Gian Maria Fara

L’Osservatorio sulla Sicurezza, partendo da una proposta avanzata nei mesi scorsi dal Presidente dell’Istituto, Gian Maria Fara, ha elaborato il seguente documento offrendone i contenuti ai decisori politici e ai diversi attori istituzionali. Contrastare la criminalità organizzata sul piano patrimoniale è una scelta strategica di grande intelligenza: non a caso l’opzione metodologica è figlia del pensiero di Giovanni Falcone. L’esperienza del nostro Paese mostra con piena evidenza che i sodalizi criminali moderni meglio strutturati sono in grado di sopravvivere anche a massicce operazioni repressive incentrate sui singoli associati all’organizzazione. In altri termini, l’applicazione di strategie di prevenzione soggettiva e di misure coercitive contro i singoli individui può sempre lasciare un margine più o meno ampio di sopravvivenza all’organizzazione criminale, se non viene sostenuta dall’individuazione e sequestro dei beni provento delle attività illecite: questi beni, infatti, sono utilizzati dalle organizzazioni criminali per garantire un ricambio generazionale del capitale umano. Il Paradigma a base del metodo di contrasto prescelto è il seguente: Il crimine organizzato è orientato al profitto; Il capitale illegale è costantemente immesso in mercati leciti e in questo modo: si incrementano i margini di profitto; si favorisce la copertura delle attività illecite; si facilita la graduale infiltrazione delle organizzazioni criminali nella società. La repressione dei capitali illeciti è, dunque, il modo migliore: per ridurre sensibilmente la costante rigenerazione delle associazioni criminali; per minare le fondamenta della loro influenza sulla società e del loro controllo sul territorio. L’apice concettuale del modello italiano di confisca è stato delineato dalla Corte costituzionale (Sentenza n.34 del 2012), la cui visione può essere sintetizzata come segue: il benessere generato dai beni illeciti non deve essere perso dalla comunità. Conseguentemente, tutti gli sforzi devono essere indirizzati ad includere le proprietà confiscate all’interno del circuito economico legale. In questo modo, la confisca e la destinazione ai fini sociali dei beni confiscati integrano la manifestazione della disapprovazione sociale verso una data condotta.
La validità dell’opzione è confermata dal fatto che, sul piano internazionale, si va affermando la consapevolezza dell’importanza del recupero dei beni nella lotta al crimine organizzato e alla corruzione. Si può discorrere, a pieno titolo, di modello italiano di asset recovery. L’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata è stata istituita con decreto legge 4 febbraio 2010, n.4, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2010, n.50 (pubblicata in G.U. il 3 aprile 2010), oggi recepita dal decreto legislativo n.159 del 6 settembre 2011 (Codice Antimafia). L’Agenzia è un ente con personalità giuridica di diritto pubblico, dotata di autonomia organizzativa e contabile ed è posta sotto la vigilanza del Ministro dell’Interno. La struttura ha sede principale a Roma e sedi secondarie a Reggio Calabria, Palermo, Milano e Napoli. La creazione dell’Agenzia aveva come principale elemento innovativo l’introduzione di un’amministrazione dinamica dei patrimoni confiscati che snellisse e velocizzasse la fase di destinazione degli stessi, superando le carenze e le inefficienze della precedente metodologia di gestione. Tempo fa, il Presidente Fara propose di rivedere le politiche di gestione ed utilizzazione di questo “tesoro” sostenendo che: «l’enorme patrimonio accumulato con le confische dei beni della criminalità organizzata e delle mafie deve essere messo a frutto e gestito con criteri manageriali, come si farebbe con un’azienda o un insieme di aziende, facenti capo ad un unico soggetto finanziario. Insomma, una vera e propria holding, organizzata e gestita in stretta collaborazione con l’ANBSC e con la vigilanza del Sistema giudiziario antimafia». L’holding per la gestione dei beni confiscati, al contrario, avrebbe, grazie ai numeri prima citati, un capitale enorme, anzi