Approfondimento

Il ‘baccalà’ fritto da passeggio o la focaccia con la milza schietta, solo con carne, o maritata, piena di ricotta e formaggio. Sono due esempi di cibo di strada, l’uno romano, l’altra con i suoi natali a Palermo oltre 1000 anni fa, che stanno conquistando sempre di più il palato di italiani e turisti. Tanto che la ristorazione ambulante quest’anno è cresciuta del 13% in più rispetto al 2015, secondo elaborazioni di Coldiretti su dati Unioncamere. cibostradaUna volta destinato ai viaggiatori  di passaggio o ai poveri, che vivendo in abitazioni sprovviste di cucina, andavano fuori a scaldare le vivande, oggi il cibo di strada, o nella sua moderna definizione ‘Street food’, ha conquistato una sua specificità. Che merita di essere conosciuta. Perché il pesce fritto, la mozzarella in carrozza, le panelle e crocchè o il salame all’aglio, per fare un esempio, comunicano il gusto e la tradizione di un territorio. Intanto questi alimenti si gustano in piedi o seduti presso friggitorie o furgoni attrezzati, avvolti da un odore di frittura che fa da scenografia. Le tracce più antiche di cibo preparato e cucinato per strada risalgono a circa diecimila anni fa. I greci già descrivevano questa usanza, nei secoli declinata in diverse varianti anche dai romani. Ed alcune testimonianze si trovano negli scavi di Ercolano e Pompei dove ci sono i resti del ‘thermopolium’, antenato del più moderno ‘baracchino’. Tornando ai giorni nostri, l’analisi di Coldiretti, dal titolo ‘Cibo di strada tra rischi e opportunità’ – diffusa durante la mobilitazione degli agricoltori a Roma per valorizzare l’identita’ alimentare nazionale nei centri storici – ha rilevato alcuni dati: la ristorazione ambulante è in maggiore crescita in Lombardia con 288 realta’, + 26% rispetto allo scorso anno. Seguono Puglia (271) e Lazio (237) con una buona diffusione anche in Sicilia (201), Campania (189), Piemonte (187), Veneto (161) e Toscana (142). Coldiretti invita a non distogliere l’attenzione dai centri storici, proprio per difendere questo patrimonio culturale e turistico, oltre che economico.

Giovanna Naccari

Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e uno dei componenti del direttorio del M5S, prova a ridare una verniciatura al Movimento, come se non avessimo memoria e occhi e orecchie per giudicarli. Si, perché ha usato la locuzione ‘rivoluzione gentile’ per definire l’ondata di successi elettorali che avrebbero raccolto nel Paese. Il tentativo è maldestro e l’obiettivo difficile da raggiungere. La realtà è che i grillini e il loro Movimento, di gentile hanno poco o nulla. Di istituzionale ancora meno. Il popolo dei vaffanculo e dell’arroganza verbale, degli attacchi ad personam agli avversari politici, delle smargiassate sui social media, degli insulti e delle grida, non lo cambi con un tocco di penna o con uno slogan. Per apparire gentili occorre esserlo, nei modi, nei comportamenti, nel linguaggio, nel rispetto verso gli altri. Non basta indossare il vestito buono e la cravatta giusta per essere accolti nel consesso della politica rispettabile. Serve altro: ad esempio il rispetto delle regole e delle procedure democratiche. È sin troppo facile contestare il sistema e l’establishment e volerne al contempo farne parte quando ci conviene. È la stessa contraddizione di chi vuol essere partito di lotta e di governo, partito della protesta e della proposta politica. La trasformazione eventuale richiede tempo, ammesso che la  si voglia davvero. Anche perché come diceva Toto’, ‘cca nisciuno è fesso’

Di sicuro c’è solo una fotografia che li ritrae insieme. Sembra una photo opportunity, di quelle che hanno un significato in se’, a prescindere dal valore e dai contenuti specifici e della ragione dell’incontro. Salvini ha fatto di tutto per rendere nota la stretta di mano con il magnate americano, candidato dei Repubblicani alla Casa Bianca. Ma Trump ora precisa che la realtà è un’altra, che lui non voleva incontrarlo. Salvini da parte sua replica che si conoscono eccome, che l’incontro era prefissato e che vi sarebbero delle mail a dimostrarlo. A chi credere? Di sicuro uno dei due dice il falso. Forse Trump non ha più alcuna convenienza politica nell’associare il suo nome ad uno dei leader populistici d’Europa, o forse l’interesse è più di Salvini ad accreditarsi come sostenitore di un candidato alla presidenza USA, al di là di un incontro occasionale. In ogni caso, deve far riflettere come, la nostra epoca, in cui l’apparenza prevale sull’essenza delle cose, la politica non faccia eccezione. Anzi.

