compagnie aeree le restrizioni introdotte dagli Stati Uniti prima e poi anche da Londra che vietano pc e iPad in cabina sui voli provenienti da alcuni paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, di queste sei di base sia negli Usa sia nel Regno Unito, stando a quanto riferisce la Cnn. Si tratta quindi di British Airways, EasyJet, Jet2.com, Monarch, Thomas Cook, Thomson, Turkish Airlines, Pegasus Airways, Atlas-Global Airlines, Middle East Airlines, Egyptair, Royal Jordanian, Tunis Air e Saudia. Ci sono inoltre alcune differenze sull’applicazione del divieto da parte delle autorita’ di Washington e Londra, per esempio riguardano diversi ‘punti di partenza’: per i voli diretti con destinazione Regno Unito il provvedimento interessa quelli provenienti da Turchia, Libano, Giordania, Egitto, Tunisia e Arabia Saudita. Saudi Arabia. Ma alcuni aeroporti interessati dal divieto americano – Abu Dhabi e Dubai, Doha, Kuwait City e Casablanca – non sono interessati dalle restrizioni previste dalle autorità britanniche. Abc, minaccia Isis dietro bando a pc e tablet – Ci sarebbe la minaccia dell’Isis dietro la decisione americana di vietare pc e tablet sui voli diretti negli Stati Uniti e provenienti da dieci aeroporti di otto Paesi a maggioranza musulmana. Lo riferisce la Abc che cita fonti del governo americano secondo le quali le informazioni raccolte quest’anno dagli 007 sulla possibile presenza di esplosivi all’interno dei device sono ritenute “credibili” da Washington. Lo stesso allarme è stato riferito dalla Cnn, che ha però puntato il dito contro al Qaida.