elezioni

Venticinque premi Nobel per l’economia hanno criticato i programmi “antieuropei” “protezionisti” di alcuni candidati alle presidenziali francesi tra cui Marine le Pen, mettendo in guardia su un editoriale pubblicato su Le Monde dal rischio di “destabilizzazione” in Francia e in Europa. “Alcuni di noi sono stati citati dai candidati alle elezioni presidenziali francesi, in particolare Marine le Pen e la sua squadra, per giustificare un programma politico sulla questione dell’Europa” scrivono i 25 Nobel tra cui l’americano Robert Solow (1987), l’indiano Amartya Sen (1998) e il francese Jean Tirole (2014). Nonostante le “posizioni diverse” sull'”unione monetaria e la politiche di rilancio”, “le nostre opinioni convergono nella condanna della strumentalizzazione del pensiero economico”, aggiungono i firmatari, che ritengono la costruzione europea “fondamentale” per mantenere il progresso economico dei Paesi Ue. Tra i 25 firmatari ci sono economisti di estrazione liberale e altri più critici verso al globalizzazione e l’euro, sulla scia dell’americano Joseph Stiglitz, Nobel 2011, regolarmente citato dalla candidata del Front national. “Gli sviluppi proposti dai programmi antieuropei destabilizzerebbero la Francia e rimetterebbero in causa la collaborazione tra i Paesi europei, che garantisce oggi la stabilità economica e politica in Europa” scrivono i 25 firmatari. “Le politiche isolazioniste e protezioniste e le svalutazioni competitive, tutte a scapito di altri Paesi, sono mezzi pericolosi per generale crescita” e si rivelerebbero “di pregiudizio alla Francia e ai suoi partner commerciali”. Per quanto riguarda l’immigrazione, attaccata dalla leader del Fn, “quando sono ben integrati nel mercato del lavoro, i migranti possono essere un’opportunità economica per il Paese che li accoglie”. “Mentre l’Europa e il mondo sono davanti a prove senza precedenti, serve più solidarietà, non meno” aggiungono.

L’Fbi nel 2016 ha indagato sui rapporti tra l’allora consulente di politica estera di Trump, Carter Page, per verificare eventuali rapporti con la Russia che avrebbero potuto influenzare la campagna elettorale. E’ il Washington Post a rivelarlo. Per il Post, il Federal Bureau of Investigation ha ottenuto un mandato, il Fisa (Foreign Intelligence Surveillance Act). Dalla Corte di Sorveglianza per l’Intelligence straniera, mandato che di prassi non viene rivelato. L’autorizzazione sarebbe stata data perchè l’Fbi sosteneva che c’erano motivi per sospettare che Carter, consulente finanziario in Russia, stava lavorando per Mosca con obiettivi elettorali negli Usa. L’Fbi ha indagato anche su possibili interferenze russe nell’elezione presidenziale dello scorso novembre, interferenze poi confermate dall’intelligence Usa anche se non è stato stabilito che queste possano aver determinato l’esito delle elezioni. Page era stato nominato da Trump membro del suo team di consiglieri di politica estera a marzo 2016 e dopo poco tempo gli fu tolto l’incarico. Page ha dichiarato al Post di non avere “alcunchè da nascondere”.

“In Sicilia si sta mettendo in campo un’esperienza inquietante, non presentando a Palermo il simbolo del partito alle amministrative e facendo una lista con una forza politica che non fa nemmeno parte del centrosinistra”. Lo ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando, questa mattina a Siracusa, nel corso di un incontro organizzato in vista del voto per le primarie del Partito democratico in programma il 30 aprile. Nel capoluogo siciliano la lista Democratici e popolari, formata da Pd, Centristi per l’Europa e Alternativa popolare, sostiene la ricandidatura di Leoluca Orlando. “A Palermo – ha aggiunto il ministro – ci troviamo davanti a un episodio di trasformismo politico che rischia di allontanare tantissimi militanti ed elettori del centrosinistra”.

“Mi candido a Presidente della Regione siciliana”. Ecco l’ultima provocazione del critico d’arte Vittorio Sgarbi. Ad annunciarlo lo stesso Sgarbi intervenendo alla trasmissione ‘Casa Minutella’ su Trm. “L’ho deciso stanotte – spiega – e ho già molte idee per la Regione”. Occhi puntati sui musei, sulle pale eoliche che, come ha annunciato vuole “distruggere”, ma anche sul turismo. “Ho molte idee – dice Sgarbi – e penso che i siciliani mi voteranno”.

