Editoriale

E’ importante saper vincere ma anche e soprattutto imparare a perdere. E’ questo il pensiero che mi viene alla mente dopo aver visto la reazione dello scacchista norvegese Magnus Carlsen – campione del mondo dal 2013 al 2023 – dopo la sconfitta subita dall’indiano Gukesh Dommaraju. Una sconfitta imprevista, visto il livello dei due giocatori, e considerata la situazione della partita, con una situazione di evidente vantaggio per Carlsen che ha reagito in malo modo, sbattendo i pugni sulla scacchiera e mostrando tutta la sua ira. Sono queste le situazioni che distinguono un vero campione da uno che non sa gestire le sconfitte. Gli scacchi sono considerati lo sport più crudele del mondo perché a scontrarsi sono due intelligenze. Saper affrontare l’imprevisto di una sconfitta, la delusione per una vittoria che sembrava a portata di mano, non é da tutti. Un vero campione sa che la sconfitta e il successo sono due impostori, come ben sapeva Rudyard Kipling. Carlsen ha reagisto con un gesto di stizza dopo aver perso in maniera del tutto inaspettata una partita che stava vincendo contro il giovanissimo Gukesh Dommaraju, 19 anni, indiano, diventato numero uno al mondo nel dicembre scorso ai campionati ai quali Carlsen non aveva partecipato. L’ex campione, noto per il suo autocontrollo in gara, stavolta ha reagito sbattendo il pugno sul tavolo e rovesciando i pezzi sulla scacchiera. Subito dopo, comunque, si è ripreso e ha stretto la mano all’avversario. Uno spettacolo indecoroso che avremmo preferito non vedere anche perchè il gioco degli scacchi si é sempre contraddistinto per una sua eleganza e compostezza. In questo caso, il vincitore Gukesh ha invece dimostrato tutto il suo fair play commentando cosi l’accaduto ‘ 99 volte su 100 avrei perso quella partita. Sono stato molto fortunato’. Ecco un esempio di rara sportività e di umiltà.

Uno studio di Noto sondaggi per il Sole24ore che accende i riflettori sul mondo giovanile e che registra un malessere diffuso. Il trend che riguarda sempre più giovani è quello del sostanziale rifiuto di tutto ciò che è pubblico e che ha carattere sociale e politico. Le incognite che pesano su un futuro sempre più incerto e indecifrabile sono quelle del lavoro, della crisi climatica e dell’economia. La politica resta un miraggio, una cosa lontana: il 52% dei nostri giovani non andrebbe a votare in caso di elezioni. S impone la centralità della dimensione individuale, alimentato anche dal sentimento di una esclusione sociale: un giovane su cinque si sente escluso dalla società. Versa in condizioni migliori, contrariamente alle aspettative, la famiglia: il 54% dei giovani la considera ancora un riferimento, un posto in cui rifugiarsi. In peggiori condizioni la dimensione relazionale e sociale: perde di interesse per il 55% degli intervistati. Emerge un dato: nonostante l’alto livello di interconnessione e la dipendenza dalla tecnologia, solo il 17% dei giovani vive il proprio isolamento sui social media che restano una fonte di informazione ma che non li toglie da una solitudine esistenziale e comunicativa. Una dimensione già sottolineata negli ultimi anni dal crescente fenomeno dell’hikikomori, l’isolamento sociale volontario emerso negli anni Novanta in Giappone, letteralmente lo ‘stare in disparte’ di quelle persone ‘colpite da una sindrome che induce a chiudersi nella propria stanza senza mai uscirne’. Un fenomeno che per certi versi può essere accostato a quello dei NEET (not engaged in education, employment or training), gli inattivi: le persone che in un dato periodo della loro vita non lavorano, non studiano né si formano. Una fotografia sociale che impone delle domande e soprattutto delle risposte.

