Editoriale

Il caso della professoressa di Italiano Rosa Maria Dell’Aria, dell’istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, sospesa per due settimane dall’Ufficio scolastico provinciale per un video in cui si confrontavano le leggi razziali al decreto sicurezza voluto da Salvini è emblematico dello spirito del tempo in questa nostra Italia, della strategia e della filosofia dell’autoritarismo che serpeggiano e che vogliono imbavagliare il libero pensiero, la pubblica opinione che contrasta con i dogmi del potere, la stampa non di regime, il respiro stesso dell’opposizione e delle minoranze di tutti i generi. Se da un lato è inquietante constatare lo strisciante conformismo al quale ci si dovrebbe conformare, dall’altro è consolatorio assistere a fenomeni vari di resistenza a tutte queste forme di abusi e di violenze che vengono perpetrati ai danni di chi non ha voce e strumenti per farla sentire. I professori e i giornalisti liberi sono custodi della civiltà e della democrazia, del confronto e del dialogo, del diritto di critica e di parola. Sono formatori ed educatori. A loro ma non soltanto a loro, il compito di difendere tutto ciò che abbiamo faticosamente conquistato e che oggi è a rischio.

Costretto per motivi familiari a seguire per un anno e passa le alquanto banali e noiose puntate di Non è l’Arena su La7 e quindi le gesta di un collega che non stimo affatto, Massimo Giletti, alle prese con le tre sorelle Napoli, presunte vittime di intimidazioni mafiose in quel di Mezzojuso, ho sperato e spero ancora che la puntata finale, in diretta, dalla piazza del centro nel Palermitano segni la fine di questa indecente e incresciosa telenovela che ha avuto il solo merito di far capire come non deve essere affrontato il tema della mafia e dell’antimafia in televisione. Tutti gli errori che era possibile commettere,infatti, il masaniello catodico delle cause perse, Giletti, li ha commessi, in fila, uno per uno: confondere vittime con carnefici, criminalizzare e infamare una comunità, far di tutta l’erba un fascio, spettacolarizzare il Nulla ed elevarlo a categoria dell’anima, portare al rango di commentatori-opinionisti personaggi che non avevano niente da dire e che lo dicevano malissimo, alimentare odi meschini, vendette e gelosie, ‘mascariamenti’ alla vigilia della messa in onda settimanale e tutto il campionario dell’antimafia di chi la fa per mestiere, per share e per quindici minuti di notorietà. Resta un fatto: il sindaco di Mezzojuso, Salvatore Giardina, è una brava persona che è entrata in un gioco molto più grande di lui e che in alcuni casi si è fatto prendere la mano. Ma quando una tv prende di mira, solo per questioni di ascolti, una persona o un intero paese, la cosa migliore che le vittime predestinate possono fare è astenersi, non partecipare, ignorare per non legittimare. Giletti e la sua trasmissione erano alla ricerca di un ‘colpevole’, come in tutti i processi che si celebrano in televisione. Il primo cittadino e Mezzojuso servivano solo a questo: assumere le sembianze dell’imputato in attesa del giudizio pronunciato dai telespettatori. Speriamo sia finita, in tutti i sensi, ma non lo credo affatto.

Non ci possono essere dubbi: le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo previste per il 26 maggio 2019 rappresentano un momento decisivo per il futuro prossimo venturo. Si tratta di un appuntamento elettorale che assume un significato ancora più importante di quello intrinseco, per il significato politico che i suoi risultati non potranno che avere. Al di là delle appartenenze ideologiche e partitiche, la vera sfida è tra coloro che continuano a credere nella funzione sociale, culturale, economica e di garanzia delle libertà che l’Unione, con tutti i suoi difetti e le sue lacune, assolve e tra quelli che vogliono accedervi per metterla in discussione se non per disgregarla. Da una parte l’Internazionale sovranista che ha fatto del populismo e della demagogia, dell’odio sociale e della paura i suoi strumenti e dall’altra le forze politiche europeiste, popolari e liberali. La scelta che i cittadini europei dovranno in ultima analisi compiere non potrà che rispondere a questa discriminante che prevale su tutte le altre considerazioni. E’ per questo che queste Europee sono diverse da tutte le altre. Perché si decide del futuro del continente, delle sue aspettative di libertà, di prosperità, di pace e di sviluppo per i prossimi decenni.

