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Dal World Trade Center di Algeri buone notizie per il mondo imprenditoriale. Il Wtc è pronto ad “accogliere e accompagnare le imprese italiane ad investire in Algeria”. Lo ha detto a Napoli il presidente del Wtc di Algeri, Ahmed Tibaoui, durante il Business Summit tra Italia e Algeria, secondo quanto riporta l’agenzia Nova.
“L’incontro economico di oggi si tiene in un contesto di riforme attuate in Algeria – ha detto Tibaoui – L’economia algerina conosce varie trasformazioni fondamentali per poter restare in un’economia di mercato, modellato in modo da poter prosperare e evolvere, quindi ha avviato nuovi mezzi per ridurre la pressione fiscale, modernizzare l’amministrazione, favorire la competitivita’ tra l’Algeria e i paesi esteri”. E ha osservato, in un passaggio del suo intervento: “Oggi il settore privato algerino rappresenta l’80 per cento del valore aggiunto ed e’ presente nell’economia nazionale. L’Algeria e’ un attore essenziale per scambi commerciali, abbiamo firmato un accordo con l’Unione europea per realizzare una zona di libero scambio dopo il 2021. La zona di libero scambio africana andra’ a creare un nuovo ambiente e opportunita’ per esportare verso i paesi arabi a tasso zero”. Ha aggiunto il presidente del Wtc: “Offriamo la disponibilita’ dell’Algeria in modo che si possano avere piu’ imprese italiane in quanto attualmente investono poco nel nostro paese. Altri paesi lo fanno di piu’, soprattutto nel settore degli idrocarburi. La nostra convenzione che e’ il partenariato tra Italia e Algeria si puo’ sviluppare di piu’ se si organizza un contatto diretto tra le nostre imprese”.

Migliorare i sistemi produttivi per rafforzare la fiducia nella ‘casa europea’. Questa la visione che la Confindustria italiana e quella tedesca Bdi hanno portato al Parlamento di Bruxelles in un dibattito sul futuro della politica di coesione dopo la Brexit.
Per le associazioni degli imprenditori dei due Paesi la fiducia nel progetto europeo potra’ essere rafforzato attraverso azioni di rilancio della competitivita’ dei sistemi produttivi, con un migliore impiego dei fondi della Politica di Coesione, con l’incremento tra l’altro degli investimenti e il maggior sostegno alle imprese. Ai colloqui con Confindustria e Bdi si e’ aggiunta la scorsa settimana anche la Confindustria francese.

Faremo una battaglia in Europa, perche’ crediamo che questo sia un tema politico e non tecnico. Dobbiamo imparare che sulla questione delle banche e’ una questione politica, altrimenti ci ritroviamo come nella situazione del bail-in”. Cosi il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, intervistato a Night Tabloid, il programma in onda questa sera in seconda serata su Rai2, parlando delle nuove linee guida in materia di Npl. “Si rischia in particolare di colpire le Pmi. E’ un paradosso – aggiunge – perche’ mentre da un lato la Bce sta facendo una manovra di immissione massiccia di liquidita’, dall’altro le regole sul credito si restringono”.

Dall’inizio del 2017 le imprese italiane hanno chiesto meno credito rispetto allo stesso periodo del 2016. La rilevazione è del Barometro Crif.
In particolare, lo studio mette in evidenza che le rilevazioni del primo trimestre 2017, elaborate da Crif, sul numero di interrogazioni relative a richieste di valutazione e rivalutazione dei crediti presentate dalle imprese italiane aprono l’anno con un segno negativo, seppur lieve, pari a -1,0% rispetto allo stesso trimestre 2016. Crif Si arresta, quindi, il trend di crescita costante che aveva caratterizzato i 7 trimestri precedenti. I primi tre mesi dell’anno in corso hanno visto, a paragone con lo stesso periodo del 2016, una dinamica pressoché similare per entrambi i comparti, con un calo leggermente superiore da parte delle imprese individuali (-1,4%) rispetto alle società di capitali (-0,6%).
“Il dato relativo ai primi tre mesi del 2017 interrompe il trend di crescita di richieste di finanziamento da parte delle imprese italiane registrato negli ultimi 7 trimestri. Questa dinamica si associa anche al calo complessivo dei valori medi richiesti – spiega Simone Capecchi, Executive Director di Crif – Le aziende di credito dovrebbero continuare a stimolare la domanda di finanziamento introducendo, ad esempio, nuove proposizioni commerciali, considerato il persistere dello scenario favorevole del costo del denaro e del basso prezzo delle materie prime. Il tutto inserito in un quadro di netto miglioramento della rischiosità creditizia media delle imprese italiane”.
Un altro dato che emerge dall’ultimo aggiornamento trimestrale del Barometro Crif è il leggero calo dell’importo medio richiesto: nel primo trimestre dell’anno, infatti, nell’aggregato di imprese individuali e società di capitali si è attestato a 78.525 euro, con un calo del -1,7% rispetto allo stesso trimestre del 2016. Entrando nel dettaglio, le imprese individuali hanno mediamente richiesto 34.582 euro con una crescita del +3,0% che compensa il calo del -3,0% degli importi richiesti dalle società di capitali, che si attestano a 109.303 euro.

