Editoriale

108 mila euro in tre anni. Spese di viaggio. Ora, questo i suoi avversari, interni al Movimento ed esterni ad esso, lo usano contro di lui. Ma lui, Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera si difende: non solo si tratta di “spese trasparenti” ma, sottolinea, “rinuncio al doppio stipendio, alle spese di rappresentanza, all’auto blu, al telepass gratuito, alle spese di tipografia e al cellulare di servizio”. Sarà, ma tutte le volte che un uomo politico o un partito si spacciano per ultimo avamposto di onestà e di correttezza amministrativa, accade che l’immagine, cosi sapientemente costruita con anatemi e slogan, si sporca perché vengono fuori irregolarità e stranezze. Chi di scontrini ferisce, di scontrini perisce. I grillini per questo si sono imposti e su questo hanno ottenuto il consenso degli elettori: trasparenza, onestà, taglio dei costi della politica. E’ normale ed è giusto che se fai le pulci agli altri, devi essere immacolato e irreprensibile. Non basta non rubare, ma occorre anche non approfittare di un euro, altrimenti perdi la tua ragion d’essere e la tua credibilità. E al Movimento 5 Stelle sta accadendo proprio questo….

De gustibus non est disputandum? Si, certo. Ma Maradona puoi forse non ritenerlo il miglior giocatore di calcio? Perche’ la letteratura mondiale un pibe de oro ce l’ha e si chiama Philip Roth, ritenuto a livello planetario il migliore scrittore vivente. Ma i signori del Nobel Prize se ne fottono e anche quest’anno il massimo riconoscimento lo hanno conferito ad un poeta-cantante, ad un mediano qualunque, Bob Dylan. E il premio gli e’ arrivato nel giorno della morte di un altro discusso e discutibile premio Nobel per la letteratura nel 1997: il nostro menestrello Dario Fo, che il premio poteva solo sognarlo. Si ha ormai l’impressione che il Premio Nobel per la letteratura venga assegnato secondo criteri di marketing e di geopolitica. Si vuole allargare il mercato. Un po’ come fa il Vaticano nella scelta di cardinali in terre nuove da fidelizzare e colonizzare. C’est la vie. Ma quanta tristezza.

Ma di quale Europa unita parliamo? Qui la moneta unica non c’entra nulla e neanche la Brexit. Ammettiamolo pure: l’idea di una Europa dei popoli riunita politicamente ed economicamente rimane un’utopia se e’ vero come e’ vero che su alcuni moduli d’iscrizione messi online da molte circoscrizioni scolastiche britanniche di Inghilterra e Galles c’era la distinzione tra “Italiani”, “Italiani-Siciliani” e “Italiani-Napoletani”. Piccoli e meschini razzismi, beceri luoghi comuni, progetto Erasmus che va a farsi benedire, alla faccia di chi se la prende con l’austerity come unica causa del fallimento di un ambizioso progetto politico. In questa Europa non ci crede piu’ nessuno. I populisti lo sanno e ne approfittano, perche’ distruggere e’ sempre molto piu’ facile che costruire: soprattutto se da distruggere c’e’ qualcosa che non si regge in piedi e, da costruire, un progetto indefinito.

