Legambiente

Italia in forte ritardo nella realizzazione di nuovi impianti da rinnovabili: sono 1364 quelli in lista d’attesa e ancora in fase di valutazione, il 76% distribuito tra Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna. Sono i numeri del nuovo report di Legambiente ‘Scacco matto alle rinnovabili 2023′ presentato questa mattina alla Fiera K.Ey di Rimini insieme ad un pacchetto di proposte e ad un’analisi su 4 legge nazionali e 13 leggi regionali che frenano la corsa delle fonti pulite. A pesare sullo sviluppo delle rinnovabili, secondo l’associazione, “norme obsolete e frammentate, la lentezza degli iter autorizzativi, gli ostacoli e le lungaggini burocratiche di Regioni e Soprintendenze ai beni culturali” oltre ai “no delle amministrazioni comunali e le opposizioni locali Nimby (Not In My Backyard) e Nimto (Not In My Terms of Office)”. Più nel dettaglio, spiega Legambiente, “ad oggi nella Penisola sono 1364 gli impianti in lista d’attesa, ossia in fase di Via, di verifica di Assoggettabilità a Via, di valutazione preliminare e di Provvedimento Unico in Materia Ambientale a livello statale. Il 76% distribuito tra Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna. A fronte di questo elevato numero di progetti in valutazione, e nonostante le semplificazioni avviate dall’ex governo Draghi e l’istituzione e il potenziamento appena stabilito delle due Commissioni Via-Vas che hanno il compito di rilasciare un parere sui grandi impianti strategici per il futuro energetico del Paese, sono pochissime le autorizzazioni rilasciate dalle Regioni negli ultimi 4 anni. Nel 2022 “solo l’1% dei progetti di impianti fotovoltaici ha ricevuto, infatti, l’autorizzazione. Si tratta del dato più basso degli ultimi 4 anni se si pensa che nel 2019 a ricevere l’autorizzazione sono state il 41% delle istanze, per poi scendere progressivamente al 19% nel 2020, al 9% nel 2021. Ancor peggio i dati dell’eolico on-shore con una percentuale di autorizzazioni rilasciate nel 2019 del 6%, del 4% nel 2020, del 1% nel 2021 per arrivare allo 0% nel 2022. Dati nel complesso preoccupanti se si pensa che negli ultimi anni sono aumentati sia i progetti presentati sia le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale di impianti di energia a fonti rinnovabili, quest’ultime sono passate da 168 GW al 31 dicembre 2021 ad oltre 303 GW al 31 gennaio 2023”. “Altro campanello d’allarme – avverte l’associazione – è rappresentato anche dalla lentezza delle installazioni, come emerge dagli ultimi dati Terna, appena 3.035 MW nel 2022 – e l’incapacità produttiva del parco complessivo di sopperire alla riduzione di produzione. Le fonti rinnovabili, fotovoltaico a parte, nel 2022 hanno fatto registrare, tutte, segno negativo. L’idroelettrico, complice l’emergenza siccità, registra un meno 37,7% a cui si aggiunge il calo del 13,1% in tema di produzione da pompaggi che portano il contributo delle rinnovabili, rispetto ai consumi complessivi, al 32%. Ovvero ai livelli del 2012. Ostacoli che Legambiente racconta anche nella mappa aggiornata dei luoghi simbolo con storie, che arrivano dal Nord al Sud della Penisola, di progetti bloccati e norme regionali e locali che ostacolano le rinnovabili. Ventiquattro le nuove storie sintetizzate nella mappa, che si aggiungono alle 20 dello scorso anno. Tra i casi più emblematici quelli di Puglia, Toscana e Sardegna. Di fronte a questo quadro, Legambiente rilancia oggi le sue proposte per accelerare lo sviluppo delle rinnovabili in Italia e l’effettiva realizzazione degli impianti “a partire dall’aggiornamento delle Linee Guida per l’autorizzazione dei nuovi impianti ferme al 2010 e un riordino delle normative per arrivare, attraverso un lavoro congiunto, tra il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il ministero delle Imprese e del Made in Italy e il ministero della Cultura, ad un Testo Unico che semplifichi gli iter di autorizzazione degli impianti, definisca in modo univoco ruoli e competenze dei vari organi dello Stato, dia tempi certi alle procedure. In questa partita rimane centrale il dibattito pubblico, uno strumento strategico sia per migliorare l’accettabilità sociale dei progetti sia per accelerare i processi autorizzativi ed evitare contenziosi inutili”. ”Al governo Meloni – dichiara il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani – torniamo a ribadire che il Paese non deve diventare l’hub del gas, ma quello delle rinnovabili. Se davvero si vuole contrastare la crisi climatica, accelerare la transizione ecologica e centrare gli obiettivi di decarbonizzazione indicati dall’Europa, l’Italia deve puntare con fermezza su rinnovabili, efficienza, autoproduzione, reti elettriche e accumuli. In questo percorso, è indispensabile che il governo metta in campo una politica di breve, medio e lungo periodo anche rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione non più rimandabili. Primo fra tutti occorre semplificare l’iter dei processi autorizzativi per garantire certezza dei tempi e potenziare gli uffici delle Regioni che rilasciano le autorizzazioni affinché gestiscano meglio i progetti che si stanno accumulando. Occorre riordinare la normativa sulle rinnovabili e aggiornare il Pniec rispondendo al nuovo scenario energetico che dovrà evolvere verso la configurazione di nuovi paesaggi sempre più rinnovabili e pensando sia agli obiettivi di decarbonizzazione al 2035 sia al modo migliore di integrarle nei territori”. ”Le fonti rinnovabili, insieme a politiche serie e lungimiranti di efficienza energetica, rappresentano una chiave strategica non solo per decarbonizzare il settore energetico, priorità assoluta nella lotta alla crisi climatica, ma anche per portare benefici strutturali nei territori e alle famiglie e per creare opportunità di crescita ed innovazione in ogni settore. Se è vero che non esiste l’impianto perfetto – commenta Katiuscia Eroe, responsabile nazionale energia di Legambiente – è altrettanto vero che questi impianti possono essere integrati al meglio ed essere valore aggiunto per i cittadini e le cittadine che vivono quei territori. Per questo è fondamentale non depotenziare uno strumento prezioso come quello del dibattito pubblico, come rischia di fare il governo Meloni con la nuova proposta del Codice degli Appalti. La partecipazione dei territori e il loro protagonismo sono parte essenziale della giusta transizione energetica’.

Ci sono regioni, come Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Veneto, dove l’uso quotidiano della bici come mezzo di trasporto e’ pienamente in linea con la media europea, dove questo stile di mobilita’ interessa l’8% dei cittadini. E poi c’e’ la Sicilia dove la bici come mezzo di trasporto e’ un’opzione che ha coinvolto neanche dell’1% dei lavoratori e degli studenti. La fotografia dell’Italia che pedala e’ contenuta nel rapporto di Legambiente A BI CI, sull’economia della bici in Italia e sulla ciclabilita’ nelle citta’ – realizzato in collaborazione con Velolove e Grab+ – e rilanciato da Festambiente Mediterraneo, il festival internazionale di Legambiente che sta animando i Cantieri Culturali della Zisa fino a domenica 17 settembre con dibattiti, incontri, musica, cinema, animazione per bambini e enogastronomia. Nel dettaglio in Sicilia appena lo 0,6% della popolazione usa la bici per coprire il tragitto casa-lavoro mentre una percentuale pari a zero (0,1%) di bambini e studenti fino a 34 anni che pedala per andare a scuola o all’universita’. Dati che piazzano la Sicilia al terzultimo posto nella classifica stilata da Legambiente. “Fa una certa impressione notare che in Trentino Alto Adige – in valori assoluti – gira in bicicletta quasi lo stesso numero di persone di quattro regioni del Mezzogiorno (Campania, Sicilia, Calabria, Puglia) nonostante tutte insieme abbiano una popolazione 16 volte piu’ ampia”, spiegano gli ambientalisti. “Questa discrepanza incide anche su un altro indice preso in considerazione dal rapporto, il PIB – prodotto interno Bici delle regioni – che stima la cicloricchezza delle regioni. In Sicilia i cittadini beneficiano ogni anno di un bonus ambientale e sanitario pro-capite pari a 7,28 euro, una miseria se si confrontano con 179,5 euro pro capite dei cittadini del Veneto, che diventano 190 euro in Trentino Alto Adige e sfiorano i 200 euro in Emilia Romagna – afferma Legambiente -. Questo bonus virtuale e’ frutto di attivita’ dirette legate al mercato delle bici e di una serie di esternalita’ positive che spaziano dal risparmio di carburante e dal calo dei costi per le infrastrutture all’aumento dell’aspettativa di vita in buona salute, alla riduzione di gas serra, smog e inquinamento acustico”.