sarebbe in assoluto il soggetto con la più alta concentrazione di capitale in Italia. Si tratterebbe di un “Iri 2” con il “capitale” più alto del capitale sociale di Eni, Enel, Assicurazioni Generali, Intesa San Paolo, Poste Italiane e Leonardo messi insieme. Una Holding articolata per settori di competenza affidati a manager di comprovata esperienza (come, ad esempio: immobiliare, produzione agroalimentare, agricoltura, distribuzione, servizi e ambiente). Certo, la valorizzazione di questo immenso patrimonio non sarebbe da subito disponibile per fronteggiare nell’immediato l’emergenza generata dall’epidemia da Coronavirus ma potrebbe rappresentare una delle risorse strategiche per uscire dalla crisi e rilanciare la nostra economia. Una simile opzione strategica metterebbe d’accordo anche i due orientamenti di pensiero che si fronteggiano da anni sul tema della vendita dei beni confiscati, polarizzandosi tra chi preferisce monetizzare il valore dei beni sequestrati e confiscati con finalità meramente contabili e chi, invece, destina a fini sociali i beni sequestrati e confiscati anche allo scopo di fornire alla collettività un segnale di virtù civica. Destinare il patrimonio confiscato a finalità sociali attraverso un’opzione metodologica più moderna e rispondente alle esigenze economiche del Paese, senza snaturare la finalità sottesa alla destinazione del bene alla società, rifletterebbe l’impostazione che intende valorizzare le potenzialità dell’istituto dell’asset recovery quale strumento di riscatto morale da una parte e l’avvertita necessità di un concreto sviluppo economico legato al riutilizzo dei beni confiscati. Infine, le risorse generate da questa gestione imprenditoriale e manageriale dell’enorme capitale disponibile potrebbero essere utilizzate, nelle diverse forme possibili, nella lotta alle mafie stesse. Questo il pensiero del Gen. Pasquale Preziosa, Presidente dell’Osservatorio permanente Eurispes sulla Sicurezza

Sale del 12,4% il business delle agromafie nel 2018, per un totale di 24,5 miliardi di euro. E’ quanto emerge dal Rapporto Agromafie 2018 Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare. Una rete criminale che incrocia la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita. Il risultato sono la moltiplicazione dei prezzi per i consumatori, i danni di immagine per il Made in Italy e i rischi per la salute con 399 allarmi nel corso dell’anno. Le organizzazioni criminali, evidenzia il Rapporto, hanno cambiato volto, abbandonando l’abito ‘militare’ per vestire il ‘doppiopetto’ e il ‘colletto bianco’; questo per riuscire meglio a gestire il business di quello che il Rapporto definisce ‘mafia 3.0’. Le nuove leve provengono dalle ‘famiglie’ che hanno indirizzato figli, nipoti e parenti a studi universitari e in parte sono il prodotto di un’operazione di arruolamento ben remunerato. Persone colte, preparate e plurilingue, con poteri criminali che si annidano nel percorso che frutta e verdura, carne e pesce, devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani, passando per alcuni grandi mercati di scambio fino alla grande distribuzione. Ma la criminalità colpisce duro anche in campagna. Lo conferma l’impennata di furti di trattori, falciatrici e altri mezzi agricoli, gasolio, rame, prodotti (dai limoni alle nocciole, dall’olio al vino) e animali, con un ritorno dell’abigeato. A questo si aggiungono racket, usura, pascolo abusivo ed estorsione; nelle città invece, i tradizionali fruttivendoli e i fiorai sono quasi scomparsi, sostituiti da egiziani indiani e pakistani che controllano ormai gran parte delle rivendite sul territorio. Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara fa notare che “siamo di fronte a ‘governance multilivello’ sempre più interessate a sviluppare affari in collaborazione che non a combattersi; la prima necessità è aggiornare e potenziare l’attuale normativa in materia agroalimentare che è obsoleta e controproducente, una specie di riffa che premia con l’impunità chi commette gravi malefatte, mentre colpisce duro chi è responsabile di semplici bagatelle”.

