minacce

“Dalle minacce di morte sui social si e’ passati ad una busta contenente tre proiettili calibro 9 recapitata presso la redazione del suo giornale. Insieme ai proiettili anche una lettera con altre minacce di morte. Vittima di questi atti intimidatori e’ sempre il collega Manuel Poletti, direttore del settimanale ‘Setteserequi’. Ancora una volta l’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna esprime solidarieta’ e vicinanza a Manuel e lo invita a continuare a fare il suo lavoro serenamente”. Lo scrive in una nota il presidente Antonio Farne’. “Nello stesso tempo – aggiunge – un chiaro invito e’ rivolto alle forze di polizia affinche’ non sottovalutino questi segnali inquietanti e continuino a vigilare sulla sicurezza del collega”.

Sono 400 i giornalisti italiani che nel 2016 hanno subito intimidazioni, minacce e gravi abusi a causa del loro lavoro. Nel solo Lazio, la Regione che veste la maglia nera, sono 103. Nella stessa Regione, nell’ultima settimana Ossigeno ha verificato e reso noti altri gravi episodi. A Frosinone e’ stata danneggiata l’automobile di una cronista. A Velletri e Latina e’ stato impedito con la forza ai cronisti di fotografare alcuni amministratori e funzionari comunali che uscivano dal carcere. In Sicilia, invece, un giornalista e’ stato querelato per avere pubblicato una petizione popolare di indubbio interesse. Sono i dati pubblicati dall’associazione Ossigeno per l’informazione, che si batte per la liberta’ di manifestazione del pensiero e la tutela dei giornalisti. Per fortuna questa settimana, aggiunge Ossigeno, si registra anche l’esito positivo di alcuni dei tantissimi procedimenti giudiziari basati su accuse strumentali. La Cassazione ha prosciolto due giornalisti del quotidiano Roma di Napoli che erano stati condannati, rispettivamente, a otto e a dieci mesi di detenzione. E’ una buona notizia, ma ci sono voluti ben dodici anni per affermare che avevano fatto nient’altro che il loro dovere. A Bari, con la stessa motivazione, il Tribunale ha assolto tre giornalisti ai quali erano stati chiesti due milioni di euro di danni: l’articolo contestato e’ del 2009. Ora e’ stato considerato di pubblico interesse. Per ottenere questa sentenza di primo grado ci sono voluti sette anni e la difesa e’ costata diecimila euro. A Roma, la Corte d’Appello ha chiuso con il proscioglimento dei giornalisti e il riconoscimento del diritto di cronaca una delle celebri cause di Silvio Berlusconi contro il quotidiano l’Unita’. L’allora premier voleva un milione e 800 mila euro per quattro articoli del 2009 sulle cene ad Arcore. Anche in questo caso per dare ragione ai giornalisti ci sono voluti sette anni e migliaia di euro di spese legali. Tutto cio’ e’ la riprova di quell’andamento punitivo, tuttora incontrastato, dei procedimenti giudiziari per diffamazione a mezzo stampa descritto e dimostrato in modo inoppugnabile da Ossigeno, con dati ufficiali, nel dossier pubblicato il 24 ottobre scorso.

Negli ultimi mesi sono aumentati i casi di minacce e intimidazione ai giornalisti. Lo dicono le cronache. La stampa é divenuta sempre di piu’ un bersaglio del malaffare e della criminalità organizzata, che agisce nel silenzio e nell’omertà. Sandro Ruotolo lancia un allarme “Noi abbiamo il dovere di informare e la gente ha diritto di essere informata. La questione dei giornalisti minacciati viene sottovalutata sia dalla categoria che dalla politica e dalla societa’ civile”. Lo ha detto il giornalista Sandro Ruotolo, sotto scorta dal maggio del 2015, dopo aver subito minacce dal boss dei Casalesi Zagaria, parlando a Taranto al convegno su ‘Lavoro, liberta’ e legalita’. Le tre elle dell’informazione’, organizzato da Federazione nazionale della stampa italiana, Assostampa Puglia e Slc Cgil. “Bisogna cominciare a fare un ragionamento serio – ha aggiunto Ruotolo – perche’ sappiamo bene che la qualita’ della nostra democrazia dipende dall’art. 21 della Costituzione. Quindi, nel momento in cui si minaccia un giornalista nelle funzioni del suo lavoro, devi ipotizzare una aggravante perche’ attacchi un articolo della Costituzione”.