La campagna referendaria entra nel vivo. A distanza di due mesi scarsi dal giorno del voto, il 4 dicembre, le truppe cammellate del Si e del No affondano gli scarponi sul terreno nemico alla conquista dell’agognato trofeo. E’ dal tempo di Dante Alighieri che ci si divide nel nostro Paese, e non sempre per nobili motivi, ma oggi l’Impero e il Papato non sono in gara. Guelfi e ghibellini. Siamo un Paese polemico e litigioso, il cuore prevale sul cervello, le grida sui ragionamenti, la logica dell’appartenenza sulle argomentazioni. In ballo ci sarebbe una riforma costituzionale e la possibilita’ di ridurre il numero dei parlamentari e i costi della politica – dice il Si- o il pericolo di derive autoritarie e di riduzione dello spazio di manovra della minoranza – professa il fronte del No. La realta’ e’ molto piu’ prosaica: da una parte chi vuole mandare a casa il Premier Matteo Renzi, artefice e promotore del quesito, e dall’altra i suoi avversari. Da una parte chi vuole mantenere e consolidare il proprio potere, dall’altra chi vuole scalzarlo per prenderne il posto. Da una parte chi considera Renzi simpatico e in gamba, dall’altra chi lo detesta e lo ritiene un furbo arrogante. Gli schieramenti sono gia’ in campo: associazioni, partiti, sindacati, corporazioni, lobbies, poteri forti e deboli, palesi ed occulti, voteranno per interesse personale, per i propri vantaggi e per cio’ che ne potranno trarre. Alla Costituzione e alla sua eventuale trasformazione sono interessati in pochi. La Costituzione e’ solo un pretesto come un altro. Cio’ che conta e’ il nostro particulare.

E siamo punto e a capo. La magistratura e le sue inchieste tornano ad inquinare la politica e a condizionarne i processi democratici. Sono infatti cadute le accuse contro il sindaco di Roma, Ignazio Marino e contro il governatore del Piemonte, Roberto Cota, accusato quest’ultimo di uso distorto dei fondi a disposizione dei gruppi regionali. Suo il caso delle mutande verdi acquistate – secondo l’accusa- con soldi pubblici. E neanche Marino ha mangiato a spese nostre per i ristoranti di Roma. Due uomini politici eletti dal popolo e fatti fuori a livello giudiziario e quindi mediatico senza possibilità di un recupero della loro credibilità, nonostante le sentenze che oggi rendono loro giustizia. Si dira’: ma allora i magistrati non dovrebbero indagare? Certo che sì, ma assistiamo a un corto circuito pericoloso per la democrazia e per la credibilità delle istituzioni. Sono anni che certa magistratura decide le cose della politica, con arroganza e senza alcuna garanzia per le carriere e i destini della politica. Cosa fare? Sicuramente occorre una presa d’atto del problema da parte del Csm e del ministro della Giustizia. La riforma giudiziaria é stata sempre ostacolata, per vari motivi e non sempre nobili. Ma oggi la lotta tra questi due poteri, potere politico e potere giudiziario, fa segnare una sconfitta: quella della democrazia e della sua credibilità.

Il governo egiziano ringrazia la giustizia italiana per la felice idea e, prendendo spunto dal caso di Stefano Cucchi, rende finalmente nota la causa di morte di Giulio Regeni: epilessia

Come puo’ un oscuro presidente di Provincia, in pochi anni, diventare Premier? E’ semplice se sei un fuoriclasse e Matteo Renzi lo e’. L’ex sindaco di Firenze ha scelto il Pd perche’ era il partito che gli consentiva una piu’ rapida ascesa al potere. ‘Renzi-House of Cards’ non ha alcun afflato di sinistra. Non gliene frega nulla. La sua cultura e il suo background sono quelli degli anni 80-90, del disimpegno e dell’edonismo reaganiano, del pragmatismo aziendale, della tv commerciale e della pubblicita’. Renzi ha capito che non era difficile sembrare ‘nuovi’ e ‘originali’ in una politica come quella italiana dove tutto e’ vecchio e stantio. Ha puntato tutto sulla narrazione e sulla comunicazione: positiva ed entusiasmante la prima, veloce e pervasiva la seconda. E’ entrato nel teatrino sempre uguale della politica italiana a gamba tesa, con guasconeria e coraggio. Non aveva nulla da perdere, ha vinto tutto. E vincera’ ancora. La sua azione di governo e’ improntata al decisionismo e all’interventismo in economia; al centralismo nella gestione del potere statuale, al compromesso e al trasformismo con gli alleati. La sua riforma costituzionale mira ad uno Stato leggero; e’ contro la politica finanziaria dell’austerity; e’ europeista sino a quando conviene esserlo. E’ a favore dell’impresa, contro i sindacati, i poteri intermedi e le forze sociali. Matteo Renzi e’ un uomo di centrodestra, alla guida di un partito, il Pd che, con lui ha portato a termine la sua mutazione genetica. Qualcuno informi gli elettori di sinistra che il Pd non rappresenta piu’ la sinistra e le sue istanze, e che il segretario Democratico nonche’ Premier, Renzi, alla vista di una bandiera rossa, diventa un toro. Scatenato.