Urne aperte da questa mattina in Serbia per eleggere il nuovo presidente. L’attuale primo ministro, Aleksandar Vucic, è il favorito. La consultazione misurerà la popolarità del leader più influente del Paese negli ultimi cinquant’anni. Ma il test non è solo interno, visto che il Paese sta negoziando per entrare nell’Unione europea. La popolarità dell’europeista e riformista Vucic, premier dal 2014, secondo i sondaggi non è calata nonostante le misure di austerità imposte per tentare di sanare l’economia: potrebbe vincere già al primo turno, ottenendo più del 50% delle preferenze. Una vittoria che lo confermerebbe come il politico più potente del Paese, rispettato a livello internazionale dai leader europei, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, e dal presidente russo Vladimir Putin. Se nessuno dei candidati otterrà la maggioranza assoluta, invece, il ballottaggio sarà il 16 aprile.Vucic è il candidato del Partito progressista serbo, movimento conservatore al governo di cui è leader, ma ha ricevuto il sostegno di altri partiti, come quello socialista. Questo perché l’elezione del 47enne eviterebbe le divisioni che potrebbero invece nascere dalla compresenza al potere di un capo di Stato e di un capo di governo di segno diverso, oltre al fatto che si manterrebbe la spinta riformista che ha contraddistinto il Paese negli ultimi anni. L’opposizione, tuttavia, lo accusa di essere autoritario e minare la separazione fra i poteri. L’attuale premier, se diventasse presidente, dovrebbe nominare il suo successore a capo del governo e, come leader del Sns, avrebbe anche l’ultima parola sulle politiche dell’esecutivo. I critici temono che scelga un premier ‘burattino’, per concentrare nelle sue mani il potere. In politica estera, Vucic si è anche fatto notare per non aver aderito alle sanzioni dell’Ue nei confronti della Russia, decisione derivata dall’apertura verso Mosca.Se vincesse, Vucic succederebbe con il mandato di cinque anni a Tomislav Nikolic, suo alleato con cui nel 2008 fondò il partito Sns dopo aver chiuso con il suo passato ultranazionalista e aver rivolto lo sguardo all’Unione europea. E’ stato proprio il governo da lui guidato nel 2015 ad aprire i negoziati per l’ingresso nell’Ue, con l’ambizione di concluderli nel 2020 ed entrare poco dopo nel blocco comunitario. “Arriva il tempo per il rinnovamento, la reindustrializzazione, per una nuova vita in Serbia”, ha promesso in campagna elettorale.La Serbia, dice Vucic, ha bisogno di stabilità per svilupparsi, quindi serve maggior collaborazione nei Balcani, dove le tensioni e le spinte nazionaliste sono costanti dopo le guerre legate alla disgregazione della Jugoslavia negli anni ’90. “Vogliamo guardare al futuro”, dice, nonostante non manchi lo scetticismo sul suo passato ultranazionalista, di cui si è pentito pubblicamente. In gioventù fece infatti parte della formazione ultranazionalista di Vojislav Seselj e in seguito lavorò in politica a fianco di Slobodan Milosevic (morto mentre veniva processato per crimini di guerra), fino alla fondazione del partito Sns. “C’è un proverbio in Serbia: solo gli asini non cambiano mai”, dichiarò Vucic al Guardian.Gli sfidanti di Vucic, che secondo un sondaggio CeSid otterrà il 53%, sono dieci. L’ex ministro degli Esteri Vuk Jeremic ed ex presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni unite ha il 14% dell’appoggio popolare, mentre l’ex difensore civico fortemente critico nei confronti del premier, Sasa Jankovic, ha il 12%. Entrambi centristi, sono candidati indipendenti. In corsa anche l’ultranazionalista Seselj, assolto un anno fa dall’accusa di crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. Potrebbe arrivare al 10% delle preferenze. Il suo Partito radicale serbo è rientrato in Parlamento nel 2016 dopo tre anni di assenza, è contrario all’ingresso nell’Ue e vorrebbe legami più stretti con la Russia e con i partiti nazionalisti europei.Una sorpresa potrebbe invece arrivare da Luka Maksimovic, volto nuovo della politica ed espressione di una piattaforma civica. Il comico 25enne noto come ‘Beli’, dai capelli lunghi e vestito di bianco, si è attirato molte simpatie con la sua costante ‘missione’ di criticare e ridicolizzare il sistema politico, sebbene sia largamente criticato per non avere un programma politico. Secondo i sondaggi, potrebbe raggiungere l’11%.

“Le elezioni francesi del 7 maggio saranno un momento decisivo perché per la prima volta nelle mani di un solo paese c’è il futuro dell’intera Europa”. Così Enrico Letta che intervenendo ad un’incontro sul futuro della Ue nell’ambito di Biennale Democrazia, sottolineando che in termini di peso politico ed economico “la Francia non è l’Ungheria”, ha aggiunto: “nel Consiglio europeo si può accettare di avere Orban ma non è pensabile che vi sia Marine Le Pen: con lei l’Europa sarebbe a rischio”. Quanto alle elezioni tedesche del prossimo settembre, Letta ha rilevato che “per la prima volta nella storia della Germania entrambi i candidati principali sono molto filo europei. Questo significa che se anche in Francia vincesse l’europeista Emmanuele Macron si creerebbe una forte iniziativa franco tedesca molto positiva per l’Europa a cui sia l’Italia, sia la Spagna devono rispondere positivamente altrimenti il rischio è di un asse franco tedesco senza riequilibrio verso il Mediterraneo”. “La mia sensazione, però è che la politica italiana si stia guardando troppo il proprio ombelico anziché cogliere la grande opportunità che abbiamo davanti”, ha concluso.