In Italia gli “esclusi” dal benessere sono negli ultimi anni aumentati e i ceti medi hanno visto erodere la loro condizione; si è così determinata “una sempre più iniqua distribuzione che fa sì che i pochi ricchi (l’1%) siano sempre più ricchi e beneficino di buona parte dei dividendi dello sviluppo, mentre la società del 99% resta a guardare”. Emerge dall’indagine “Povertà, disuguaglianze e fragilità in Italia”, realizzata da Eurispes e Università Mercatorum. “Si può oggi parlare di una società dei ‘tre terzi'” afferma il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara. “Un terzo – spiega – super garantito da livelli di reddito di gran lunga più elevati di quelli sperimentati nel recente passato, non solo in assoluto, ma anche se confrontati con la media e soprattutto con i redditi più bassi. Al contrario, sopravvive, a stento, il terzo degli esclusi, che non solo non si è ridotto ma che ha visto svanire la propria speranza di riscatto e confermata la condanna all’esclusione. Ma la novità degli ultimi anni è rappresentata oggi dal terzo intermedio che si colloca fra gli altri due, avendo caratteristiche distinte dagli uni e dagli altri. Non gode di particolari privilegi e raccoglie tutti coloro che pensavano che la loro capacità di lavoro, la loro professionalità ed il loro spirito di iniziativa e di intrapresa potessero essere sufficienti a mantenerli o a farli entrare nei due terzi dei fortunati. Ma essi sono diventati tutti a rischio di povertà”. Per Alberto Baldazzi, curatore dell’indagine, “i dati più recenti dimostrano che proprio in Italia gli anni della crisi hanno squilibrato, più che in altri paesi, il quadro della distribuzione della ricchezza e, conseguentemente, ampliato il rischio povertà. Esiste, dunque, una specificità tutta italiana, che ha fatto sì che le disuguaglianze si siano acuite, la qual cosa inevitabilmente contrasta l’ottimismo di chi brinda ai dati in ripresa, e introduce la macabra prospettiva di uno sviluppo senza equità”

Eurispes con il suo 30mo rapporto Italia non solo ci consegna una fotografia puntuale della situazione in cui versa il Paese,un elenco dei vizi e delle virtù italiche, ma individua le tendenze e ci indica un percorso virtuoso da intraprendere, tra molte luci e moltissime ombre. Per il presidente e fondatore di Eurispes, Gian Maria Fara, ‘la mancanza di responsabilità é diventata un elemento distintivo del vivere quotidiano ed il principale comune denominatore di una serie di vicende che hanno caratterizzato la vita pubblica italiana su diversi fronti. Una caduta del senso di responsabilità che dai piani alti della società si trasferisce a livello dei singoli soggetti rendendo sempre più difficile la tenuta degli stessi rapporti sociali e interpersonali’. In questa ottica, secondo Fara ‘continuare a parlare di ‘Sistema Paese’ é ormai improprio. Sarebbe più corretto parlare di Sistema e di Paese, in maniera distinta’. Un elemento che segnala mancanza di coesione e individualismo, un’altra delle tendenze sottolineate nel rapporto Eurispes. ‘Il matrimonio tra Sistema e Paese- spiega Fara – si é sciolto: convivono separati in casa, faticosamente sotto lo stesso tetto, spesso guardandosi in cagnesco, diffidenti l’uno dell’altro, in una atmosfera di freddezza, fra reciproci rimproveri. L’Italia ha molte frecce al suo arco, enormi potenzialità, ma ha grandi difficoltà a trasformare la sua potenza in energia. Un Paese confuso sul piano politico, che ondeggia tra conservazione e cambiamento, tra desiderio di stabilità e spinte populiste, tra ragionevolezza e nichilismo. Si confrontano in questo assetto, due tendenze fondamentali: l’etica della responsabilità e l’etica della convinzione. Ragione contro Fede. Un’etica della responsabilità che impone riflessione, calcolo, capacità previsionale, confronto dei dati e dei mezzi e che sfocia nel metodo democratico nella scelta delle azioni, e dall”altra parte l’etica della