questione meridionale

Può sembrare anacronistico o retorico parlare di questione meridionale, oggi, nel 2021. La realtà ci dice invece che non lo é affatto e che tutti i mali, le inefficienze, i disservizi, le lacune, le ineguaglianze, che hanno contraddistinto le argomentazioni a favore di una questione meridionale, permangono. Il gap tra i territori del Mezzogiorno e quelli del centro-nord sono ben visibili e riguardano le infrastrutture materiali, ossia le strade, il sistema ferroviario, quello portuale. Gli investimenti che interessano le regioni del Nord sono ben diversi rispetto a quelli delle regioni del Sud e non solo per quanto attiene la loro consistenza ma anche se si considera la loro tipologia. E’ vero che non esiste una sola Italia ma almeno due. Al netto delle questioni storiche come quella della criminalità organizzata e di una certa politica evanescente nel Mezzogiorno, afflitto negli anni passati da clientelismo e assistenzialismo, oggi l’attenzione politica dello Stato e quella dell’Unione Europea nei confronti del Meridione d’Italia si rivela scarsa e quindi poco efficace. E’ mancato e manca tuttora un disegno complessivo, una visione di sviluppo nel rispetto delle vocazioni e delle specificità territoriali. Manca una strategia che restituisca energia e vitalità a province in cui si avverte l’assenza e il silenzio dello Stato in termini di risposta ai mali cronici della disoccupazione, della insicurezza sociale, di un welfare inadeguato. Il sistema imprenditoriale lamenta inoltra l’esiguità di investimenti in grado di riportare ad un livello minimo la competitività e l’attrattività di intere zone. Riuscirà il governo di Mario Draghi a invertire la rotta e riunire l’Italia?. E’ una delle sfide a cui é chiamato e non é tra le più semplici.

“Nonostante gli sforzi del Governo e delle altre istituzioni, la questione meridionale e’ ancora la “questione nazionale”. Ed il sacrificio dei contadini di Portella della Ginestra e dei loro familiari e’ ancora vivo e rimane da esempio per chi si batte per la giustizia sociale, contro le diseguaglianze, i soprusi, le mafie”. Lo sottolinea la Segretaria Generale della Cisl, Annamaria Furlan, dalle colonne de “L’Unita’” alla vigilia del Primo Maggio che Cgil, Cisl, Uil celebranno quest’anno in Sicilia a Portella della Ginestra. “Per tornare a guardare con ottimismo al proprio futuro, l’Italia deve mettere il lavoro al primo posto. Il lavoro e’ il valore unificante e fondativo del nostro paese, cio’ che garantisce la dignita’ della persona, i suoi bisogni, le sue prerogative. Sono gli stessi principi fondamentali per cui i contadini meridionali lottavano settanta anni fa contro lo sfruttamento incivile nei campi, l’arroganza dei datori di lavoro di quel tempo, le connivenze della mafia”, aggiunge la leader della Cisl. “Da allora tante cose sono cambiate nella societa’ italiana. Conquiste importanti sono arrivate sul piano dei diritti e delle garanzie occupazionali grazie alle lotte del movimento sindacale. Ma in Italia ci sono piu’ di tre milioni di disoccupati, il lavoro dei giovani e la sua sicurezza sono ancora da conquistare in molte zone del nostro paese dove le piaghe del caporalato e dello sfruttamento della manodopera non sono state mai estirpate. Il lavoro e’ cio’ che rende libere le persone dal ricatto della malavita, quello che rende davvero la persona completa, le permette di esprimersi, di contribuire al bene comune. Senza lavoro non c’e’ sviluppo, progresso, liberta’”.

Il Sud e’ in grado di ripartire a patto che la sua classe dirigente, troppo spesso votata alla rassegnazione e al disfattismo, cambi mentalita’. Magari aiutata da uno Stato centrale meno votato ai pregiudizi. Matteo Renzi indica la strada per un rilancio della questione meridionale dinanzi alla platea raccolta a Napoli per l’assemblea nazionale sul Mezzogiorno promossa dal governatore campano Vincenzo De Luca. Il premier spiega che i soldi per il Sud ci sono “se c’e’ la volonta’ della classe dirigente del Mezzogiorno di cambiare”. “Il Sud – spiega il premier – deve tornare al centro del dibattito ma non con i vecchi schemi. No a un Mezzogiorno che chiede. O che fa ricorso a vecchie soluzioni come la Cassa per il Mezzogiorno. Si’, invece, a un Sud che si mette in moto con la sua classe dirigente che ha diritto di chiedere allo Stato centrale di non voltarsi dall’altra parte e di non vivere di pregiudizi”. Il ragionamento del premier e’ chiaro: in questi anni non sono mancate le risorse quanto un disegno organico. Non sono mancate neanche quelle che il premier chiama ‘porcherie’, riferendosi a certe pratiche clientelari e al ruolo svolto da alcune imprese. “Alle aziende dico che si dividono tra imprenditori e prenditori. In molti, infatti – accusa – hanno preferito portare a casa incentivi e risorse piuttosto che investire”. Renzi punta il dito contro quel Sud che si racconta male: “C’e’ un problema di narrazione – osserva – il Mezzogiorno ha tutto ma si racconta come una realta’ piena di sfighe. Bisogna raccontare la realta’ in modo diverso, non si puo’ vendere la propria merce dicendo che fa schifo”. E basta anche “con una visione distruttiva per cui qui va tutto male”. “Chiariamoci, qui le cose vanno cambiate, ma le bellezze del Sud non hanno pari”. E il premier cita l’esempio di Pompei: “Era nota per i suoi crolli, ora sta diventando una storia di successo con 3 milioni di biglietti”. Prima di concludere prospettando investimenti localizzati proprio al Sud nei prossimi anni e concentrati nei settori della difesa, dell’innovazione tecnologica e della ricerca. Mostrandosi invece cauto sulla provocazione di De Luca per un piano da 200 mila assunzioni nella Pubblica Amministrazione. “Le uniche sfighe che ha il Meridione sono un governo distratto che non lo considera una priorita’”, risponde a distanza Mara Carfagna, parlamentare di Forza Italia, che aveva associato il Premier alla sfiga.