“Il nostro primo pensiero e’ rivolto ai familiari delle vittime e alla comunita’ ischitana. In queste ore di dolore, seppure di fronte a una calamita’ naturale, la Campania “riscopre” di essere una tra le regioni piu’ a rischio, dove la manutenzione ordinaria e la messa in sicurezza del territorio rispetto ai rischi sismico, vulcanico e idrogeologico sono la “grande opera pubblica” necessaria e piu’ urgente di tutte”. Cosi’, in una nota, Legambiente sul caso Ischia. “Una grande opera pubblica – si legge diffuso dall’ufficio stampa – incompatibile con qualsiasi forma di sanatoria edilizia mascherata. Ad Ischia sono circa 600 le case abusive colpite da ordine definitivo di abbattimento e 27 mila le pratiche di condono presentate in occasione delle tre leggi nazionali sulle sanatorie edilizie”. “La presidente di Legambiente Rossella Muroni e il presidente di Legambiente Campania Michele Buonomo si uniscono al dolore della popolazione ischitana e ribadiscono come la drammaticita’ dell’evento ci ricorda, ancora una volta, che l’Italia e’ un Paese fragile e a rischio sismico dove investire nella riqualificazione degli edifici per renderli sicuri non e’ piu’ rimandabile”. “Ischia – aggiungono – e’ da sempre simbolo di abusivismo edilizio, di cementificazione disordinata e di impunita’. Davanti a questa ennesima tragedia speriamo che chi in queste settimane sta cavalcando il tema dell’abusivismo di necessita’, per ricercare consenso elettorale, si fermi”. “In Campania, una legge regionale battezza di fatto l’abusivismo di Stato; in Sicilia il Sindaco di Licata viene defenestrato perche’ combatte il cemento illegale; in Sardegna la legge in discussione cerca di riaprire la cementificazione lungo le coste; nelle Marche la giunta regionale approva in tutta fretta una legge per snellire le procedure della ricostruzione passando sopra a regole e piani. Non e’ cosi’ che si guida un Paese e si fanno gli interessi dei cittadini. In un paese civile e democratico l’illegalita’ si combatte e non puo’ essere autorizzata o giustificata dalla politica”. “La risposta – ribadiscono da Legambiente – deve essere netta e chiara e passa attraverso l’esigenza di un cambiamento del ciclo edilizio, che partendo da un piano straordinario di abbattimenti convinca governo nazionale e regionale a porre l’attenzione concreta sulla rigenerazione dei tessuti urbani, sulla riqualificazione energetica e anti sismica del patrimonio edilizio esistente”. “L’Italia e’ un paese fragile deturpato da cemento speculativo e illegale, i cui numeri sono eloquenti: nel 2016 gli abusi sono stati circa 17 mila. In dieci anni in Campania sono state realizzate circa 60mila case abusive. E non parliamo di abusi di necessita’, un fenomeno terminato alla meta’ degli anni novanta, ma di soggetti organizzati che hanno tirato su interi quartieri, in aree dove controllano tutto. Cosi’ negli anni abbiamo consumato il 66% delle coste calabresi, oltre il 50% di quelle campane e siciliane. E se il cemento illegale avanza velocemente – hanno poi concluso nella nota – le demolizioni di immobili abusivi procedono con lentezza: in Italia, dal 2001 al 2011, solo il 10,6% degli immobili e’ effettivamente andato giu’. Una percentuale che precipita al 4% nella provincia di Napoli e rasenta lo zero a Reggio Calabria e Palermo”.

