Ue

Il premier britannico Theresa May ha chiamato la cancelliera tedesca Angela Merkel per assicurare il rispetto de tempi per l’uscita del Regno Unito dall’Ue. La telefonata sulla Brexit è avvenuta dopo il colloquio con il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. A darne notizia, Downing Street, secondo cui sono in programma altre telefonate simili ai leader europei. Ieri l’Alta corte di Londra ha accolto il ricorso di un gruppo di attivisti pro Ue che chiedono un voto del Parlamento di Westminster per avviare l’iter della Brexit. Il giudice ha dato torto al governo di Theresa May che, invece, rivendica il diritto d’invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona e di volerlo fare entro marzo 2017. “Il principio fondamentale della costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano”, ha detto il giudice dell’Alta corte, Lord Thomas of Cwmgiedd, nel leggere il verdetto. Il governo è pronto al ricorso alla Corte Suprema. Intanto il deputato conservatore Stephen Phillips ha annunciato le sue dimissioni per protesta contro la gestione della Brexit da parte del governo May, ma ha giudicato giusta la decisione della Corte di fare esprimere il Parlamento. Alla battaglia legale sulla Brexit e pro Ue potrebbe prendere parte la Scozia, appoggiando Gina Miller, donna d’affari e attivista, che ha organizzato e guidato la campagna per ‘sfidare’ in tribunale il governo di Theresa May sulla Brexit. Per la leader scozzese Nicola Sturgeon il verdetto di ieri dell’Alta corte, che ha dato torto all’esecutivo May, rivela uno stato di “caos e confusione totale” nel governo di Londra.

“Il nuovo bando della Commissione europea – 3.5 milioni di euro per i progetti di informazione sulla PAC – e’ un segnale importante per tutti i cittadini dell’Unione europea: l’obiettivo e’ sensibilizzare l’opinione pubblica sugli strumenti comunitari a sostegno della nostra agricoltura”. Lo afferma Michela Giuffrida, membro della Commissione per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale del Parlamento europeo, a proposito della pubblicazione del bando sul “Sostegno a favore di azioni di informazione riguardanti la politica agricola comune (PAC)” per il 2017. “La Commissione – prosegue Giuffrida – accende i riflettori sulla PAC e sulle opportunita’ che offre. Il bando, che scadra’ a dicembre 2016, mira a cofinanziare per un importo fino a 3,5 milioni di euro le azioni di informazione che  chiariscano in particolare come la PAC contribuisca alla creazione di posti di lavoro, alla crescita e agli investimenti nelle zone rurali. Si tratta di una ottima opportunita’ – aggiunge – per spiegare ai cittadini, con campagne di informazione mirate, l’estrema utilita’ dello strumento principale di declinazione della politica agricola. Possono presentare proposte: organizzazioni senza scopo di lucro (private o pubbliche) autorita’ pubbliche (nazionali, regionali, locali), associazioni europee, universita’, istituti di insegnamento, centri di ricerca, societa’ di comunicazione. L’UE sta investendo circa 100 miliardi di euro nel periodo 2014-2020 per lo sviluppo delle zone rurali, per la crescita dell’agricoltura e della silvicoltura, garantendo sicurezza alimentare, protezione dell’ambiente e un giusto compenso a chi opera in questo settore. Questo programma intende dare visibilita’ a tutto questo – conclude l’europarlamentare -. La politica agricola comune aiuta gli agricoltori europei a rispondere alle esigenze di 500 milioni di cittadini dell’UE e comunicare la sua importanza contribuisce ad incentivare la fiducia di tutti i cittadini, agricoltori e non, in un’Europa utile e vicina alle esigenze reali delle popolazioni

“Al di fuori delle considerazioni sul ciclo economico, il cambiamento nel target sul 2017 rispetto al programma di stabilità del 2016 è largamente spiegato dalle spese straordinarie legate ai rischi sull’immigrazione e sismici”. E’ la risposta del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan indirizzata ai commissari Ue Dombrovskis e Moscovici riguardo ai rilievi mossi da Bruxelles sulla legge di Bilancio. “Le spese per le operazioni di salvataggio dei migranti, prima assistenza e cure sanitarie, protezione ed educazione per oltre 20mila minori non accompagnati sono stimate in 3,3 miliardi di euro nel 2016 (al netto dei contributi Ue) ed a 3,8 miliardi (0,22% del Pil) nel 2017 in uno scenario stabile – spiega Padoan – paventando che la spesa possa salire fino all’0,24% del Pil e cioè a 4,2 miliardi”. Osserva il ministro:” L’economia italiana sta crescendo in un contesto difficile, l’indebitamento continua a scendere”,  e “in questo contesto la politica del governo prosegue nella strada stretta di sostegno allo sviluppo e consolidamento di bilancio imposta dall’elevato livello di debito”.