convinzione di chi si affida ad una fede qualsivoglia, ad una mera visione di carattere messianico-religioso, interpretata da un capo carismatico, che non può essere messa in discussione se non attraverso un’eresia. Segnali di rispresa ve ne sono, come quello della crescita del Pil e della riduzione del carico fiscale, come quello della crescita dell’occupazione, ma manca un progetto, una visione politica a lungo respiro. Occorrono strategie a lungo termine, serve un’idea di futuro e in quest’ottica permane, nonostante gli scetticismi motivati e la sfiducia, la speranza in una Europa dei popoli, antitetica ad una Europa della finanza e della burocrazia. Alfonso Lo Sardo

Eurispes ha presentato stamane a Palermo presso la Sala Mattarella di Palazzo dei Normanni il 29mo rapporto Italia. ‘Dallo studio – spiega Gian Maria Fara, presidente dell’Istituto di ricerca – emerge l’immagine di un Paese che sembra non voler esercitare nessuno sforzo in direzione del cambiamento. Lo studio conferma, inoltre, che esistono piu’ Italie: una che produce ritardi, lentezze e che non si innova e un’altra che invece traina l’economia, la produzione, i servizi, con fiducia nel futuro e senso del dovere. Ad una Italia chiusa in se stessa se ne contrappone una che resiste e che si impegna: l’Italia dell’accoglienza e del sistema istituzionale, degli imprenditori coraggiosi, l’Italia dell’accoglienza e della solidarieta’ verso i piu’ deboli’. Dalla ricerca Eurispes viene fuori una fotografia del Paese quanto mai nitida: una frammentazione sociale che rende ostili e distanti tra loro le aree geografiche e le fasce generazionali e che produce divisioni anche all’interno dei ceti produttivi. ‘In un Paese sostanzialmente diviso ma dalle enormi potenzialita’ – spiega Fara – occorre una politica che recuperi credibilita’, autorevolezza, consenso e rappresentativita’. Il nostro e’ un Paese che ha registrato un drammatico impoverimento del ceto medio – spina dorsale di ogni democrazia – il blocco della mobilita’ sociale e che non ha saputo redistribuire la ricchezza, con pesanti ripercussioni sul Mezzogiorno del Paese, sempre piu’ distante dal resto d’Italia’. Dal rapporto viene fuori la necessita’ di uno Stato che recuperi il suo ruolo di ‘programmatore e regolatore dello sviluppo’, di una politica che si faccia interprete della concretezza del proprio agire e che sia espressione del territorio, attraverso il sistema elettorale proporzionale e le preferenze, in grado di restituire potere decisionale agli elettori. ‘Un Paese coeso – conclude Fara – non puo’ che impegnarsi per ridurre progressivamente il gap tra Sud e Nord e che riguarda interi settori come quello delle infrastrutture, dei servizi, dell’offerta sanitaria’. Altri dati che emergono nel rapporto Eurispes riguardano le conseguenze di una crisi economica che ha prodotto non solo impoverimento e disoccupazione ma anche una progressiva delegittimazione della politica e quindi delle istituzioni, ritenute inadeguate di fronte alla complessita’ di fenomeni sociali, dinamiche economiche e cambiamento epocali. ‘Una politica che vuole recuperare credibilita’ e autorevolezza- commenta Fara – deve essere in grado di governare tali processi, piuttosto che subirli’

Eurispes, istituto nazionale di studi politici economici e sociali, presentera’ martedi 16 maggio 2017 a Palermo alle ore 10.30 presso Palazzo dei Normanni (Sala Mattarella, gia’ Sala Gialla) il 29esimo Rapporto Italia-2017, con particolare riferimento alla situazione del Sud Italia. Tra i relatori, gli onorevoli Teresa Piccione e Francesco Saverio Romano, Nicola Piazza- presidente del Comitato scientifico Eurispes Sicilia, Alessandro Albanese – presidente di Confindustria Palermo, Luca Danese consigliere Eurispes. Il presidente di Eurispes, Gian Maria Fara, presentera’ i risultati del rapporto. Indrodurra’ e moderera’ il dibattito, Marco Romano, Vicedirettore responsabile del Giornale di Sicilia.