L’emergenza incendi non conosce tregua e non risparmia neanche le maggior aree di valore naturalistico, incluse quelle nella Rete Natura 2000. Non solo il Vesuvio, ma anche tante altre aree protette, nazionali e regionali, sono sotto la morsa degli incendi: dal Cilento e Vallo di Diano, al Gargano, dall’Alta Murgia alla Majella, dalla Sila al Pollino al Gran Sasso passando per la Riserva dello Zingaro in Sicilia, sono troppe le aree di pregio del centro-sud finite in balia di ecocriminali e piromani. Nel 2017 sono ben 24.677 gli ettari delle Zone di Protezione Speciale – ZPS (istituite in base alla direttiva Uccelli per tutelare l’avifauna e i loro habitat) bruciati dalle fiamme, 22.399 quelli dei Siti di Importanza Comunitaria – SIC (istituiti in base alla direttiva Habitat per preservare habitat e specie animali e vegetali minacciate presenti nel nostro Paese) andati in fumo e ben 21.204 gli ettari dei parchi e delle aree protette devastati dalle fiamme. Tenuto conto della parziale sovrapposizione delle tre tipologie, la superficie complessiva stimata colpita dai roghi ammonta a circa 35mila ettari, un danno ingente al paesaggio, al patrimonio di biodiversità con rischi per l’incolumità delle persone e dei beni. Tra le regioni più colpite Sicilia, Campania e Calabria.Sono questi i dati elaborati da Legambiente che ha voluto confrontare e analizzare i dati cartografici delle superfici percorse dal fuoco raccolti dalla Commissione europea con quanta parte della ‘natura protetta’ sia bruciata fino ad oggi in Italia, e il quadro che emerge è davvero preoccupante: quasi un terzo dell’intera superficie percorsa dal fuoco, tra il 1 gennaio e il 6 agosto 2017, ha interessato le aree di maggior valore naturalistico presenti in Italia e incluse nella rete Natura 2000, la rete europea a cui afferiscono i Siti di Importanza Comunitaria – SIC designati sulla base della direttiva Habitat e le Zone di Protezione Speciale – ZPS designate sulla base della direttiva Uccelli. Invece in tutta la Penisola la superficie complessiva bruciata, dall’inizio del 2017 fino al 10 agosto, ha superato quota 101mila ettari, più che raddoppiando quanto andato in fumo in tutto il 2016.“Il 2017 verrà ricordato, come lo furono il 2007 e il 1997, come un anno orribile per la devastazione prodotta dal fuoco che ha divorato anche gran parte del patrimonio naturalistico italiano – dichiara in un comunicato Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – Governo, Regioni, Comuni ed Enti parco assumano piena consapevolezza del danno enorme che deriva dall’arrivare impreparati alla stagione critica per il rischio incendi, ancor più oggi che i cambiamenti climatici stanno ulteriormente aggravando tale rischio. In particolare i diciassette anni trascorsi dalla pubblicazione delle legge 353 del 2000, che assegna competenze e ruoli per prevedere, prevenire e contrastare gli incendi boschivi, rappresentano un arco temporale tale da rendere inaccettabile questo disastro ambientale. Ognuno si assuma, dunque, le proprie responsabilità e assolva ai già troppi ritardi accumulati fino ad ora, prima che sia troppo tardi. Servono più prevenzione e controlli e una efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici”.Tornando ai dati elaborati da Legambiente, gli incendi nel 2017 hanno coinvolto in Italia 87 Siti di Importanza Comunitaria (principalmente in: 31 Sicilia, 24 Campania, 8 Calabria, 7 Puglia, 5 Lazio, 4 Liguria), 35 Zone di Protezione Speciale (10 Sicilia, 6 Campania, 5 Calabria, 5 Lazio, 3 Puglia, 1 Liguria) e 45 Parchi e Aree protette (12 Sicilia, 13 Campania, 5 Lazio, 4 Calabria, 4 Puglia, 1 Liguria), tra cui 9 Parchi nazionali, 15 Parchi regionali e 16 Riserve naturali. Le regioni che hanno perso il patrimoni maggiore sono: la Sicilia (con 11.817 ettari (ha) bruciati nei SIC, 8.610 nelle ZPS e 5.851 nelle Aree protette), la Campania (8.265 ha nei SIC, 