La Camera ha approvato all’unanimità, con 461 voti, l’emendamento al disegno di legge ‘codice rosso’ che introduce il reato di revenge porn (vendetta porno), dopo che è stato raggiunto l’accordo tra maggioranza e opposizione. Sulla norma, che vieta la diffusione di video hard a fini ricattatori, la settimana scorsa si era registrato uno scontro in Aula, dopo la presentazione del relativo emendamento da parte di Federica Zanella, di Forza Italia, con rinvio dell’esame del disegno di legge ‘codice rosso’, in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. In base al testo proposto dalla commissione, “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro”. La stessa pena si applica a chi, “avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento. La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici”. “La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale”. Si procede tuttavia d’ufficio quando i fatti sono commessi nei riguardi di persona in stato di inferiorità fisica o psichica o di una donna in gravidanza, “nonché quando il fatto è commesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”. Il Parlamento in questo caso ha dimostrato di sapere stare sul pezzo, giudicando reato una condotta odiosa che ha contraddistinto gli ultimi tempi per la sua frequenza e diffusione.

L’umiliazione che ha dovuto subire il cantante Riccardo Fogli nel corso di una puntata della trasmissione ‘L’Isola dei Famosi’ rappresenta uno dei momenti di massima volgarità e disumanità della moderna televisione nazionale. Esistono delle precise responsabilità che, nella fattispecie, sono state accertate e sanzionate. Rimane il fatto che una struttura di rete televisiva ha permesso che una persona come Fabrizio Corona potesse dare del ‘cornuto’ e del ‘vecchio’ a un uomo come Riccardo Fogli, visibilmente provato per l’esperienza e per la confessione, più o meno veritiera del pregiudicato Corona. In un sistema nel quale i profitti pubblicitari e le carriere televisive vengono decise dall’audience, vi è chi disposto a tutto per ottenere i numeri più alti e, se per far questo, occorre solleticare gli istinti più bassi e le raggiungere le derive più ignobili, si può scommettere che vi sarà chi è disposto a farsene strumento. Invitare certi personaggi in televisione vuol dire inseguire la lite e fomentarla, significa aizzare le paure e accarezzare i pruriti e le voglie più scandalose. Le responsabilità vanno distribuite equamente tra chi organizza questo genere di tv, chi vi partecipa e chi se ne fa spettatore.

Si può essere favorevoli o contrari allo strumento delle primarie per l’indicazione del leader di un partito. Si può essere di uno schieramento antitetico a quello della sinistra. E Nicola Zingaretti può anche suscitare le dovute perplessità o antipatie, ma l’affluenza di quasi due milioni di cittadini alle primarie del Pd é una notizia bellissima per la politica che non si riconosce nella demagogia populista e nella ostentazione della incompetenza e della improvvisazione al potere. ll governo gialloverde e, soprattutto il Paese, da oggi possono contare su una opposizione organizzata e che si è scelta un leader. E Zingaretti ha proprio detto di voler essere un leader e non un capo. Non sono sfumature. La cultura dell’uomo solo al comando appartiene ad altre logiche e ad altre visioni. La politica deve ritornare alle forme e ai contenuti. Le une e gli altri sono essenziali. C’é bisogno di moderazione, di rispetto, di pace sociale, di concordia e di unità del Paese. Tutte cose che la Lega da una parte e la setta del M5S dall’altra, ignorano.

Un magistrato in servizio nella Procura di Enna, Giovanni Romano, di 39 anni, è morto in un incidente stradale mortale avvenuto sull’autostrada Palermo-Catania, nei pressi dello svincolo di Tremonzelli. Un camion che trasportava surgelati prima ha travolto l’auto del magistrato, poi è precipitato da un viadotto. L’autista del mezzo pesante è rimasto leggermente ferito mentre per il conducente della vettura non c’è stato nulla da fare. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 con l’elisoccorso e due ambulanze. Le indagini sono condotte dalla polizia stradale. Il magistrato lascia la moglie e un figlio in tenera età. Questa la cronaca. Poi c’è la vita, perché aa strada si porta via un uomo nel pieno del suo percorso. E, con esso, i suoi progetti, il suo amore per la vita, il suo futuro. Piangono i suoi affetti più cari. La sicurezza sulle strade dovrebbe essere una priorità per tutti. Siamo ben lontani dal traguardo. Muoiono a migliaia, ogni anno. Ricordiamocene ogni qual volta ci mettiamo al volante o al manubrio. La prudenza non é mai troppa. Giovanni Romano, riposa in pace. Alla famiglia le condoglianza di 10notizie.it