Secondo una analisi di CRIBIS, societa’ del Gruppo CRIF specializzata nella business information, la Sicilia e’ una delle regioni italiane con minor concentrazione di imprese affidabili dal punto di vista delle relazioni commerciali. Con una percentuale del 3,58% – contro un media italiana del 7,60% – la Sicilia si posiziona nella parte bassa della classifica delle regioni piu’ virtuose del Paese e quinta nella graduatoria di quelle appartenenti all’area del sud e delle isole. Peggio hanno fatto soltanto Puglia (3,29%), Calabria (2,90%) e Campania (2,35%). “Dati, quelli siciliani – si legge in una nota -, che mettono in luce le difficolta’ economiche che molte imprese devono ancora affrontare per poter migliorare finanziariamente e proporsi come partner ideali per fare affari”. Le imprese siciliane con il piu’ grande grado di affidabilita’ sono localizzate a Ragusa, fondate prima del 1951, di grandi dimensioni e operanti nel settore dei servizi finanziari. Decisamente meno sicure commercialmente invece le realta’ di piccole dimensioni, localizzate a Caltanissetta e attive nel settore dell’edilizia.

A dicembre 2016 migliora il clima di fiducia dei consumatori, mentre peggiora quello delle imprese. L’indice dei consumatori, rileva l’Istat, sale da 108,1 a 111,1, con progressi diffusi a tutte le componenti della fiducia, che torna sul livello di luglio 2016. L’indice composito del clima delle imprese Iesi scende, invece, da 101,4 a 100,3. Le dinamiche settoriali sono diversificate. Peggiora, infatti, la fiducia nei servizi e nelle costruzioni, cresce nella manifattura e nel commercio al dettaglio. Per quanto riguarda i consumatori, il clima economico passa da 127,6 a 133,8. Il clima personale e quello corrente salgono per il secondo mese consecutivo passando, rispettivamente, da 101,3 a 102,7 e da 103,7 a 106,2. La componente futura torna ad aumentare nel mese di dicembre (da 113,8 a 116,2), raggiungendo il livello più elevato da giugno 2016. I giudizi sulla situazione economica del Paese migliorano decisamente così come le aspettative, il cui saldo torna ad aumentare dopo sette mesi di diminuzione.

Il 2017 dovrebbe essere un anno positivo sul fronte delle tasse. Con le novità che scatteranno dal prossimo primo gennaio, con le decisioni prese con la legge di Bilancio 2017 e con le leggi di Stabilità redatte negli anni precedenti, le famiglie dovrebbero risparmiare 2,9 miliardi e le imprese 4,5. Lo sostiene l’Ufficio studi della Cgia, che però usa il condizionale, si legge in una nota, “visto che l’analisi è al netto di un’eventuale manovra correttiva e la quasi totalità delle misure previste nel 2017 non interesseranno in egual misura tutti i contribuenti italiani”.
“Grazie a queste novità – spiega – il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo – la pressione fiscale ufficiale dovrebbe scendere nel 2017 al 42,3 per cento: 0,3 punti in meno di quella registrata nel 2016. Sebbene in calo, siamo comunque ancora lontani dal 41,5 per cento registrato prima della crisi, quando il rapporto debito/Pil, ad esempio, era al 100 per cento: un dato inferiore di oltre 30 punti a quello attuale”. Per le famiglie, interessate da una quindicina di provvedimenti, dal punto di vista economico, sarà importante la proroga delle detrazioni per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico (607,7 milioni di euro). Sono una dozzina le principali novità fiscali che interesseranno le imprese. Tra queste, “la proroga del maxi ammortamento al 140 per cento e l’iper ammortamento al 150 per cento dell’acquisto di macchinari ad alto contenuto tecnologico consentiranno un risparmio fiscale di 973 milioni di euro”.

“Bene la riduzione delle tasse sulle imprese, ma forse occorrerebbe un riordino complessivo, certo c’e’ un po’ di delusione sul fatto che non si sia affrontato gia’ da quest’anno il tema della riduzione dell’Irpef, nel 2017 si deve avere una speranza di ridurre le tasse sui cittadini, in particolare l’Irpef”. Lo ha detto Maurizio Petriccioli, segretario confederale della Cisl, nel corso dell’audizione sulla legge di Bilancio, nelle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. “La Cisl vede molto, molto positivamente l’ accordo sulle pensioni – ha aggiunto Petriccioli -, ma il paese ha bisogno di una forte ripresa, il problema del paese e’ di domanda, e’ evidente che le risposte che vanno messe in campo in questa situazione devono andare nella direzione di piu’ investimenti pubblici e una riduzione del peso fiscale. In tema di investimenti pubblici notiamo che ci sono importanti passi avanti e il nostro giudizio legata al progetto dell’industria 4.0 e’ positivo, si vede un inizio di un progetto di politica industriale di cui il Paese ha veramente bisogno”.