Il disprezzo che il M5S manifesta con pervicacia e costanza nei confronti dell’informazione e dei giornalisti italiani lo qualifica per quello che e’: un movimento settario, parafascista e antidemocratico, che si fonda su una comunicazione a senso unico – in assenza di valori politici e di idee da veicolare – e che non accetta un sistema di informazione impermeabile ai suoi dogmi e ai suoi diktat. La violenza con cui ieri, a Palermo, alla kermesse ‘Italia a 5 Stelle’ i colleghi giornalisti sono stati spintonati al grido di ‘buffoni, venduti, bastardi’ e’ sintomatico della incivilta’ che il movimento grillino esprime e incarna. Una democrazia priva di un sistema di informazione pluralista, non puo’ esistere. Un partito politico o un movimento che non accetta la liberta’ di stampa, di informazione e di espressione, si pone fuori dal contesto e dalle dinamiche di una moderna democrazia. Basta saperlo e lo sappiamo gia’ da un bel po’.

E vabbe’ viviamo nell’epoca dei video e delle immagini che corrono sul web e attraversano il pianeta in tempo reale ma a tutto c’e’ un limite.  Alcuni politici provinciali non la smettono e si imbarcano, volano da un continente all’altro pur di farsi scattare una foto col potente-star internazionale di turno con il quale non avranno nulla da dirsi. politicoChissa’ cosa c’e’ dietro, la fatica, la questua per entrare in contatto con il potente, sfidando security e controlli, cercando di spiegare la propria sconosciuta identita’. Perche’ Clinton e Trump non sanno neanche chi siano rispettivamente Fabrizio Ferrandelli e Matteo Salvini, ma tant’e’. Una foto non si rifiuta a nessuno. E cosi via al sorriso di circostanza, all’abbraccio di plastica: clic, scatto. Urra’. Missione compiuta. Perche’ la mission del viaggio e’ proprio quella, e solo quella: la fotografia, in modo da poter millantare un’amicizia, uno scambio di opinioni con il famoso politico, per accreditarsi, per far crescere le proprie quotazioni agli occhi degli elettori piu’ sprovveduti che a queste cose ci fanno caso. Per quelli piu’ avveduti e’ solo pochezza politica, provincialismo, tristezza.

Il pianeta é stato immediatamente informato: la coppia perfetta, quella formata da Angelina Jolie e da Brad Pitt, attori bellissimi, talentuosi, star internazionali, non é piu’ una coppia. Si sono separati. Chi ha lasciato chi? Suvvia, non scivoliamo nel cortile. BradFingiamo di volare alto e di osservare la circostanza da un punto di vista sociologico, come fatto di costume. E allora possiamo dire che l’eleganza e la classe di cui i due attori sono stati interpreti in questa occasione va a farsi benedire. Reciproco lo scambio di accuse ‘abusa di alcol e droghe’ dice lei, ‘impone i suoi modelli educativi ai figli’ dice lui. Chissà dove sta la verità. Ciò che é rilevante é la somiglianza di questa lite familiare, di questa separazione a quelle a cui siamo ormai abituati. Amici, familiari, conoscenti, si separano allo stesso modo. La coppia non regge piu’, ci si lascia per motivazioni serie e, molto piu’ spesso, per futili motivi. Anche una coppia che sulla carta ha tutto, fama, denaro, successo, sensibilità nei confronti delle cause umanitarie, amore, affinità elettive, può fallire come tante altre che hanno meno ‘oneri’ ed onori. Nulla di nuovo sotto questo cielo: Angelina Jolie e Brad Pitt, sogno di miliardi di persone per uomini e donne, sono come tutti noi. Almeno in questa nefasta occasione.