Brexit

Roberto Benigni sempre piu’ convinto delle ragioni del sì al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. E questa sua posizione gli ha procurato non poche critiche dal ‘suo’ mondo di sinistra. Al referendum costituzionale “e’ indispensabile che vinca il si’. Se vincesse il no sarebbe peggio della Brexit”. A dirlo e’ Roberto Benigni, intervistato dalle Iene. La versione integrale dell’intervista, non assoggetata ai limiti della par condicio per i programmi non informativi, e’ pubblicata sul sito di Mediaset. Benigni spiega che “i Costituenti stessi hanno detto di riformare la Costituzione. Loro stessi l’hanno previsto. Se la riforma non passa ora, non accadra’ mai piu'”.

Il primo ministro inglese Theresa May nonché leader del partito conservatore dissipa i dubbi e le incertezze e fissa i tempi della effettiva Brexit, ossia della definitiva uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea ‘saremo sovrani entro marzo. C’é un piano per la Brexit, che eviti contraccolpi e sovrapposizioni’. La posta in palio é molto alta: la fase di transizione potrebbe causare delle perdite economiche ma anche essere motivo di una confusione legislativa oltre che finanziaria. L’articolo 50 del Trattato di Lisbona che darà il via a due anni di negoziazioni sui modi e sui termini del distacco dall’Unione, verrà richiamato nel primo trimestre del 2017 ‘non ci saranno ritardi non necessari – ha assicurato la May – e le modalità che sceglieremo per la Brexit saranno nell’interesse del Regno Unito. Diventeremo un paese indipendente e sovrano e faremo ciò che fanno i paesi indipendenti e sovrani: decideremo noi come controllare l’immigrazione, decideremo noi quali leggi varare. La Gran Bretagna del dopo Brexit sarà un paese realmente globale, sicuro e libero di guardare alle possibilità economiche e diplomatiche con un’ottica internazionale’

“So che sui mercati internazionali si è creata un’aspettativa da fine mondo, e questo ovviamente è un problema. Ma si diceva la stessa cosa all’alba della Brexit, e invece i mercati hanno riassorbito lo choc rapidamente. La cosa che mi preoccupa di più è un’altra: il processo di riforme innescato da questo governo si interromperebbe per chissà quanto. Se c’è una cosa che rivendico di questi due anni e mezzo di governo, è il suo segno riformista. L’Italia perderebbe un treno che potrebbe non ripassare”. Lo afferma il ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, in una intervista alla Stampa. E sostiene così le ragioni del Sì: “Perché sarebbe un enorme passo avanti per il Paese, perché migliorerebbe il funzionamento delle istituzioni, il processo legislativo e i rapporti fra Stato e Regioni”. E sulla possibilità che, in caso di vittoria del no e di dimissioni di Renzi, lui possa prenderne il posto commenta: “Le ‘preferenze’ non mi interessano, non sono un politico. Non sussiste neanche come ipotesi”.

Una Brexit italiana mancata, che invece avrebbe spaventato l’Europa, e un centrodestra vuoto di idee. E’ la riflessione di Giuliano Urbani, ex ministro azzurro e politogolo, consegnata oggi in una intervista su Libero. Berlusconi “doveva fare anche lui la Brexit” e “sfidare l’Europa”, afferma Urbani. “Avrebbe dovuto combattere, era in condizione di fare imposizioni all’Europa”. E aggiunge: “Avremmo potuto minacciare una versione italiana della Brexit e allora sì che avremmo messo paura a qualcuno. Non come Renzi che oggi va chiedere flessibilità ad una Ue costruita sugli standard tedeschi che pur di non danneggiare la Germania non ce la concedera’ mai”. Nessuna ridiscesa in campo per l’ex ministro, ma solo “una riflessione” che tocca vari temi, tra cui il referendum e il rilancio del centrodestra. Sulla consultazione relativa alla riforma costituzionale Urbani ha deciso di dire Sì pubblicamente sia per le posizioni sulle riforme del genere “dichiarate da una vita”, sia perché il No “darebbe una spinta verso il peggioramento del Paese”. E in una Europa in crisi serve un “governo forte”. Pensando al passato, dichiara Urbani: Noi “fallimmo per mancanza di massa critica, in termini di consenso sia in Parlamento sia nel paese”. E continua: Ho provato a fare almeno tre riforme elettorali e non me n’è riuscita nemmeno una”. Ricorda le proposte saltate sul sistema francese a doppio turno, il cancellierato tedesco con base proporzionale, con il presidente del consiglio eletto; l’altro sistema alla francese di Maccanico. Tutte bocciate. E sul centrodestra, afferma l’ex ministro: il problema del centrodestra non è certo Parisi. “Il problema – afferma – è che centrodestra non esiste più come schieramento. Da una Parte Salvini e la Meloni, dall’altra Forza Italia. Ma cosa hanno in comune? Niente”. Difficile immaginare il futuro. “Non c’è nemmeno la speranza che avevi con la leadership di Berlusconi –ammette – che oggi per età e logoramento è diventata improponibile”. Defilatosi Silvio, sono rimasti i colonnelli che, è la riflessione di Urbani, “temono Parisi e gli fanno la guerra sia perché vedono minacciata la propria rendita di posizione sia perché tra loro e Parisi c’è il vuoto”. Un “vuoto di idee”.