Sale del 12,4% il business delle agromafie nel 2018, per un totale di 24,5 miliardi di euro. E’ quanto emerge dal Rapporto Agromafie 2018 Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare. Una rete criminale che incrocia la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita. Il risultato sono la moltiplicazione dei prezzi per i consumatori, i danni di immagine per il Made in Italy e i rischi per la salute con 399 allarmi nel corso dell’anno. Le organizzazioni criminali, evidenzia il Rapporto, hanno cambiato volto, abbandonando l’abito ‘militare’ per vestire il ‘doppiopetto’ e il ‘colletto bianco’; questo per riuscire meglio a gestire il business di quello che il Rapporto definisce ‘mafia 3.0’. Le nuove leve provengono dalle ‘famiglie’ che hanno indirizzato figli, nipoti e parenti a studi universitari e in parte sono il prodotto di un’operazione di arruolamento ben remunerato. Persone colte, preparate e plurilingue, con poteri criminali che si annidano nel percorso che frutta e verdura, carne e pesce, devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani, passando per alcuni grandi mercati di scambio fino alla grande distribuzione. Ma la criminalità colpisce duro anche in campagna. Lo conferma l’impennata di furti di trattori, falciatrici e altri mezzi agricoli, gasolio, rame, prodotti (dai limoni alle nocciole, dall’olio al vino) e animali, con un ritorno dell’abigeato. A questo si aggiungono racket, usura, pascolo abusivo ed estorsione; nelle città invece, i tradizionali fruttivendoli e i fiorai sono quasi scomparsi, sostituiti da egiziani indiani e pakistani che controllano ormai gran parte delle rivendite sul territorio. Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara fa notare che “siamo di fronte a ‘governance multilivello’ sempre più interessate a sviluppare affari in collaborazione che non a combattersi; la prima necessità è aggiornare e potenziare l’attuale normativa in materia agroalimentare che è obsoleta e controproducente, una specie di riffa che premia con l’impunità chi commette gravi malefatte, mentre colpisce duro chi è responsabile di semplici bagatelle”.

La vittoria del cantante Mahmood nell’ultima edizione del Festival di Sanremo ha giustamente sollevato polemiche e reazioni violente. A quanto pare, il responso del pubblico é stato sovvertito da quello della giuria degli esperti. La commistione dei due sistemi non ha alcun senso. Il giudizio degli italiani attraverso televoto risponde essenzialmente alle emozioni, al gusto, alla simpatia, alla performance dell’artista. Il voto degli esperti, invece, é più tecnico e prende in esame aspetti che poco hanno a che vedere con la melodia, con l’orecchiabilità del brano, con il suoi testo. La direzione artistica del Festival dovrebbe fare una scelta di campo, conferendo la responsabilità della vittoria ad una delle due giurie. Gioverebbe alla chiarezza e alla trasparenza dell’esito e alla credibilità di una manifestazione che é patrimonio comune di questo Paese

E’ forse un reato pubblicare l’ultima fatica letteraria di Fabrizio Corona? No. E’ forse un reato leggere questo testo? No. Siamo in un regime di piena libertà editoriale. E allora, quale sarebbe la questione? Non c’é. Il fatto che ‘Non mi avete fatto niente’, il romanzo autobiografico di Corona edito da Mondadori Electa, sia in testa alle vendite su Amazon é un dato che non sorprende ma che può servire per capire in che direzione procede certa editoria e certe preferenze dei lettori-consumatori. Fabrizio Corona é un marchio, un brand: non sa fare niente e lo sa fare pure male. Ma é riuscito a fare soldi. Come? E’ il figlio e il risultato di scandali, di fake news, di gossip e di un modo trash di fare audience e spettacolo. Lui ha capito che oggi, l’unica regola per fare i danari e per avere notorietà é andare oltre, scandalizzare, stare sulla cresta dell’onda, far parlare di sé, prolungare più che si può e in ogni modo i 15 minuti di celebrità che spetterebbero ad ognuno di noi. Che si parli male di me, diceva qualcuno, purché se ne parli. Che sia un libro, un sapone, una marca di slip, un detersivo, un’aspirapolvere, per Fabrizio Corona é solo un dettaglio. Un certo pubblico vuole accaparrarsi frammenti di un brand di successo al cui successo ha contribuito, inconsapevolmente, esso stesso. Chi pubblica il libro di Fabrizio Corona pensiamo non abbia alcun interesse per la trama, per i contenuti, per la forma, per il messaggio del testo. L’obiettivo è solo quello di vendere un prodotto – e mai termine fu più appropriato – di successo ad una platea che, di Corona, comprerebbe qualsiasi cosa, il suo profumo, un accappatoio da lui firmato, una cravatta con la sua foto. Mi si chiederà come possa io esprimere un giudizio senza aver letto il libro. In realtà ho letto sui social media la prima pagina del capitolo ‘Fighe’ il cui disvalore letterario e la cui pochezza artistica, pornografica e umana che traspaiono sono perfettamente coerenti con il personaggio e con il suo modo di essere. Elementi che mi hanno fatto inorridire a tal punto da farmi ricordare la casa editrice Mondadori Electa che, personalmente, eviterò con cura. Perché la cosa grave non é solo che certi libri ci sia chi li legge ma che vi sia chi li pubblica.