congresso

Donald Trump sale a Capitol Hill per incontri che potranno rivelarsi decisivi per la sua agenda politica. Infatti dall’incontro con i leader repubblicani e democratici del Congresso potrà uscire l’accordo per arrivare all’approvazione del bilancio prima della scadenza dell’attuale legge di spesa, l’otto dicembre prossimo. Ma entrambe le parti stanno già facendo circolare l’idea di votare un’altra misura di esercizio provvisorio per poter continuare i negoziati fino a subito prima di Natale. Ma l’incontro forse più importante per Trump è quello con i senatori repubblicani poco prima del voto in commissione sulla riforma fiscale, l’ultima, migliore, chance che hanno i repubblicani di chiudere il primo anno di controllo di Casa Bianca e Congresso con un importante successo legislativo. L’esito positivo finale non è scontato dal momento che i repubblicani hanno una maggioranza molto ristretta e possono permettersi solo due defezioni, calcolando di ricorrere al voto del vice presidente Mike Pence, che esprime il voto solo in situazioni di parità. Ieri Steve Daines è stato il secondo senatore repubblicano ad esprimere critiche nei confronti della riforma fiscale, anche se molti osservatori ritengono che alla fine il suo non sarà un “no”.

Il nostro movimento, Articolo Uno-Mdp, non si sciogliera’, ma sara’ il principale promotore di una lista unitaria composta da candidati scelti con processo democratico e consultazione popolare. Dopo il voto che consolidera’ la fondazione e la costituente della nuova forza, abbiamo il dovere di convocare un congresso per tesi: per me la sequenza e’ chiara”. Cosi’ il presidente della Regione Toscana e tra i fondatori di Mdp Enrico Rossi nella nuova edizione del libro “Rivoluzione socialista”. “Non sono uscito dal Pd per entrare in un nuovo indistinto e indefinito, ma – spiega Rossi – per costruire uno spazio di partecipazione e protagonismo per chi sino ad ora e’ stato escluso ed emarginato, sia nella politica sia nella societa’”.

“La democrazia economica e la partecipazione organizzativa sono gli strumenti per rendere i lavoratori piu’ forti, protagonisti attivi del cambiamento”. Lo ha detto la Segretaria Generale della Cisl, Annamaria Furlan, nel suo intervento conclusivo al Congresso della Cisl dell’area metropolitana di Torino-Canavese. “Attraverso la contrattazione, la partecipazione ed anche i fondi previdenziali possiamo influenzare le imprese, dove e come si produce, contribuire alla qualita’ ed alla competitivita’ delle aziende. Questa e’ la grande sfida che la Cisl lancera’ nel suo Congresso, adeguandoci al cambiamento anche sul piano organizzativo”. La Furlan ha sottolineato che “i processi di innovazione di industria 4.0 dovranno vedere anche una valorizzazione del ruolo del lavoro 4.0 e della formazione 4.0 come avviene da tempo in Germania in modo dare nuovo slancio alla contrattazione aziendale ed al ruolo dei delegati”.

“Abbiamo avviato la fase congressuale, lo facciamo come unico partito che lo fa in modo trasparente, pubblico e quindi in diretta, contrariamente a qualcuno che vagheggiava la trasparenza e che dal 2014 non fa più neanche lo streaming”. Lo ha detto, a margine di una cerimonia di inaugurazione di un nuovo servizio nel porto di Trieste, la vicesegretaria nazionale del Pd Debora Serracchiani. “Credo – ha aggiunto – che l’attività e la fase congressuale sarà non solo necessaria al Partito Democratico per recuperare idee programmatiche e anche per rilanciare alcuni temi importanti dei governi ultimi che dobbiamo sicuramente riprendere e riadattare e sistemare, ma sarà anche l’occasione di un confronto e di una sintesi della linea politica”. Serracchiani inoltre si è dichiarata contenta che “sia rimasto Emiliano all’interno del partito, che si sia candidato. E’ una candidatura assolutamente valida come tutte le altre e auspico anzi che chi fino a ieri ha dichiarato che sarebbe stato fuori dal Pd magari ci ripensi e, con un gesto credo di grande solidarietà nei confronti della comunità che ha contribuito a costruire, torni dentro il Pd”.

 

“A questo punto il congresso ci sara’ di qui a quattro mesi. Perche’ lo statuto vincola”, dice Piero Fassino, parlando all’assemblea del Pd. “Ma non e’ la temporalita’ del congresso a fare la qualita’ del congresso”, dice l’ex segretario dei Ds. Fassino si e’ ritagliato in queste settimane il ruolo di pontiere tra la maggioranza renziana del Pd e la minoranza rappresentata da Emiliano, Rossi e Speranza.

“La scissione che a me fa piu’ paura e’ quella delle persone dalla politica. Mi auguro si capisca la necessita’ di riacquistare la fiducia delle persone che non vanno piu’ a votare o votano per protesta”. Lo ha detto il presidente della Camera Laura Boldrini, a Rimini al congresso fondativo di Sinistra italiana. “Mi auguro che dopo la fase del dibattito e l’affermazione delle differenze le forze progressiste riescano a fare una buona sintesi”, ha aggiunto. Boldrini, che ha partecipato anche al lancio del movimento di Pisapia ha spiegato: “e’ doveroso da parte mia fare di tutto per far dialogare le tante anime della sinistra punto”.