4.681 nelle ZPS e 8.312 nelle Aree protette), la Calabria (666 ha nei SIC, 3.427 nelle ZPS e 3.419 nelle Aree protette), la Puglia (1.687 ha nei SIC, 1.535 nelle ZPS e 1.283 nelle Aree protette), il Lazio (173 ha nei SIC, 2.797 nelle ZPS e 847 nelle Aree protette) e la Liguria (1.083 ha nei SIC, 325 nelle ZPS e 300 nelle Aree protette). Legambiente ricorda che le Regioni sono le istituzioni che hanno la principale responsabilità per l’efficace ed efficiente gestione della rete Natura 2000, in questa emergenza incendi che ha devastato la Penisola e le aree di pregio naturalistico hanno dimostrato una grande impreparazione nel saper prevenire e mettere in sicurezza il prezioso patrimonio naturalistico dal rischio incendio.In questa emergenza incedi che ha colpito anche la natura protetta, oltre ai troppi e ingiustificati ritardi regionali e nazionali, ha pesato anche la burocrazia, la mancanza di un’efficace macchina organizzativa, di politiche di gestione forestale sostenibili come dimostra la situazione reale e il ritardo nell’aggiornamento dei piani AIB dei parchi e delle riserve naturali dello Stato. Allo stato attuale risultano 13 piani AIB vigenti, otto con l’iter non ancora concluso e due Parchi (Stelvio e quello del Cilento e Vallo di Diano) con il piano antincendi recentemente scaduto e da aggiornare.In particolare Legambiente ricorda che gli strumenti normativi che le aree protette hanno a disposizione sono il frutto della legge 353/2000 e prevedono che ogni area protetta nazionale, Parco o Riserva, si doti di un Piano antincendio boschivo. Il piano ogni tre anni viene redatto dall’area protetta e approvato dal ministero dell’Ambiente sentito il parere dell’ex Corpo forestale dello Stato. Il Piano Aib di ogni aree protetta farà parte del Piano Aib della regione di competenza che ha invece validità annuale. Per l’associazione ambientalista è fondamentale allineare queste scadenze predisponendo per tutti piani annuali. Altra questione da risolvere sono i tempi di approvazione dei Piani che sono troppo lunghi e con passaggi complicati. “Un piano che deve rispondere a fenomeni così variabili, perché legati al clima che cambia – spiega Ciafani – si deve approntare in un mese al massimo e a ridosso dell’inizio della stagione estiva in modo da utilizzare analisi e previsioni più credibili. Non può essere perciò più il meccanismo di predisposizione, approvazione e inserimento nel piano regionale come prevede attualmente la legge 353/2000. È una norma che risponde alle esigenze di una burocrazia cervellotica ma non alle esigenze di tutela dei boschi dagli incendi”.Altra questione riguarda il catasto delle aree percorse dal fuoco, che deve prevedere un aggiornamento automatico delle cartografie e dei vincoli a scala comunale. Per Legambiente non può dipendere dalla volontà di un comune la vigenza di un vincolo su un’area incendiata, ma deve essere imposto da una autorità che impone in automatico il vincolo e la sua cogenza. Infine visti i ritardi che si sono verificati, l’associazione ambientalista propone di ristrutturare quella rete di presidio locale garantito negli ultimi 20 anni dalle associazioni di volontariato.

“Cancelleri con un tempismo perfetto, mentre il sindaco Cambiano veniva sfiduciato, ha fatto un appello populista al presunto “abusivismo di necessita’” da non abbattere”. Lo dice Gianfranco Zanna, presidente Legambiente Sicilia. “Sarebbe questa la nuova stagione della legalita’ promessa dai cinque stelle? Abusi e condoni per qualche voto in piu’? Non contento, Cancelleri ha anche alzato il tiro citando un regolamento – aggiunge -, che prevede una sanatoria indiscriminata e tombale degli abusi edilizi nel territorio comunale. Un atto, ovviamente, totalmente illegittimo che porteremo davanti al giudice. Chiediamo, inoltre, agli assessori al Territorio ed Ambiente e agli Enti locali, un’ispezione su questo atto”.

