Politica

Renzi o lo ami o lo odi. Non ci sono alternative. Un vero leader politico non puo’ che essere un decisionista ed e’ normale che per i suoi detrattori sia soltanto un arrogante, un ‘uomo solo al comando’, indifferente alle piu’ elementari dinamiche della democrazia. Ma e’ davvero e solo questo Matteo Renzi? Per chi lo apprezza e ne ha colto le capacita’ di sintesi e la lungimiranza, Renzi ha saputo accorciare i tempi delle decisioni politiche, adeguandoli a quelli della societa’ che produce e lavora. Un uomo intelligente dei nostri tempi, che sa progettare, realizzare e comunicare. Gli altri leader politici, a confronto con lui, sembrano preistorici.

“L’articolato di legge che abbiamo elaborato per aggredire maggiormente corruzione e mafie è nei cassetti del Parlamento, ma al momento nessuna forza politica lo ha preso in considerazione”. Così il procuratore Nicola Gratteri a cui oggi il Fatto Quotidiano dedica una lunga intervista sull’intreccio mafie e politica, prendendo spunto dal libro del procuratore ‘Padrini e Padroni (Mondadori) ‘scritto con Antonio Nicaso. “Le mafie non sparano”, afferma Gratteri, “se decidono lo fanno solo quando è strettamente necessario. Le mafie preferiscono pagare perché costa meno”. Continua il magistrato: “per le cosche è facile corrompere un amministratore. Con l’abbassamento della morale e dell’etica è come affondare il coltello in pezzo di burro”. E sulle modifiche normative: “Noi dobbiamo preoccuparci anche dei reati comuni e informatizzare il processo penale”. Osserva Gratteri, che ha presieduto la commissione per la riforma della giustizia: “Abbiamo preparato un articolato di legge modificando circa 850 articoli tra codice penale, di procedura penale, ordinamento penitenziario e legislazione antimafia. Alcune cose sono passate alla Camera e sono ferme al Senato. Ma non ci sono maggioranze forti per far passare certe cose in Parlamento”.

“Occorre affiancare al collaudato ‘sistema repressivo’ un più avvertito e diffuso ‘sistema di prevenzione’, in grado di realizzare un’effettiva governance della lotta alla corruzione e all’illegalità, attraverso una maggiore collaborazione tra tutte le Istituzioni e tra le diverse articolazioni dello Stato. Ma occorre anche rilanciare e ripensare il ruolo della cosiddetta antimafia sociale e culturale, che va messo al riparo da strumentalizzazioni improprie e ambiguità”. Così Rosy Bindi, presidente della commissione nazionale Antimafia, in un messaggio rivolto ai partecipanti al seminario su “Evoluzione delle mafie, adeguamento della legislazione e delle politiche antimafia” in corso allo Steri e promosso dal Centro Pio La Torre in occasione dei trent’anni della propria attività. “La lotta alle mafie ci riguarda tutti – aggiunge Bindi -. Non può essere delegata alle forze dell’ordine e alla magistratura, né alle tante associazioni che con il loro generoso lavoro in territori difficili e di frontiera hanno svolto anche un ruolo di supplenza alla mancanza di senso di cittadinanza di troppi italiani. C’è bisogno come ha affermato il presidente della Repubblica Mattarella, il giorno del suo insediamento, di ‘una moltitudine di persone oneste, competenti, tenaci e di una dirigenza politica e amministrativa capace di compiere il proprio dovere'”.

“I risultati del governo Crocetta non sono attenti alle esigenze dei siciliani. Bisogna aprire una fase nuova in Sicilia”. Lo ha detto Lorenzo Cesa, segretario nazionale Udc, incontrando i giornalisti a Palermo. “Per questo motivo – ha aggiunto – vogliamo riaggregare un centro democratico cristiano, una nuova area che va dal Mpa al Cantiere popolare, al Ncd dove militano molti democratici cristiani, al Gruppo Misto”. Ha sottolineato Cesa: “Il prossimo passo e’ di riaggregare l’Udc in ogni provincia e chiarire la nostra posizione sulla presenza in giunta. Se c’e’ qualcuno che vorra’ restare lo fara’ a titolo personale. Ma se si vuole stare in un partito nazionale bisogna attenersi alla linea che ci siamo dati anche nei confronti del governo Renzi”.