Matteo Renzi continua la sua battaglia con la Ue nelle politiche economiche e prova a lanciare la cancellazione del Fiscal compact nel 2017, anno di scadenza. “Nel 2012 fu votato da Monti, Berlusconi e Bersani”, ha detto ieri ospite di ‘InMezz’ora’ su Rai3. “Arriva alla prova dei fatti, e c’è da decidere se inserirlo nei Trattati” o se abbandonarlo, evitando che l’accordo sulla riduzione di deficit e debito sia inserito nei Trattati europei. Il presidente del Consiglio si è rivolto anche all’opposizione: “La nostra proposta di rimettere in discussione il bilancio Ue e la politica economica, sia portata avanti anche dagli altri partiti e dalle opposizioni”. Ha spiegato il premier: “Io voglio difendere l’Italia, nella battaglia storica perchè il bilancio europeo tenga insieme diritti e doveri. Vogliamo cambiare le regole europee fatte in passato. Non c’entra lo 0,1%”. E sul probabile arrivo di una lettera da parte della Commissione europea sulla manovra di Bilancio: “Quante volte l’ha mandata? Sempre. A quanti Paesi? Almeno 5 o 6. E’ il fisiologico dialogo tra istituzioni”. Sui migranti l’attacco è ai paesi dell’Est. “In passato l’Italia ha detto sempre di sì a tutto – ha affermato – ma noi siamo contributori dell’Europa: ogni anno diamo 20 miliardi e ne riprendiamo solo 12. Possiamo cominciare a far sì che quelli che prendono i soldi prendano anche i migranti? Ma i Paesi dell’Est salvati dalla Ue oggi chiudono le porte. E’ inaccettabile”.

Il governo non cambia la posizione sulla manovra 2017 che è all’esame di Bruxelles con i conti pubblici e le spese eccezionali per migranti e terremoto. “La legge di bilancio non si cambia, se l’Ue avrà osservazioni da fare, ascolteremo”, dice il presidente del Consiglio Matteo Renzi di ritorno dal vertice europeo. Osserva il premier: “Questa manovra ha il deficit più basso degli ultimi dieci anni: gli sforzi li stiamo facendo”. Per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan “Il dialogo continua, la Commissione non ha espresso nessuno scetticismo”. Si è nel mezzo di una “procedura che si svilupperà nei prossimi giorni, di valutazione puntuale e specifica delle varie misure” e sulla base di questo, “si discute, si convince, si scambiano opinioni”.

Il premier britannico Theresa May al vertice europeo di Bruxelles sui futuri negoziati sulla Brexit dice che “Ci saranno momenti difficili e saranno necessari compromessi”. May comunque è “ottimista”. Afferma il premier riguardo all’uscita del Regno Unito dall’Unione: “Vogliamo negoziare il migliore accordo possibile per quanto riguarda il libero mercato”, ma fino a quando non saranno conclusi i negoziati “la Gran Bretagna resta a pieno titolo un membro dell’Unione europea, con tutti i diritti e doveri, e gli altri leader hanno accettato questo”. Cosi May prima di andare a pranzo con il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker per il previsto incontro bilaterale.

Ma di quale Europa unita parliamo? Qui la moneta unica non c’entra nulla e neanche la Brexit. Ammettiamolo pure: l’idea di una Europa dei popoli riunita politicamente ed economicamente rimane un’utopia se e’ vero come e’ vero che su alcuni moduli d’iscrizione messi online da molte circoscrizioni scolastiche britanniche di Inghilterra e Galles c’era la distinzione tra “Italiani”, “Italiani-Siciliani” e “Italiani-Napoletani”. Piccoli e meschini razzismi, beceri luoghi comuni, progetto Erasmus che va a farsi benedire, alla faccia di chi se la prende con l’austerity come unica causa del fallimento di un ambizioso progetto politico. In questa Europa non ci crede piu’ nessuno. I populisti lo sanno e ne approfittano, perche’ distruggere e’ sempre molto piu’ facile che costruire: soprattutto se da distruggere c’e’ qualcosa che non si regge in piedi e, da costruire, un progetto indefinito.