Giornata di voto per le elezioni politiche anticipate in Bulgaria, il risultato si prevede incerto con i socialisti (Psb) guidati da Kornelia Ninova dalle spiccate simpatie pro-russe, che sfidano il Gerb del premier uscente di centrodestra, Boiko Borissov. Gli exit poll saranno diffusi subito dopo la chiusura dei seggi alle 20 (le 19 in Italia). Gli ultimi sondaggi danno un testa a testa tra le due forze politiche, entrambe stimate intorno al 30% dei consensi. Se le previsioni saranno confermate si prospetta la costituzione di un governo di coalizione. I socialisti, eredi dei comunisti che governavano il paese – oggi inserito nella Ue – ai tempi della Cortina di ferro, cercano di capitalizzare il successo ottenuto nelle recenti elezioni presidenziali del novembre scorso, che hanno visto la vittoria del loro candidato, Roumen Radev. Il sistema elettorale e’ proporzionale con sbarramento al 4%. In terza posizione viene data la coalizione nazionalista Patrioti uniti, mentre sono due le formazioni della minoranza musulmana essenzialmente turcofona: il tradizionale MDL, contrario alla linea politica di Erdogan, e il nuovo Dost, direttamente legato ad Ankara elemento che ha provocato forti polemiche, con accuse di ingerenza e tensioni bulgaro-turche. In campo anche un altro nuovo partito il Volya, guidato dal magnate Vesselin Marechki.

“Se vinco l’Europa sparirà”. Così il ‘Messaggero’ intitola oggi l’intervista a Geert Wilders, leader populista olandese anti Islam. “L’Europa non è riformabile. E’ una unione politica… e questo non va bene, è inaccettabile”, sostiene il leader del partito della Libertà, secondo il quale “l’Europa non serve per garantire la pace. A garantire la pace ci pensa la Nato”. “Non abbiamo bisogno dell’Unione Europea – incalza il leader populista- non ci porta la pace, non ci porta niente, ci toglie soltanto la nostra sovranità. E noi la nostra sovranità la vogliamo indietro”. “L’Euro, come pure l’Unione Europea, sono come alla fine dell’Impero romano. La fine è già cominciata, tra pochi anni non esiteranno più”, aggiunge Wilders. Il suo partito Pvv potrebbe diventare una delle prime forze politiche dell’Olanda alle elezioni di mercoledì, in uno scenario di un parlamento frammentato. Le altre forze politiche hanno escluso ogni collaborazione con Wilders.

“Ho dato mandato ai legali del Partito democratico di Palermo di sporgere una querela per diffamazione contro il ‘presunto’ simpatizzante del Movimento 5 Stelle che commentando il mio ultimo post su Facebook ha definito ripetutamente il Pd ‘mafia’ e ‘associazione a delinquere’. Desumo che con molta probabilita’ si tratti di un sostenitore di Grillo perche’, visitando la sua bacheca Facebook, sono numerosi i riferimenti ai contenuti di esponenti politici del M5S, ovvero nelle informazioni di base del profilo indica il Movimento 5 Stelle come suo orientamento politico”. Lo annuncia Carmelo Miceli, segretario provinciale del Pd di Palermo. “Il Pd – aggiunge l’esponente dem – non e’ un’associazione a delinquere, non siamo una ‘mafia’, e chi ha la protervia nel sostenere pubblicamente il contrario non puo’ che essere querelato. Nessuno ha alcuna immunita’ per definirci mafiosi. La mafia e’ qualcosa di opposto rispetto al Pd, lo testimoniano le nostre storie personali e professionali, lo testimonia il nostro impegno legalitario, lo testimonia la nostra azione politica volta, innanzitutto, a combattere ed estirpare il cancro mafioso dalla Sicilia. Non e’ tollerabile, ne’ accettabile che qualcuno vaneggi sulla nostra storia, azione sociale e politica”. “Siamo alla vigilia – continua Miceli – di una stagione elettorale molto impegnativa e combattuta, e sarebbe un bene se tutti abbassassimo i toni e ci impegnassimo a rispettare l’avversario politico. Ecco perche’ chiedo al Movimento 5 Stelle, e al candidato Ugo Forello in particolare, di prendere le distanze dalle ‘intemperanze verbali’ del militante che ha associato la mafia al Pd”.

“Le elezioni sono previste nel 2018. Se Gentiloni vorrà votare prima lo deciderà lui”. Lo ha detto Matteo Renzi ieri a Fabio Fazio nella trasmissione “Che Tempo che fa”. Sulla scissione nel partito democratico l’ex segretario si è detto dispiaciuto “perché abbiamo fatto di tutto per evitare che chiunque se ne andasse ma abbiamo avuto l’impressione che fosse un disegno già scritto”. Per l’ex premier, un disegno “scritto, ideato e prodotto da Massimo D’Alema”. Ha aggiunto Renzi: “A D’Alema dico, non scappare, vieni, corri e vediamo chi ha più consenso e più voti”. E sulla legge elettorale: “Spero che il Parlamento faccia almeno una legge come il Mattarellum. Però io sono fuori. Ai parlamentari dico ‘tocca a voi per consentire ai cittadini di scegliere'”.