“Dopo giorni e tante ore infernali, il Vesuvio continua a bruciare. E’ chiaro che siamo davanti ad una emergenza nazionale che richiama alla responsabilita’ intera filiera politica-istituzionale del nostro paese. FATE PRESTO gridiamo, un grido che diventa ancora piu’ forte se dopo 24 ore le fiamme e il fumo continuano ad avvolgere senza sosta il vulcano piu’ famoso del mondo”. Cosi’ in una nota, Michele Buonomo presidente Legambiente Campania sull’incendio che continua a colpire il Vesuvio ed i paese dell’area vesuviana. “Fate presto perche’ ora e’ il momento di una mobilitazione civile da parte di tutte le istituzioni – ha aggiunto – e’ necessario un fronte di civilta’ comune perche’ siamo davanti ad una mattanza ambientale dalle enormi proporzioni i cui danni sono incalcolabili e inestimabile. Ripetiamo ancora una volta Fate presto”.

Legambiente racconta l’Italia della green society con 101 storie di cambiamento raccolte nel rapporto nazionale ‘Alla scoperta della green society’ edito da Edizioni Ambiente. Il volume e’ stato presentato a Milano all’Urban Center della Galleria. Si tratta di un viaggio alla scoperta delle esperienze green che rappresentano dinamiche concrete di cambiamento e innovazione sociale, dai piccoli comuni alle citta’ metropolitane. Nel rapporto c’e’ l’esperienza degli orti sociali di via Padova a Milano, dove si coltiva insieme e si divide quanto si produce, con il duplice obiettivo della fruizione dell’orto e della riqualificazione di un’area abbandonata e degradata. C’e’ ‘Non scado, a Ragusa’, un circuito virtuoso per il recupero dei prodotti agricoli da parte dei migranti ospiti del Cara e poi ridistribuiti alle famiglie povere del territorio tramite la Caritas. Oppure il Comitato parco Giovannipoli alla Garbatella a Roma, che si dedica alla manutenzione del Parco delle catacombe di Commodilla. “E’ un’Italia forse sconosciuta ai piu’ ma gia’ ben radicata, che crede fortemente e opera nell’interesse generale – ha commentato la presidente di Legambiente, Rossella Muroni -. Un’Italia in cerca di rappresentanza politica ma che non vuole scatole partitiche o padrini elettorali cosi’ frammentata e variegata qual e’. Un’Italia che alla delega politica preferisce la pratica civica come nuova forma di rivolta sociale”.

Un punto inquinato ogni 54 km di costa. Ecco il bilancio di Goletta Verde 2016. Su 265 campioni di acqua analizzati, il 52% e’ risultato con cariche batteriche elevate. Circa 25% della popolazione italiana ancora non è coperta da depurazione. Scarichi non depurati i peggiori nemici del turismo. Scarsa l’informazione ai cittadini: pochi i cartelli di divieto di balneazione e quelli informativi sulla qualita’ delle acque. Ma un modello positivo esiste: le aree marine protette che favoriscono la ricerca, promuovono il turismo sostenibile, creano occasioni di buona economia. Dei 265 punti monitorati, uno ogni 28 km di costa, dal laboratorio mobile di Goletta Verde di Legambiente, il 52% e’ risultato inquinato o fortemente inquinato. L’88% di queste criticita’ e’ in corrispondenza di foci di fiumi, fossi, canali o scarichi presenti lungo la costa. Piu’ della meta’ di questi sono in prossimita’ di spiagge e stabilimenti e quindi frequentati da bagnanti. I risultati conclusivi di Goletta Verde 2016, la storica campagna estiva di Legambiente, realizzata grazie al sostegno del Consorzio obbligatorio degli oli usati (Coou) e dei partner tecnici Nau e Novamont, sono stati presentati a Roma da Serena Carpentieri e Giorgio Zampetti, rispettivamente responsabile Campagne e responsabile Scientifico di Legambiente e da Andrea Di Stefano di Novamont, che hanno illustrato il quadro emerso dalla campagna di monitoraggio scientifico, durante i due mesi di viaggio di Goletta Verde partita dalla Liguria e conclusasi in Friuli Venezia Giulia. I punti di prelievo sono stati selezionati grazie al lavoro dei circoli di Legambiente e alle segnalazioni dei cittadini giunte attraverso il servizio Sos Goletta. Il monitoraggio di Goletta Verde ha l’obiettivo di rilevare e denunciare la presenza di scarichi non depurati che continuano a riversarsi in mare e non vuole sostituirsi a quello delle autorita’ preposte ai controlli sulla balneazione. Proprio per questo, i prelievi sono concentrati nei punti critici: foci di piccoli e grandi corsi d’acqua, di fossi, canali e scarichi, che costituiscono i principali veicoli dell’inquinamento da batteri fecali in mare, dove sussiste il “maggior rischio” di contaminazione.