Da mesi si discute dell’opportunità, della legittimità, della costituzionalità relativa alla riforma che il governo Meloni si avvia a operare sulla cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati per quello che attiene la loro funzione giudicante e requirente. I due schieramenti – partiti a sostegno del governo da una parte, organismi rappresentativi della magistratura e opposizione politica dall’altra si sono battuti con argomentazioni e dispute giuridiche, illustrando i benefici gli uni, paventando i pericoli gli altri. Ebbene, viene da chiedersi, in questa querelle, quale sarebbe il vantaggio che i cittadini, gli utenti del servizio essenziale dell’amministrazione della giustizia ne avrebbero. Ebbene,è plausibile che un cittadino preferisca una distinzione netta dei ruoli e delle funzioni. Del resto, sarebbe questa la naturale conclusione dell’evoluzione del processo penale in senso accusatorio: un giudice terzo e la parità sostanziale e non solo formale tra difesa e accusa. Dovrebbe essere questo, secondo un principio di buonsenso, l’interesse per il cittadino, a prescindere dalle strumentalizzazioni politiche e dalle convenienze di parte.

‘Vivo un malessere, mi sentivo un estraneo’. Queste le parole del reo confesso che, a diciassette anni ha ucciso a coltellate il padre, la madre e il fratello a Paderno Dugnano, nel Milanese. Ha pianto a lungo, incredulo dinnanzi al suo misfatto. Ora si trova presso il centro di prima accoglienza del Beccaria di Milano, in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto. Non ci sarebbe un vero movente, stando a quanto hanno riferito i magistrati che si stanno occupando del caso. Riferiscono, inoltre, che questo pensiero omicida lo attanagliava da giorni. Il dettaglio sarebbe questo: ha prima accoltellato il fratellino nella loro stanza, subito dopo la madre accorsa per le urla del secondogenito, quindi il padre, alle spalle. Lo hanno trovato seduto su un muretto, calmo. Davanti a lui, per terra, il grosso coltello da cucina, arma del reato. Saranno eseguite nei prossimi giorni le perizie psicologiche e psichiatriche. Resta lo sdegno, restano le domande e la tragedia di una famiglia che oggi non esiste più. Le ipotesi restano tutte aperte, come i quesiti e i primi responsi sui social media, di chi dà la colpa di questo disagio giovanile alla società, alla scuola, agli smartphone, ai genitori che non sanno più fare il loro difficilissimo mestiere, al mondo virtuale che ha privato i ragazzi di oggi della realtà vera, dalla quale in molti vogliono sfuggire, nei modi più illogici e crudeli.

Trump giudicato colpevole, di tutti e 34 i capi d’imputazione. Con un verdetto che creerà polemiche per mesi una giuria di Manhattan, al termine di due giorni di camera di consiglio, lo ha condannato nello scandalo Stormy Daniels. Trump diventa così il primo ex presidente americano condannato in un processo penale e anche il primo candidato presidenziale a correre adesso per la Casa Bianca nei panni di pregiudicato. Il verdetto, per la legge americana, non gli impedisce di essere candidato né, se uscisse vittorioso dal voto di novembre, di tornare alla presidenza.
La pena, che sarà stabilita in un’udienza successiva fissata per l’11 luglio, può variare da un massimo di 4 anni di carcere alla libertà vigilata, dagli arresti domiciliari fino ad una semplice multa. Un ricorso in appello da parte di Trump è inoltre certo e potrebbe prolungare l’iter della vicenda anche di anni, prima che venga risolta in modo definitivo. Nel frattempo il tribunale potrebbe sospendere l’applicazione di ogni sentenza. Gli avvocati difensori dovrebbero chiedere un rinvio già della data per la decisione sulla pena, che cade alla vigilia della Convention repubblicana di metà luglio che dovrebbe ufficialmente nominare Trump candidato del partito a novembre.
Il clima dopo il verdetto si è subito scaldato. Trump ha reagito denunciando il processo contro di lui, durato quattro settimane, come un procedimento “truccato” e come una “disgrazia”, gestito da un magistrato, il giudice Juan Merchan, che ha apostrofato come “corrotto”. Il Presidente democratico in carica e suo probabile avversario al voto di novembre, Joe Biden,in una email ai sostenitori, ha invece rimarcato: “C’è un solo modo per tenere Donald Trump fuori dalla Casa Bianca: le urne”.
Il procuratore distrettuale di Manhattan che portato avanti il caso, Alvin Bragg, ha da parte sua affermato che tra le polemiche “la giuria ha parlato e la sua voce è l’unica che conta”. Il procuratore distrettuale che ha guidato la pubblica accusa, Alvin Bragg, ha risposto che il processo dimostra che nessuno è sopra la legge e che l’unica voce che conta è quella della giuria. Trump, ha detto, è stato alla fine trovato colpevole di uno schema per corrompere le elezioni del 2016.
Trump era accusato di truffa e falsificazione di documenti e contabilità al fine di occultare pagamenti ad una pornostar, Daniels, che aveva minacciato di rendere pubblica la storia di una sua relazione extraconiugale con il magnate, avvenuta sei anni prima, alla vigilia delle elezioni del 2016. Trump, nella ricostruzione della pubblica accusa, temeva che le rivelazioni potessero costargli la chance di una elezione alla Casa Bianca (poi avvenuta). Di conseguenza istruì il suo ex faccendiere Michael Cohen di pagare 130.000 dollari alla Daniels, soldi che successivamente rimborsò a Cohen riportando falsamente quei versamenti sotto forma di spese legali. Cohen, che ha da tempo rotto con Trump, è stato il teste chiave dell’accusa durante il processo, nonostante gli sforzi della difesa di screditarlo come un bugiardo. L’accusa ha anche potuto far leva su prove della falsa documentazione dei rimborsi. Ha tirato le fila della sua tesi accusando Trump di una cospirazione con l’obiettivo di manipolare l’esito elettorale.
I dodici giurati, prima di esprimersi all’unanimità, hanno chiesto di riascoltare alcune parti delle testimonianze, a cominciare da quella di Cohen ma anche le parole dell’editore di destra David Pecker, che ha ammesso l’esistenza di una articolata strategia per aiutare Trump comprando e occultando storie potenzialmente dannose per la sua campagna, tra le quali altre tresche sentimentali al di là dell’affaire con Daniels. Trump ha sempre negato ogni addebito.
Resta ora da verificare soprattutto l’impatto politico del verdetto: alcune fasce di elettori hanno indicato che una condanna potrebbe spingerli ad abbandonare Trump alle urne. Secondo alcune analisi questo gruppo potrebbe rappresentare il 6% degli elettori ed essere decisivo in stati incerti e cruciali per il successo nella corsa alla Casa Bianca. Finora gli scandali non hanno però scalfito la sua popolarità nei sondaggi, tutt’altro, e molti osservatori e analisti politici sono convinti che questo verdetto di colpevolezza possa essere decisivo per la sua vittoria alle Presidenziali, facendolo sembrare un verdetto politico e conferendo a Donald lo status di vittima del sistema di potere che lo avversa politicamente.