La “politica errata” della Francia ha aggravato la crisi in Siria. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Ghassemi, in reazione alle recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Marc Ayrault. “Tutti sanno che la Francia è uno dei Paesi la cui politica errata ha provocato e aggravato l’inquietante situazione in Siria”, ha dichiarato Ghassemi. Le affermazioni del ministro degli Esteri francese, “che dovrebbe avere una buona conoscenza della situazione nella regione e nel mondo, sono irrealistiche e inattendibili”, ha aggiunto. “Prima di pronunciare affermazioni ingiuste, il capo della diplomazia francese dovrebbe esaminare la storia recente della regione, in particolare il ruolo di alcuni responsabili governativi francesi che hanno sostenuto criminali come Saddam (Hussein) e hanno armato il suo regime nella guerra contro l’Iran (…)”, ha affermato Ghassemi.

“Non c’è nessuna guerra tra politica e magistratura, è una discussione stucchevole. Vorrei ricordare che come Governo siamo i primi a dare una valenza strutturale alla carenza del personale amministrativo”. Andrea Orlando, ministro della Giustizia, così ha commentato il tema dello scontro tra Magistratura e mondo politico durante una tavola rotonda con Piercamillo Davigo, presidente Anm, Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm e Michele Vietti, ex presidente del Csm dal titolo ‘I valori della magistratura e il valore della giustizia’. La principale accusa mossa al ministro dalla corrente ‘Autonomia e indipendenza” riguarda i magistrati più giovani con l’allungamento da 3 a 4 anni, del periodo di legittimazione prima del trasferimento. Secondo il ministro la polemica ricorda il tema della responsabilità civile dei magistrati che “si diceva avrebbe portato a un’esplosione dell’utilizzo di questo strumento, ma non c’è stata”. Orlando è poi intervenuto sulla vicenda della semplificazione processuale: “di solito quando partecipo a eventi dei magistrati le soluzioni vanno a scapito delle facoltà universitarie che producono troppi avvocati. Se invece vado dagli avvocati il problema sono i magistrati. Cerchiamo di trovare un punto di incontro”.

Antonio Di Pietro interviene sulla delicata materia dei magistrati impegnati in politica. L’impegno diretto in politica di magistrati ha, per molti, connotato lo scontro tra due poteri e confermato come il vuoto politico e di credibilità della classe dirigente sia stato in parte colmato da magistrati, forti di una autorevolezza che solo negli ultimi anni hanno perso per le pessime prestazioni offerte nel governo della cosa pubblica da alcuni suoi rappresentanti. Di fatto, nel nostro Paese negli ultimi decenni si é registrato un boom di presenze, in politica, di magistrati. Lo stesso Di Pietro ne é un autorevole esempio. ‘Dico si ai Pm in politica – spiega l’ex ministro Antonio Di Pietro – ma dicano addio alla toga’. Cosi su ‘Il Dubbio’. ‘Io penso che anche un arbitro possa fare il giocatore se sa ben giocare. Ma poi é bene che non torni a fare l’arbitro. Io ho preferito dimettermi e solo dopo due anni e mezzo sono entrato in politica. Farsi aiutare da persone terze e professionalmente qualificate che esistono in magistratura e nelle altre professioni – avvocati, ingegneri, giornalisti, ragionieri – rappresenta un valore aggiunto per l’attività politica che si vuole portare avanti e come tale va rispettato’.