Milioni di tonnellate di rifiuti finiscono nei mari del mondo ogni anno. Secondo l’Unep (programma Onu per l’ambiente) circa il 70% di questi rifiuti affonda, il 15% galleggia in superficie e un altro 15% resta nella colonna d’acqua. Torna anche quest’anno il weekend di “Spiagge e fondali puliti – Clean up the Med”, da oggi a domenica, in Italia e in tutto il bacino mediterraneo.I volontari daranno la caccia soprattutto alla plastica che è il materiale più trovato sulle spiagge. Per questo motivo quest’anno Legambiente, in occasione della campagna chiede ai cittadini di segnalare la presenza delle lacrime di sirena: quei “pallini” che costituiscono la materia prima da cui si ricavano gli oggetti di plastica. Piccole e leggere vengono disperse da venti e correnti che le portano su tutte le spiagge del mondo. Sono pericolose: assorbono sostanze inquinanti dall’acqua di mare come i PCB; vengono ingerite dagli animali e dagli uccelli marini, entrando così nella catena alimentare; non scompaiono né si dissolvono, bensì si frammentano in pezzi sempre più piccoli a causa degli agenti atmosferici, i raggi UV e l’azione del mare. Tanti gli appuntamenti previsti, tra cui: in Calabria, sabato, appuntamento a Soverato e a Scalea. In Emilia Romagna, a Ravenna, doppia iniziativa oggi lungo la spiaggia libera di Lido di Classe e domani presso Lido di Dante. In Liguria, a Camogli. In Veneto, a Rovigo, in Puglia, a Marina di Lesina, domani la pulizia della spiaggia, anche con dei detenuti accompagnati dalla sorveglianza. In Basilicata, a Montalbano Jonico, domani mattina i volontari si incontreranno al Lido Onda Libera di Scanzano Jonico per la pulizia della spiaggia e per discutere di ambiente e legalità. In Friuli, a Trieste, domani ritrovo alla spiaggia di Canovella de’ Zoppoli. Nelle Marche, a Fermo, appuntamento oggi presso lo stabilimento dell’Associazione Nautica Picena. A Roma, a Ostia. In Campania a Paestum, domani mattina si pulirà l’Oasi Dunale Paestum e verrà realizzata una trappola del vento per la protezione della duna e artecologia con sculture di sabbia in riva al mare. In Sardegna, a Cagliari, domenica mattina la pulizia si terrà sulla spiaggia di Giorgino, anche coinvolgendo alcuni disabili. In Sicilia, a Ragusa, domani sulla spiaggia di Randello e domenica sulla spiaggia di Micenci a Donnalucata nel comune di Scicli parteciperanno anche dei migranti richiedenti asilo. Agrigento, l’iniziativa si svolgerà invece lunedì 30 maggio sul tratto di spiaggia che va dal Lido della Polizia di Stato fino al Bar Ristorante “Le Dune”, con anche i giovani migranti seguiti dalla associazione Acuarinto, impegnata nell’attuazione di progetti per l’inclusione di minori stranieri non accompagnati