Ue

Oltre mille artisti, italiani e internazionali hanno scritto una lettera alla Commissione Ue per fermare la “discriminazione remunerativa dal caricamento dei contenuti musicali sul web. Lo scrive il Financial Times. Tra i firmatari ci sono Lady Gaga, Duran Duran, Christina Aguilera e, tra gli italiani, Zucchero, J-Ax, Antonacci, Fedez, Fiorella Mannoia, Gigi D’Alessio, Il Volo, Piero Pelù, Emma Marrone e molti altri. “Il futuro è messo in pericolo da un significativo ‘value gap’ (discriminazione remunerativa) provocata da servizi basati sul caricamento del contenuto da parte degli utenti, tipo Youtube di Google, che di fatto sottraggono valore alla comunità musicale, agli autori e agli artisti. Oggi questa situazione è una seria minaccia alla soprravvivenza dei creativi, alla diversità e alla vitalità del loro lavoro”, sostengono gli artisti, che ritengono la distribuzione dei diritti insufficiente, mentre ai canali digitali consente grossi introiti. Il dito è puntato soprattutto contro YouTube che però sostiene, tramite il portavoce, di avere accordi con le etichette e con gli editori e di generare ricavi per gli artisti.
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‘Non dobbiamo perdere la volonta’ del dialogo e della diplomazia, ma e’ giunto il momento di pensare ad una difesa comune. La strage di Istanbul e’ il peggior segnale di instabilita’ politica per il popolo turco, una ferita che giunge proprio nel mentre di una stagione di riorganizzazione esecutiva lontana dagli agguati dell’estremismo islamico. Lo dichiara l’eurodeputato del PPE, Salvatore Cicu, che interviene nella sua veste di Vice Presidente della Delegazione per le Relazioni con la Penisola Arabica. ‘Gli attentati di queste ore – commenta il parlamentare europeo- – sono un segnale di violenza che colpisce Istanbul e la sua lenta strategia di allontanamento dalle frange integraliste dell’Islam’.

Questo le parole di Federica Mogherini: “La Brexit puo’ servire da scossa per chi non avesse compreso o voluto comprendere i segnali che pure si vedevano. Per rendersi conto che l’Europa e’ necessaria e che dobbiamo farla funzionare e cambiarla”. L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e Politica di sicurezza, Federica commenta lo choc Brexit rilanciando una nuova strategia “per rafforzare l’Ue in un settore chiave, quello della politica estera, di difesa e di sicurezza. Occorrono visione condivisa e azione comune”. Perche’, sottolinea Mogherini, “dopo lo choc del voto britannico, penso sia utile mettere sul tavolo qualcosa che inietti fiducia in se stessi. Abbiamo i mezzi, la forza e la responsabilità per farlo. Anche se molto deve cambiare”. E’ pero’ necessario, secondo l’alto rappresentante europeo, che “lasciamo alle spalle l’illusione del gendarme planetario che puo’ esportare democrazia. Individuiamo terreni comuni con i nostri partner, a cominciare dai vicini nel Mediterraneo e in Africa, per cercare soluzioni comuni di reciproco vantaggio. Mettiamo a frutto il modello europeo. L’Europa e’ diventata un continente di pace quando ha capito che condividere interessi era un potentissimo strumento di pace e crescita economica. Ripartiamo da qui”.

Sono passate solo poche ore dal referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea ed è un risultato che in molti ancora non hanno digerito, per le conseguenze più o meno prevedibili che scatenerà. Ma, in modo parallelo, si è sviluppato un dibattito sulla legittimità di un giudizio espresso direttamente dal popolo piuttosto che dai suoi legittimi rappresentanti. Democrazia diretta o democrazia rappresentativa? Quando è utile la prima e quando la seconda? In quali contesti e su quali decisioni coinvolgere la base elettorale, facendovi ricorso, e scavalcando di fatto la classe politica? Alla base di questa riflessione la circostanza per la quale sembrerebbe che a decidere in favore della Brexit sarebbero stati i cittadini meno istruiti e consapevoli. Ma i voti non dovrebbero essere tutti uguali e avere tutti lo stesso valore, quello del contadino e quello del professore universitario, quello della sarta e quello della donna manager? O vogliamo far votare solo chi ha soldi e istruzione? La democrazia rappresentativa – piaccia o no – è o dovrebbe essere una emanazione di quella diretta. Più fedele sarà alla volontà popolare, più sarà democratica. A meno che non si diffidi del popolo, e allora il discorso cambia. Non sarà, infatti, che dietro questa querelle si nasconde una insofferenza nei confronti della democrazia tout court? Perché se cosi fosse non sarebbe inutile ricordare il pensiero di un signore di quelle parti, Winston Churchill ‘è stato detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezione fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora’. Chi la critica, si presenti, cortesemente, con un modello migliore.

In Italia un referendum come quello inglese sulla Brexit non e’ ammesso dalla Costituzione. Ma, se fosse indetto, il 68% voterebbe a favore della permanenza dell’Italia nell’Unione Europea. Per l’uscita si esprimerebbe, secondo un sondaggio Ixe’ per Agora’ (Raitre), solo il 27%. Alla domanda: Brexit, se fosse possibile un Referendum in Italia, voterebbe per uscire dall’Unione europea? Il 27% ha dichiara sì; no il 68% mentre il 5% non sa.