“Certamente sono deluso, ma di fronte al fatto inevitabile che l’America, la Cina ci stritoleranno, il disegno ritornerà. Oppure scompariremo, perché il senso della storia non lo possiamo cambiare”. Lo ha affermato l’ex premier Romano Prodi, presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004, a colloquio con il direttore della rivista di geopolitica internazionale Eastwest Giuseppe Scognamiglio. Per Prodi il post Brexit segna il momento più basso nel cammino dell’Unione europea verso il processo di armonizzazione tra gli stati membri che lui stesso aveva contribuito ad accelerare con la nascita dell’Euro. “Solo un altro duro colpo come Brexit -secondo Romano Prodi- potrebbe svegliare l’Europa impaurita dalla crisi economica e dal terrorismo e sostituirsi alla mancanza di una forte leadership politica. “Pensavo che sarebbe stata abbastanza – rimarca l’ex presidente della Commissione europea -. Oggi vedo che il materasso ha assorbito tutto. Dare un tempo indefinito per affrontare la post Brexit mi dice che la ricetta è arretrare ancora un po’. Perché si inneschi una reazione?”.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea vuol dire dimezzamento degli introiti per gli agricoltori britannici. Lo rileva lo studio della Camera dei Comuni sull’impatto della Brexit sulle varie aree, appena diffuso. La Brexit, vale a dire l’abbandono del Regno Unito dell’Ue, “in tutti gli scenari vuol dire un abbandono della Politica agricola comune (Pac) e il suo regime regolatorio e di sussidi”. In base a tali regimi, grazie alla Pac “i sussidi europei alle aziende agricole rappresentano attualmente tra il 50% e il 60% degli introiti delle aziende agricole del Regno Unito” che, uscendo dalla Pac, vede perdere tali benefici. Il governo britannico ha garantito il mantenimento dello stesso livello di sussidi fino al 2020, ma “le organizzazione agricole sono ansiose si sapere quali forme di sostegno saranno disponibili dopo il 2020”, rileva lo studio.

Il primo ministro britannico Theresa May vuole lasciare l’Unione europea senza l’avallo del Parlamento. Lo scrive il Daily Telegraph. Secondo il quotidiano, che non cita la fonte, May vorrebbe aggirare il voto dei deputati che erano contrari alla Brexit. A ottobre sarà comunque l’Alta corte di Giustizia di Londra che dovrà decidere sulla possibilità di attivare l’articolo 50 del trattato di Lisbona, per avviare la procedura di divorzio da Bruxelles, senza previo voto del Parlamento.

Secondo il quotidiano britannico The Times, Matteo Renzi vuole concretizzare al vertice di Ventotene del 22 agosto uno ‘scambio’ con Angela Merkel: il presidente del Consiglio sarebbe pronto ad appoggiare la linea morbida della cancelliera tedesca sulla Brexit per ottenere il sostegno tedesco ad un allentamento delle regole di austerity. Il Times arriva a questa conclusione, in vista dell’incontro di lunedì tra Renzi, Merkel e il presidente francese Francois Hollande a Ventotene, analizzando il cambio della posizione del premier sui tempi dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue dopo il referendum del 23 giugno. All’esortazione a “non perdere neppure un minuto”, il capo dell’esecutivo italiano, argomenta il quotidiano britannico in un articolo intitolato “Renzi si salva la pelle con un accordo sulla Brexit”, ha optato per una linea più cauta, concordando in particolare con la neo-premier Theresa May sulla possibilità di un’uscita dall’Ue più lenta, anche per evitare una sovrapposizione con le elezioni tedesche dell’anno prossimo. “Accettando di sostenere la leader tedesca, Renzi ora spera che lei l’aiuterà a sbloccare i fondi che potrebbero salvare la sua carriera politica. A Renzi servirà il superamento dei livelli di deficit concordati con Bruxelles per realizzare una serie di tagli fiscali promessi e aumenti retributivi, nel momento in cui i dati mostrano che l’economia italiana è di nuovo sull’orlo di una recessione”. Secondo il Times, in particolare, “Renzi spera che rilanciare la spesa possa contribuire a conquistare il favore dell’elettorato prima del referendum di novembre con cui ha messo in gioco il suo futuro” politico.

Meno benefici e più svantaggi dalla Brexit ai lavoratori britannici. Lo sostiene uno studio del think tank Resolution Foundation. L’aumento dei salari per gli impieghi a bassa specializzazione ottenuti da un taglio dell’immigrazione – è la riflessione – saranno superati dalle conseguenze economiche negative dopo l’addio a Bruxelles, fra cui l’elevata inflazione e la crescita debole. Il tasso annuale dei prezzi al consumo è salito allo 0,6% nel mese di luglio. Per le aziende che impiegano un gran numero di immigrati, inoltre, si prospetta un futuro difficile, dal momento, osserva lo studio, che il governo si è impegnato a ridurre gli ingressi nel Regno Unito da oltre 300 mila l’anno a decine di migliaia.

L’ex leader dell’Ukip britannico, l’euroscettico Nigel Farage, uno degli artefici del voto sulla Brexit, ha detto che tornera’ a occuparsi del partito se il Regno Unito non prendera’ con decisione la strada del divorzio da Bruxelles. “Se la Brexit non dovesse essere concessa – ha spiegato- allora dovrei pensare seriamente di tornare. Ma spero di non doverlo fare”. Farage, che continua a essere europarlamentare a Bruxelles, si era dimesso dalla guida dello United Kingdom Independence Party dopo il successo del fronte del ‘Leave’ al referendum dello scorso 23 giugno, ufficialmente per riprendere in mano la sua vita e avere piu’ tempo da dedicare a se stesso. La stampa britannica, fra l’altro, oggi ha riportato come la Brexit potrebbe arrivare persino non prima del 2019, a causa delle difficolta’ burocratiche e dell’indecisione dell’esecutivo. Farage in mattinata ha anche twittato: “Sto iniziando a rilevare un sacco di frustrazione da parte dei 17 milioni che hanno votato per uscire. Il governo deve affrontare questa situazione e consegnarci la Brexit”.