statista

Sembra quasi una barzelletta, una fake news. E invece no. E’ tutto vero. Leoluca Orlando Cascio dice di essere uno statista e che la Sicilia non e’ ancora pronta per un governatore del suo calibro. Sembra quasi di sentirle le pernacchie provenienti da ogni angolo della citta’ ricoperto di montagne di immondizia, dalle strade sventrate da lavori di cui non si ricorda la posa della prima pietra e dei quali nessuno osa chiedere la chiusura, dalle periferie-repubbliche autonome del degrado, dell’incuria e dell’abbandono. Palermo e’ una citta’ senza presente. Il futuro e’ stato offuscato dal fumo degli slogan vuoti e insignificanti di Leoluca, uno che non ha saputo neanche fare il sindaco, figuriamoci lo statista. Ma Palermo e’ disperata: chi non l’ha gia’ lasciata alla ricerca di un lavoro, si barcamena in lavori precari per ritardare la partenza e per questo non fa piu’ caso a chi la spara piu’ grossa. Una citta’ sostanzialmente indaffarata a sfamarsi non puo’ fare caso all’ennesima boutade di uno che ha costruito la propria carriera politica sul nulla, sull’effetto annuncio, sul culto di se stesso e sulla legittimazione di una corte dei miracoli e di un cerchio magico a dir poco raccapricciante.. Del resto, Leoluca Orlando e’ uno abituato a parlare a vanvera: non fu lui, professionista antimafia ante litteram, ad accusare Giovanni Falcone di non contrastare in modo adeguato la mafia? Perche’ Palermo e’ cosi: non ha memoria. Dimentica e continua a votare Leoluca Orlando. Continua a votare Leoluca Orlando e dimentica, senza piu’ neanche la forza e la verve per seppellire cotanto statista con una lunghissima, ispirata, meritata, melodiosa e liberatoria pernacchia. Alfonso Lo Sardo

“Il barbaro assassinio di Aldo Moro e’ stata una delle pagine piu’ tragiche e oscure della storia repubblicana. Il ricordo del sacrificio di Moro unisce il Paese nella memoria di tutte le vittime del terrorismo politico”. Cosi’ la presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, in apertura della seduta di oggi. “Quella stagione di cieca violenza – aggiunge Bindi- non risparmio’ nessuna categoria e segno’ profondamente la coscienza degli italiani che seppero respingere la sfida alla nostra democrazia senza cedere alla paura, ma facendo leva sui valori e i principi della Costituzione. Il 9 maggio del 1978 mentre l’Italia scopriva sgomenta la morte dello statista democristiano, a Cinisi la mafia ammazzava Peppino Impastato, inscenando un attentato suicida. Cosa Nostra metteva a tacere la voce scomoda di un giovane ribelle, che sbeffeggiava i capi e rompeva il muro dell’omerta’ che copriva i loro affari”. Bindi aggiunge: “Grazie alla tenacia della famiglia Impastato e all’inchiesta svolta della nostra Commissione Antimafia, con la relazione Russo Spena, e’ stato possibile smascherare il tentativo di depistaggio e accertare la verita’. Peppino Impastato e’ un esempio di coraggio e d’impegno per la buona politica e la democrazia che ancora oggi sono le armi piu’ potenti e temute dai poteri mafiosi”.