Pesante il giudizio del Nyt sulla politica economica della Ue ‘la Brexit riflette credibilita’danneggiata della Ue che deve cambiare la politica economica, sino ad ora dominata dalla Germania’ ‘Il voto sulla Brexit riflette la credibilità danneggiata dell’Unione europea: a prescindere dall’esito la Ue deve ripensare lo status quo’. Lo afferma il New York Times, sottolineando che se la Gran Bretagna lascia, l’Ue dovrebbe prendersela anche con il suo modo di gestire le crisi nell’ultimo decennio con soluzioni di breve termine che hanno infiammato i nazionalismi che ora dilagano nel continente e in Gran Bretagna. Un decennio di crisi che ha lasciato l’Ue ferita e la sua reputazione danneggiata. Le implicazioni economiche di una Brexit sono potenzialmente sconcertanti, ma gli esperti al di là dell’esito del voto ritengono che la politica in Europa debba cambiare. ”La struttura dell’area euro é ancora fragile. La politica economica dominata dalla Germania si e’ tradotta in un decennio perso per il sud Europa, che ancora deve riprendersi dalla crisi’

Il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha chiesto agli “amici britannici” di non abbandonare l’Unione europea perché altrimenti “si aprirà un periodo di incertezza nell’Ue e nel mondo”. Ma se la Brexit dovesse materializzarsi, “l’Ue non sarebbe in pericolo di vita e il percorso di integrazione continuerebbe, anzi verrebbe aumentato”. Junker ha concluso: “abbiamo affrontato molte crisi non ne abbiamo bisogno di un’altra”. Intanto é allarme sui rischi della Brexit: ad essere messa a repentaglio sarebbe la crescita dell’Eurozona. Per la Bce “i rischi al ribasso sono ancora connessi all’andamento dell’economia mondiale, all’imminente referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea e ad altri rischi geopolitici”. La stessa crescita inglese “è potenzialmente limitata dall’incertezza circa il referendum”. Le ultime stime della Bce danno una crescita dell’1,6% nel 2016 e dell’1,7% nel 2017 e nel 2018. Il quantitative easing della Bce sta aiutando l’economia e un “ulteriore stimolo” dovrebbe provenire dalle misure ancora da attuare. Tuttavia il consiglio direttivo “seguirà con attenzione l’evoluzione delle prospettive per la stabilità dei prezzi e, se necessario per il conseguimento del suo obiettivo, agirà ricorrendo a tutti gli strumenti disponibili nell’ambito del suo mandato”.

Il primato della politica? Chiacchiere. I problemi della rappresentanza e della crisi della democrazia, così come quello di una crisi economica globale, c’è chi si ostina ad affidarli al mercato, all’economia e alla finanza. Sarà. Di fatto quel mondo lì ubbidisce alla regola della convenienza e del profitto e tutto il resto è una conseguenza o una degenerazione. All’orizzonte, sia chiaro, altre ricette non se ne vedono. Ogni riferimento al Ttip non è per nulla casuale. Ma cos’è il Ttip? è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti – Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), inizialmente definito Zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area, TAFTA) che si propone di modificare le cosiddette “barriere non tariffarie”, eliminando dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti, allo scopo di agevolare il commercio e le relazioni economiche tra le due aree. Vantaggi? La creazione della più grande area di libero scambio su scala mondiale, con la possibilità di competere in modo vincente con altre aree geopolitiche in forte crescita come India, Cina, Giappone, Brasile. Svantaggi? Per alcuni consisterebbero in una sostanziale deregulation, con privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge, nonostante la prevista creazione di regole comuni, ambiti, organismi, giurisdizioni uniche. Di fatto un far west est della finanza e degli scambi commerciali? Non è detto, anche se, ovviamente, le multinazionali giocherebbero molto bene questa partita. Questo trattato, al momento, è oggetto di trattative e negoziazioni tra la Commissione UE e il governo Usa. Il nostro ministero per lo Sviluppo economico sta studiando un possibile impatto sulla nostra economia, anche se risulta evidente che si avrebbero ripercussioni su ogni settore. L’Unione europea, oggi, non gode di buona salute e deve fronteggiare i populismi di destra e di sinistra e un antieuropeismo diffuso. Il suo potere contrattuale non è forte e si ha l’impressione che il Ttip possa essere una via d’uscita o un modo per riprendere quota e consensi.

Lo si sapeva già: con il consolidarsi della bella stagione gli sbarchi sarebbero ripresi a pieno ritmo, e con essi le morti dei migranti, per effetto dell’inabbissamento di barconi e pescherecci riempiti fino all’inverosimile, perché ogni uomo, donna o bambino sono – per i trafficanti – migliaia di dollari. L’Unione europea finalmente si sveglia anche se non c’é da illudersi. Ieri altre quattromila persone sono state soccorse in mare, ma sono centinaia i dispersi e circa cento i morti. Immane lo sforzo della Guardia Costiera italiana che si occupa in modo efficace del coordinamento dei soccorsi. Le stime dicono che potrebbero essere 200 mila gli arrivi di qui a poco, un record negativo contro il quale non si intravedono soluzioni immediate, non fosse altro che per le divisioni che caratterizzano gli Stati e per il ritardo con cui Bruxelles ha percepito il pericolo.Ed ecco l’SOS dell’Unione europea, che supera migliaia di chilometri sino a giungere in Giappone, sede del G7 ‘quella dei migranti é una crisi globale, servono piu’ risorse finanziarie e piu’ accoglienza’. Queste le parole del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, rivolte ai potenti riuniti a Ise-Shima. Viene riconosciuto il ruolo umanitario dell’Italia e la sua azione umanitaria di soccorso. Ora servono le risposte. Immediate.