Non passa giorno che non si verifichino gaffe, smentite, asserzioni strampalate, incidenti diplomatici a causa di affermazioni fuori luogo e lesive dell’onore o della dignità delle persone quando non anche del buon senso e della decenza. Nell’epoca della comunicazione globale e in tempo reale, proliferano i casi di sproloqui e di offese gratuite causate dalla smania di una moltitudine di persone che aprono bocca non curandosi minimamente di riflettere per un attimo alle conseguenze e alle possibili ripercussioni delle parole proferite. Non si salva quasi nessuno: né chi ha studiato né chi non ha avuto questa fortuna. Non si salvano i politici né alcuni opinionisti e magistrati, professori universitari, presentatori televisivi, attori, artisti, stilisti, giornalisti, docenti e discenti, uomini e donne. Una vera e propria epidemia. Basterebbe – diranno i più – pensare anche solo un minuto a ciò che si sta per dire, se sia offensivo nei confronti di qualcuno, se sia opportuno dire sempre ciò che si pensa quando sarebbe sufficiente pensare a ciò che si sta per dire. Niente. Non si salvano che in pochi. E si appellano alla libertà di espressione come se ci fosse qualcuno che volesse scippargliela. Incuranti del fatto che anche stare in silenzio é libertà di esprimersi.

Il calcio e altre discipline sportive ci hanno abituato, ad intervalli regolari, a vittorie e successi internazionali. Con il tennis é stata tutta un’altra storia. Sarà perché si tratta di uno sport individuale o perché di grandi talenti ne nascono uno ogni cinquant’anni. Di fatto, l’ultima vittoria di un italiano in un torneo del grande slam risale al 1976 con Adriano Panatta che si impose al Roland Garros. Da allora, più niente. E’ per questo che la vittoria di Jannik Sinner agli Internazionali di Australia assume una forza e un significato di alto valore. Se poi consideriamo che il giovane altoatesino aveva perso i primi due set che ha ribaltato la situazione aggiudicandosi gli altri tre set consecutivi, si capisce bene come questo successo non possa che configurarsi con gli elementi dell’unicità. Non possono che essere menzionati l’umiltà del giocatore, la sua semplicità, la sua simpatia e una eleganza dentro e fuori dal campo che ne aumentano ancor di più il fascino. Chapeau