“Ai magistrati la politica dovrebbe essere vietata per legge”. Lo pensa Carlo Nordio, magistrato e procuratore aggiunto di Venezia in una lunga intervista al giornale il Dubbio dove spiega tutte le motivazioni. “Nei casi in cui un giudice entra in politica dopo essere andato in pensione – dichiara – tutto quanto ha fatto da magistrato rischia di essere letto come strumentale rispetto al secondo tempo della sua vita pubblica, quello giocato nel campo della politica”. Per Nordio tra magistratura e politica servirebbe “una assoluta divisione tra i due ambiti”.

La disaffezione degli italiani nei confronti della politica e il progressivo allontanamento dalle urne é un trend che si consolida e che é cresciuto progressivamente e stabilmente: nel caso delle comunali, alle ultime consultazioni la percentuale dei votanti é scesa di quasi 12 punti (di 11,9) rispetto al 2010. In 20 anni il numero dei potenziali elettori è aumentato del 4,5%, passando da 48,5 milioni a 50,7 milioni ma, nello stesso periodo, il numero delle persone che ha deciso di esercitare il proprio diritto di voto è diminuito del 18,7%, passando da 35,6 milioni a 29 milioni. I dati dell’Istat sono relativi agli elettori e votanti nel 1994 e nel 2014. Restringendo il campo alle elezioni comunali l’Istituto di statistica ha messo a confronto i risultati di 5 anni (dal 2010 al 2014) da cui emerge la progressiva riduzione del numero dei cittadini che si è recato a votare, recuperata solo in parte nell’ultimo anno.

FullSizeRenderIn guerra e in amore tutto é lecito. Anche i colpi bassi. Si, certamente. Non parliamo poi della politica, la piu’ nobile e allo stesso tempo la piu’ sporca delle attività umane. Qui i colpi sotto la cintura si sprecano, ad ogni latitudine. E non ci sono grosse eccezioni: prendiamo gli Stati Uniti d’America, che noi siamo soliti definire un esempio di democrazia. Ebbene, non é che siano poi cosi esemplari. Scandali, veleni, confidenze tradite, dichiarazioni al vetriolo, attacchi personali, scheletri negli armadi e sotto il letto, amanti che decidono di parlare un attimo prima del voto e tradimenti che vengono fuori in tempo utile. Non é un bello spettacolo. Gossip, delegittimazioni, rivelazioni piu’ o meno farlocche, retroscena di fantasia, sul web e sulla carta stampata, in tv e persino negli spettacoli di teatro. Tutto fa brodo. Ora é caccia, da parte dei rispettivi staff ma anche da parte della stampa che ha il diritto-dovere di farlo, alle magagne dei due candidati: Donald Trump e Hillary Clinton. Quest’ultima, ex segretario di Stato, avrebbe sottratto dagli archivi digitali federali migliaia di email, trasferendole nel suo server privato. Il Dipartimento di Stato sta chiudendo le indagini – quando si dice la giustizia ad orologeria – e per consegnarle al Congresso che dovrà valutarle. In caso di incriminazione, la dolce metà di Bill Clinton, dovrà rinunciare alla candidatura, ma se Atene piange Sparta non ride: il campione mondiale di gaffe Donald Trump, dal canto suo deve fare i conti con nuove accuse: avrebbe sottratto al fisco oltre 50 milioni di dollari. Il riferimento é ad un affare che avrebbe perfezionato – in modo imperfetto é il caso di dire – con una società islandese, allo scopo di evadere il fisco. Anche lui rischia l’incriminazione e quindi la rinuncia alla corsa per la White House. A tutto ciò si devono aggiungere le accuse di maschilismo ai danni di Trump, le sue presunte violenze ai danni delle compagne, i suoi atteggiamenti discriminatori, senza considerare che dall’altra parte Hillary deve difendersi dall’accusa di avere manipolato il marito Bill durante la sua presidenza e di avere accentrato funzioni e poteri. La guerra é appena iniziata: tutto é permesso pur di infangare l’avversario politico, il nostro nemico privato e, quindi, pubblico.