FullSizeRenderIn guerra e in amore tutto é lecito. Anche i colpi bassi. Si, certamente. Non parliamo poi della politica, la piu’ nobile e allo stesso tempo la piu’ sporca delle attività umane. Qui i colpi sotto la cintura si sprecano, ad ogni latitudine. E non ci sono grosse eccezioni: prendiamo gli Stati Uniti d’America, che noi siamo soliti definire un esempio di democrazia. Ebbene, non é che siano poi cosi esemplari. Scandali, veleni, confidenze tradite, dichiarazioni al vetriolo, attacchi personali, scheletri negli armadi e sotto il letto, amanti che decidono di parlare un attimo prima del voto e tradimenti che vengono fuori in tempo utile. Non é un bello spettacolo. Gossip, delegittimazioni, rivelazioni piu’ o meno farlocche, retroscena di fantasia, sul web e sulla carta stampata, in tv e persino negli spettacoli di teatro. Tutto fa brodo. Ora é caccia, da parte dei rispettivi staff ma anche da parte della stampa che ha il diritto-dovere di farlo, alle magagne dei due candidati: Donald Trump e Hillary Clinton. Quest’ultima, ex segretario di Stato, avrebbe sottratto dagli archivi digitali federali migliaia di email, trasferendole nel suo server privato. Il Dipartimento di Stato sta chiudendo le indagini – quando si dice la giustizia ad orologeria – e per consegnarle al Congresso che dovrà valutarle. In caso di incriminazione, la dolce metà di Bill Clinton, dovrà rinunciare alla candidatura, ma se Atene piange Sparta non ride: il campione mondiale di gaffe Donald Trump, dal canto suo deve fare i conti con nuove accuse: avrebbe sottratto al fisco oltre 50 milioni di dollari. Il riferimento é ad un affare che avrebbe perfezionato – in modo imperfetto é il caso di dire – con una società islandese, allo scopo di evadere il fisco. Anche lui rischia l’incriminazione e quindi la rinuncia alla corsa per la White House. A tutto ciò si devono aggiungere le accuse di maschilismo ai danni di Trump, le sue presunte violenze ai danni delle compagne, i suoi atteggiamenti discriminatori, senza considerare che dall’altra parte Hillary deve difendersi dall’accusa di avere manipolato il marito Bill durante la sua presidenza e di avere accentrato funzioni e poteri. La guerra é appena iniziata: tutto é permesso pur di infangare l’avversario politico, il nostro nemico privato e, quindi, pubblico.

In un mondo sempre più virtuale, il valore della coerenza assume una importanza maggiore. Questo giornale online vede la luce all’indomani di un anniversario, quello della morte di Giovanni Falcone, un eroe che ha fatto di tutto per non sembrarlo, in vita, e che non ha potuto evitare di diventarlo, per il modo in cui è morto e per l’intelligenzamaschere 1 profusa nel contrastare la criminalità organizzata. Chi era Giovanni Falcone? Una persona autentica e coerente. Un uomo onesto che credeva nel rispetto delle leggi, un magistrato servitore dello Stato. Io lo ricordo in una sua immagine precisa: il suo sorriso sornione, con cui sottolineava le ipocrisie delle tante maschere che lo attorniavano per rubargli un po’ di luce. Falcone per me era uno che lottava contro le maschere della mafia e dell’antimafia fasulla. Una persona coerente: in lui non vi era alcuno scarto tra il pensiero e l’azione. E, quando ciò accade, la forza di un uomo diviene incontenibile. Il vero nemico delle maschere e’ la coerenza, l’apparire ciò che si é, il dire ciò che si pensa, il comportarsi secondo i propri valori. Tutto il resto é miseria.