Ogni giorno in Italia nascono 300 imprese guidate da giovani. Il dato e’ emerso nell’Assemblea dei presidenti delle Camere di Commercio a Rieti, sede scelta a sostegno delle zone terremotate. Gli under 35 nei primi nove mesi dell’anno hanno creato 90 mila imprese, il 31% delle nuove nate, mentre quasi 40 mila hanno chiuso i battenti, con un saldo in crescita di circa 50 mila unita’. La fotografia realizzata da Unioncamere-Infocamere segnala il forte contributo dato da parte dei giovani in molte regioni del Mezzogiorno: in Basilicata, Calabria e Molise le nuove attivita’ degli under 35 superano il 38% delle totali, in Campania, invece, rappresentano il 37,5%, in Sicilia il 36,8% e in Sardegna il 33,6%. In Italia, fa sapere l’Unioncamere, le imprese giovanili sono circa 600 mila, il 10% del totale, e si concentrano in gran parte nei settori tradizionali. Spiccano quindi il commercio, con il 29% delle nuove imprese giovani, le costruzioni (14%), le attivita’ dei servizi di alloggio e ristorazione (10%). I nuovi giovani ‘capitani di impresa’, invece, sembrano puntare sui settori ad alto valore aggiunto, vale a dire servizi finanziari e telecomunicazioni. “L’intraprendenza dei nostri giovani mantiene positiva la dinamica della nati-mortalita’ delle imprese”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello, in corso dell’Assemblea. “In questi sei anni tanto difficili abbiamo visto questo dato incoraggiante che va sostenuto. Occorre puntare su innovazione, digitale, semplificazione amministrativa e avvicinare la scuola all’impresa – ha concluso – tutte cose con le quali il sistema camerale continuera’ ad impegnarsi nei prossimi anni”.

Il numero dei fallimenti delle imprese italiane continua a diminuire. Dopo gli ultimi anni caratterizzati da un aumento dei fallimenti, con il picco nel 2014, per un totale di 15.336 chiusure, l’inversione di tendenza si conferma con i dati del terzo trimestre del 2016. Le imprese che hanno portato i libri in Tribunale sono 2.704, numeri che registrano un calo del 4,4% rispetto ad un anno fa e del 7,8% rispetto al 2014. Il settore del commercio è quello più colpito con 1.680 imprese fallite nel 2009 e 3.041 nel 2016. Meno colpito il settore dei servizi con 1.500 imprese chiuse nel 2016, ma erano 626 nel 2009. Dall’inizio del 2016 sono complessivamente 10.047 le imprese fallite nel settori commercio, industria, servizi, edilizia ed altro, con una media di 52 chiusure al giorno. Confrontando però lo scenario attuale con quello del 2009 i fallimenti sono cresciuti del 58,9%, segnale che dimostra ancora di essere lontani dai livelli pre crisi. I dati sono contenuti nell’Analisi dei fallimenti in Italia, aggiornata a fine settembre 2016, realizzata da Cribis D&B, società del Gruppo Crif. “Attualmente il segnale più positivo per le nostre imprese è il cambio di trend dopo anni caratterizzati da un costante aumento del numero dei fallimenti, che hanno colpito principalmente il settore del commercio al dettaglio”, commenta Marco Preti, amministratore delegato di Cribis D&B. Preti sottolinea anche un miglioramento dello stato di salute delle imprese dal 2015. “In un solo anno -afferma – i ritardi gravi nei confronti dei fornitori, giunti oltre il mese di ritardo, sono calati del 13,1%, un altro indicatore che fa ben sperare per la ripresa economica”. Tuttavia “il confronto con il 2009 rimane preoccupante” perché “dal 2009 ad oggi la percentuale dei fallimenti è cresciuta del 58,9%, del 32,2% rispetto al 2010”. La distribuzione sul territorio nazionale dei fallimenti è strettamente correlata alla densità di imprese attive nelle diverse aree del Paese. “La Lombardia con una incidenza sul totale Italia del 20,2%, si conferma la regione d’Italia con il maggior numero di fallimenti con 2.091 casi nel corso del 2016. Dal 2009 ad oggi si contano 21.494 imprese fallite”, si legge nell’analisi territoriale. Il Lazio è la seconda regione più colpita “con 1.145 imprese chiuse nel 2016 e un’incidenza sul totale Italia dell’11,8%”. Segue il Veneto con 873 casi e incidenza del 8,7%. A completare dietro il Veneto le prime dieci posizioni le regioni: Campania (854 fallimenti), Toscana (817), Emilia Romagna (745), Piemonte (681), Sicilia (641), Puglia (460) e Marche (312).