Non vi sono elementi che possano, ad oggi, autorizzare ottimismi e visioni più o meno serene per il 2024. I conflitti che non accennano a scemare – russo-ucraino e israelo-palestinese su tutti – le incertezze sul piano economico e sociale, il divario sempre crescente tra povertà e ricchezza, l’incapacità di un governo mondiale, i fenomeni migratori sempre più pervasivi, le baruffe sul cambiamento climatico, gli scenari di un nuovo ordine mondiale che tendono a sconvolgere gli assetti conosciuti, sono tutti fattori che non lasciano ben sperare. Emerge chiaramente un fallimento generale della politica e della diplomazia, a tutto vantaggio di una finanza sempre più globalizzata che fa sentire i suoi morsi, il suo potere, l’inesorabilità dei suoi ritmi. Dinnanzi a tutto questo, l’Unione europea arranca, tra sovranismi che vogliono metterla in discussione e tensioni nazionalistiche che fanno sentire la propria voce. Gli States, dal canto loro, si preparano alle elezioni presidenziali che non lasciano intravedere all’orizzonte nessuno statista degno di questo nome, nè sul fronte democratico nè su quello repubblicano. India, Corea del Nord, Cina, Turchia, Russia, Brasile, alzano la voce per prepararsi a nuovi protagonismi. L’Africa, dilaniata da mille guerre e da una eterogeneità complessa, resta l’incognita per il futuro del pianeta. Assistiamo, pertanto, ad un disordine mondiale, con poche certezze, tanta instabilità e fiumi di sangue che scorrono e che nessuno riesce ad arrestare.

Si è spento all’età di 86 anni Silvio Berlusconi, un grande imprenditore italiano, inventore del centrodestra nel Paese. Personaggio amato e odiato, di grande creatività e simpatia, anticipatore di tendenze e grande uomo del fare. Silvio Berlusconi ha caratterizzato un’epoca, testimoniando intraprendenza, slancio, coraggio, forza. Immobiliarista, costruttore, imprenditore tv, grande comunicatore, seduttore incallito, politico oltre gli schemi e sopra le righe, nemico della sinistra e del comunismo, di principi liberali e liberisti. Ma Silvio Berlusconi é stato anche il bersaglio di certa sinistra con tutto quello che le é sempre girato attorno. Il Cavaliere, come é stato sempre soprannominato, ha rappresentato nel bene e nel male l’italianità, la sua umanità, la sua generosità. E’ inimmaginabile pensarlo in un paese che non fosse il nostro, e che lo ha amato e vilipeso, apprezzato e osteggiato. In perfetto stile italico. Guelfi e ghibellini, berlusconiani o antiberlusconiani, appunto. Emerge comunque la consapevolezza che con la sua dipartita si chiuda un’epoca. E questo succede solo con le grande personalità.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dimostra ancora una volta il suo grande senso dello Stato e la sua fortissima sensibilità istituzionale. La presenza all’apertura del Festival canoro più importante del mondo assume un grande significato nella prospettiva di una unità che rimane il valore più importante per la tenuta sociale dell’Italia. Non mancano in questa congiuntura gli elementi di rischio nel segno di una frammentazione tra le varie regioni. La difficile congiuntura dovuta a incertezze nell’economia, nell’occupazione e nella produzione, legate a fattori esterni come il conflitto russo-ucraino e alla crisi energetica, il ritorno della guerra fredda tra le grandi potenze mondiali, l’euroscetticismo legato agli scandali di Bruxelles, sono tutti fattori di destabilizzazione che non lasciano presagire nulla di buono. Ebbene, in questo contesto, il primo messaggio che le istituzioni non possono che far pervenire, é quello di essere una comunità che affronterà queste emergenze nella massima unità e condivisione, nella consapevolezza di essere un grande Paese che ha risorse immense e che, nei momenti, difficili, rivela generosità e coraggio. La presenza del capo dello Stato in una manifestazione popolare come é sempre stato il festival di Sanremo, questo vuol dire: sebbene nelle differenze e nel pluralismo, nei contrasti e nelle divergenze, siamo un’unica cosa e il nostro destino non può che essere comune.