Il premio Nobel 2001 per l’Economia, Joseph Stiglitz non é uno che le manda a dire. Viene apprezzato proprio per la semplicità del suo pensiero. Le sue critiche all’Unione europea e in particolare all’euro come moneta unica non sono nuove ma lo scenario che si é venuto a creare negli ultimi mesi, dalla Brexit in poi, e la sfiducia crescente nei confronti di Bruxelles, sembrano alimentare le sue motivazioni. ‘L’austerità – spiega l’economista – ha ucciso la crescita nella Ue. Se Renzi dovesse perdere il referendum, partirebbe il processo irreversibile della fuga dall’euro da parte dell’Italia e non solo. Oggi la realtà é che i governi sono troppo deboli e che il vero potere é concentrato nelle mani della Germania e della Bce. Non si possono fare riforme con la pistola alla testa di popoli indeboliti dalla crisi. Non é una sorpresa per me vedere che Hollande é debole, che Renzi perde consensi e che in Spagna non si fa nemmeno un governo. E’ stato un errore lanciare la moneta unica senza avere le infrastrutture politiche ed economiche adeguate e capaci di gestirla’

Tre milioni e mezzo di georgiani votano oggi per eleggere i 150 deputati del Parlamento dopo una campagna elettorale serena – a differenza delle precedenti tornate – fino alla settimana scorsa, quando un candidato del Movimento Nazione Unita (Unm) dell’ex presidente Mikheil Saakashvili, è sopravvissuto a un attentato. Ma archiviato l’attacco, definito un “sabotaggio dello stato” dall’attuale premier Giorgi Kvirikashvili, la Georgia va al voto al voto sulla scia di un quadriennio di insperata stabilità politica dopo 25 anni di crisi istituzionali. Le elezioni sono, per molti analisti, un test per la democrazia georgiana e una possibile ripresa dello slancio verso Nato e Ue. La Nato in particolare non vuole abbandonare la Georgia per dimostrare alla Russia di non avere il veto sul suo allargamento a Est. Nello stesso tempo Mosca continua la sua “guerra ibrida” sostenendo in maniera meno evidente del passato le repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia. Secondo i sondaggi sui 25 partiti che hanno presentato le liste elettorali, i due principali contendenti saranno i due gruppi centristi, rappresentanti dall’Unm e dal partito di governo, “Sogno georgiano” (Sg). Le due formazioni sono date testa a testa nei sondaggi, in cui il 49% degli elettori si dichiara indeciso, e hanno identiche chance di formare un esecutivo, scrive il Washington Post. Il sistema elettorale in Georgia prevede che 73 deputati vengano eletti con sistema maggioritario (con il 50% dei voti del collegio) e i restanti 77 seggi con sistema proporzionale tra le liste che hanno superato la soglia del 5%.

Il premier ungherese ha vinto sulla carta ma ha perso nella sostanza. Manca il quorum al referendum nel quale ha stravinto. Alla quasi unanimità ma senza raggiungere il quorum del 50%, infatti, l’Ungheria ha detto di no per referendum all’obbligo di accogliere profughi per alleggerire il carico di altri paesi dell’Ue, come Italia e Grecia. Non lo ha fatto pero’ con il minimo di consistenza plebiscitaria che aveva chiesto il premier nazionalista conservatore ed euroscettico Victor Orban, vincitore, ma in una certa misura anche sconfitto, del referendum. In tarda serata il risultato praticamente definitivo, al 95% delle schede scrutinate, è di una vittoria a valanfa del “no” con una quota del 98% e solo un 2% andato al “sì”. L’affluenza però, come annunciato dall’Ufficio elettorale nazionale, e’ stata soltanto del 43%: il quorum del 50% degli 8,27 milioni di elettori chiamati alle urne non è stato raggiunto e dunque la consultazione non è valida secondo la legge in vigore, a dimostrazione che gli appelli al boicottaggio dell’esile opposizione ungherese, assieme alla tradizionale disaffezione per lo strumento referendario, si sono fatti sentire. Secondo Orban, comunque, cambia poco: ribadendo quanto affermato in mattinata dopo aver votato in una scuola elementare del suo quartiere a Buda, il premier ha sottolineato che “l’Ungheria, per primo fra i paesi dell’Ue” e “sfortunatamente” anche l’unico, “ha consultato il proprio popolo” sulle migrazioni. “Oltre 3 milioni di elettori” hanno “rifiutato un sistema di ricollocamento obbligatorio dei migranti”: “Bruxelles dovrà tenerne conto”,