Ai cronisti che gli chiedono se non sia ancora stato deciso nulla in merito alla scissione dal Pd, Massimo D’Alema risponde: “È domani l’assemblea. Bersani ha scritto una lettera a Renzi e se Renzi dirà ‘sono d’accordo’, andremo al congresso. Se Renzi telefona per dire che lui è d’accordo con quello che gli si propone, sicuramente questo apre un processo politico che porta verso un congresso nei tempi ordinari, normali. Se Renzi vuole tirare dritto per la sua strada è chiaro che noi non possiamo accettare questa prepotenza. Le cose sono chiarissime: la questione é nelle mani del segretario del nostro partito”, conclude D’Alema. “È stato chiesto – spiega – un congresso serio, vero. Ed è stata chiesta una agenda politica che metta al primo punto i problemi del paese e non una conta affrettata, un plebiscito che sia privo di contenuti. Siamo in attesa di una risposta”.

Non ha mai fatto parte del Pd Achille Occhetto però “come italiano e come uomo di sinistra sono molto preoccupato dalle ipotesi di frantumazione, dal vedere più guastatori che costruttori”, “il mio non è un richiamo ipocrita all’unità per l’unità ma credo che questo sia il momento di includere”. Lo afferma in una intervista al Corriere della Sera l’ultimo segretario del Pci che ribadisce di essere “critico con Matteo Renzi ma nel Pd c’è un argine potenziale allo tsunami populista che non può essere distrutto dallo scontro tra un bullismo nuovista e un rancore guastatore”. Insomma, i “vanagloriosi si rendano conto della loro pochezza”. “Bisognerebbe partire da una critica alla perversa globalizzazione delle politiche neoliberiste e di austerità – sottolinea Occhetto -. Se non si sottrae questo tema alle politiche nazionaliste e populiste le partita è persa. Non si può rincorrere un mitico centro inesistente quando la politica mondiale si sta radicalizzando a destra”. Secondo Occhetto “c’è bisogno di un vero cambio di passo o la destra avanzerà”.

Vogliamo cercare di andare al di là delle convenzioni, gettando le maschere? La minoranza del Pd odia Renzi, lo considera un ‘diverso’, un uomo di potere che sta ultimando la mutazione del Pd: da partito di sinistra a partito di centro. La lotta é per la sua poltrona, l’ultima che gli é rimasta. Quella di Premier gliel’hanno tolta con la ‘scusa’ del referendum, sul quale l’ex sindaco ha puntato imprudentemente quasi tutte le sue fiches. Michele Emiliano, Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Roberto Speranza, Enrico Rossi, questo vogliono: uccidere Renzi politicamente una volta e per tutte. In che modo farlo? Detronizzandolo da segretario del partito Democratico. Per fare questo, tutte le occasioni sono buone: il Congresso, usato in tempo utile per non ritornare al voto, la legge elettorale e i suoi tentativi di riforma, in primis la soppressione dei capilista sui quali Renzi piazzerebbe i suoi fedelissimi. Renzi, da parte sua, con l’arroganza e l’ambizione che lo contraddistingue, non ha accettato di buon grado la defenestrazione, e cerca di recuperare. Il tempo é un suo nemico: se ne passa troppo ci si dimenticherà di lui e gli assetti di potere si consolideranno a prescindere dalla sua sfera di influenza; se ne passa troppo poco non avrà il tempo di riorganizzarsi, dentro il partito e fuori da esso. In questo contesto é chiaro che la minoranza del Pd di fare la minoranza non vuole più saperne: o si libera di Renzi o si scinde dal partito. Per andare dove? Non importa, ma una occasione simile non l’avranno più. O si liberano di Matteo o non se lo toglieranno più dai piedi per i prossimi anni. PS: la minoranza del Pd odia Renzi, il suo dinamismo, la sua velocità, il suo cinismo, il suo non essere di sinistra.

“Penso che in queste ore si stia rischiando di consumare una crisi politica terribile all’interno del Partito Democratico, con una scissione che sarebbe un dramma non solo per me personalmente ma per il Paese”. Così il senatore del Pd Nicola Latorre a L’Aria che tira, su La7. “Solo oggi – aggiunge – capisco il sentimento e lo stato d’animo di chi piangeva sia tra quelli che restavano e sia tra quelli che andavano via dal partito, quando avvenne la svolta della Bolognina del 1989. All’epoca ero un giovane militante che non proveniva dalla tradizione comunista che si andava superando, e non riuscivo a comprendere quelle lacrime. Oggi le capisco. Continuo a pensare che il Partito Democratico e il suo progetto politico così grande e plurale come lo abbiamo immaginato, resti l’unica forza in grado di guidare l’Italia e arginare il populismo. Ancora di più oggi con uno scenario interno e internazionale cambiato radicalmente anche rispetto a quando Renzi è sceso in campo conquistando grandi consensi”. “I mille giorni di Governo hanno un saldo positivo ma guai a non tenere conto del cambiamento di fase in atto. Per questo – conclude Latorre – il tema non è la data del congresso sulla quale ci si può accordare ma le piattaforme programmatiche che in esso si confronteranno e contestualmente la consapevolezza che stiamo governando l’Italia”.